Presentazione al convegno MEDICINA E SHOAH

Pubblichiamo di seguito degli articoli di presentazione al convegno tenutosi il 7 Febbraio presso il Memoriale della Shoah. (Guarda la locandina)

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Ho avuto l’opportunità di conoscere il Prof. Antonio Pizzuti a Roma in occasione del convegno Medicina e shoah tenutosi alla Sapienza un anno fa organizzato dai colleghi romani dell’AME in collaborazione con la cattedre di bioetica diretta dal prof Corbellini  a cui è seguito un corso universitario sullo stesso argomento   che ha avuto molto successo ed è stato riproposto anche quest’anno accademico. Mi auguro che anche a Milano in futuro si possa organizzare una simile attività didattica.
Laureatosi a Milano, è Specialista in Neurologia ed in Genetica Medica. Dal 1990 al 1993 ha lavorato come ricercatore presso l’Institute for Molecular Genetics, , Houston sotto la direzione di C.T. Caskey. Attualmente è Professore ordinario di Genetica Medica presso il Dipartimento di Medicina Sperimentale della Facoltà di Medicina e Odontoiatria della Sapienza ed è Responsabile della Unità Complessa di Genetica Medica presso Umberto I, Policlinico di Roma.

Il Prof. Marcello Buiatti già Professore Ordinario di Genetica presso l’università di Firenze è attualmente Presidente di Res Viva, Centro interuniversitario di Filosofia della Biologia, membro del direttivo del Giorno della Memoria di Roma.  Abbiamo avuto il piacere di ospitarlo in precedenti convegni organizzati dalla nostra associazione. Si occupa da sempre di analisi genetica e molecolare dei processi dinamici della vita e della loro modellizzazione matematica. Dopo le iniziali ricerche sui geni che regolano nelle piante la produzione del citocromo ha studiato nei primati i geni che regolano lo sviluppo del cervello e nell’uomo I geni coinvolti in malattie degenerative come l’Alzheimer e l’atassia cerebellare. In base alla sua esperienza e agli studi compiuti ha elaborato la convinzione che il cervello non è definito solo dal DNA ma si organizza, anche se non in modo deterministico, con i segnali umani a cominciare dalla gravidanza.
Presenta la relazione Comportamenti: non solo DNA ma rapporti fra umani.

Marcello Pezzetti è, uno dei massimi studiosi italiani della Shoah. Membro della commissione storica della Fondation pour la Mémoire de la Shoah di Parigi e del consiglio del Centrum Edukacji del Museo di Auschwitz-Birkenau. Delegato italiano della Task Force for International Cooperation on Holocaust, Remembrance and Research (Ihra), direttore del Museo della Shoah di Roma[1].
Ha lavorato per lunghi anni presso il CDEC (centro di documentazione Ebraico contemporaneo) di Milano, dove ha fondato nel 1994 la videoteca. Nel 2000 ha inoltre creato sempre presso la fondazione CDEC di Milano il settore che si occupa specificatamente di didattica della Shoah, con un apposito gruppo di ricercatori ed esperti che interviene su richiesta di scuole e università per realizzare iniziative e corsi specifici sulla shoah.
È autore insieme alla collega Liliana Picciotto del film documentario Memoria, contenente le interviste ai superstiti Italiani della shoah. Sempre con la collega Liliana Picciotto, ha realizzato l’opera multimediale Destinazione Auschwitz, vera e propria enciclopedia multimediale in cd rom sulla storia della Shoah, contenente migliaia di ricostruzioni multimediali, fotografiche, e filmate della shoah e della storia del campo di sterminio di Auschwitz. Nel 1999 dopo una complessa indagine individuò per la prima volta il luogo esatto dove si trovava ubicato il Bunker 1 di Auschwitz, ovvero la prima camera a gas usata nella storia di Auschwitz, che dopo la guerra era stata trasformata in una fattoria da una famiglia di contadini Polacchi. A tutt’oggi è il Direttore Scientifico della Fondazione Museo della Shoah. che dovrà sorgere nei giardini di Villa Torlonia a Roma.
Laura Boella è professore ordinario di Filosofia Morale presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Statale di Milano. è stata allieva del Collegio Medico-Giuridico della Scuola Normale Superiore di Pisa.
Si è dedicata dapprima allo studio del pensiero femminile del ‘900, proponendosi come una delle maggiori studiose di Hannah Arendt, Simone Weil, Maria Zambrano e Edith Stein. In questo ambito di riflessione, ha sviluppato in particolare il tema delle relazioni intersoggettive e dei sentimenti di simpatia, empatia, compassione. Dagli anni novanta si occupa di bioetica ed in particolare di neuro scienze e riflessione morale  e neuro etica.  Nell’importante testo “La morale prima della morale” ha affrontato un campo innovativo, quello dell’influsso delle neuroscienze sulla morale, il diritto e la società.

Perché abbiamo l’obbligo di ricordare?
Affinchè eventi  di cui abbiamo discusso non debbano mai più accadere.  Non un tardivo ed insufficiente risarcimento al popolo ebraico per la tragedia di cui è stato vittima.   Ma la consapevolezza che la Shoah è ammonimento a tutti noi più che memoria per gli ebrei; è un delitto contro la dignità e l’umanità.La cancellazione delle tracce dello sterminio rischiano di far trascurare i sintomi premonitori di altri stermini Se Auushwitz è stato il cimitero dell’Europa di ieri, il Mediterraneo sta diventando il cimitero dell’Europa di oggi. Per questo il giorno della Memoria deve diventare anche il giorno dell’impegno per il presente ed il futuro come ha ben sottolineato Giovanni Maria  Flick in un recente discorso.

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Ricordare è pensare

E della shoah resta ancora molto su cui riflettere. Si deve parlare delle camere a gas, delle officine hitleriane, delle sperimentazioni mediche perché i morti sono si tutti uguali ma non lo sono i modi di morire come ha recentemente sottolineato Donatella di Cesare in un suo editoriale per il giorno della Memoria. Non vogliamo che si ripeta né la fabbricazione dei cadaveri né, tanto meno, quell’esperimento del non-uomo, mai compiuto prima, in cui l’umanità stessa è stata messa in questione.
Sebbene sia insopportabile, occorre ricordare quel che è accaduto perché viviamo all’ombra di Aushwitz e, senza conoscere, si rischia di non ri-conoscere: l’odio per l’altro, il cripto nazismo, l’antisemitismo.
L’Europa non può sottrarsi. Tutto allora iniziò con le frontiere sbarrate ai profughi ebrei, chiuse a un intero popolo, che fu consegnato all’annientamento.
L’importante documentazione raccolta dal prof. P. Weindling nel suo libro che presentiamo oggi “vittime e sopravvissuti: gli esperimenti nazisti su cavie umane” risponde all’esigenza di rimediare alla stupefacente mancanza di attenzione presente nelle precedenti pubblicazioni sullo stesso argomento, per le persone oggetto degli esperimenti: quante vittime ci furono, chi erano in termini di identità etnica e religiosa, di sesso ed età, e come reagirono all’esperienza.”
A questa ricerca ha dedicato gli ultimi 7 anni della sua attività coordinando una ricerca sostenuta dalla Claims conference con l’obiettivo di produrre uno studio empirico a largo raggio sulla ricerca medica coercitiva nazista.
Inoltre l’esperienza dell’autore come storico della medicina ed esperto della storia tedesca del ventesimo secolo ci permette di meglio comprendere i rapporti tra il mondo accademico ed il governo tedesco con la progressiva nazificazione della ricerca medica e la creazione di “una nuova salute germanica”.
Il merito di Weindling storico è stato quello di inquadrare la sperimentazione coercitiva nazista nell’ambito della evoluzione della medicina del ventesimo secolo e nella particolare situazione in cui venne a trovarsi la Germania dopo le sanzioni imposte dai vincitori della prima guerra mondiale che impedivano agli scienziati di partecipare alle conferenze internazionali.
Il progetto di una “nuova salute germanica” ha inizio alla fine degli anni venti ben prima della salita al potere di Hitler nel 1933 e vede coinvolti medici e studiosi di larga fama anche internazionale.
Gli esperimenti nazisti sugli esseri umani non furono soltanto atti di crudeltà occasionale o monopolio di pochi medici SS, di cui Mengele resta la figura iconica, ma parte integrante del processo di distruzione razziale. La ricerca nazista non era priva di etica; era l’etica a essere stata plasmata dall’ideologia nazista: il dovere del medico non era più verso il singolo paziente, ma verso la nazione e la razza.
Per la prima volta la sperimentazione medica coercitiva nazista viene descritta come fenomeno a sé stante, con una sua evoluzione, che non si esaurisce all’interno dei campi di concentramento.
Dal momento in cui furono selezionati degli individui razzialmente inferiori o affetti da malattie o malformazioni per i quali non si applicavano le leggi della morale o della nascente bioetica, questi stessi divenivano oggetto di sperimentazione coercitiva al posto degli animali e successivamente si andarono definendo i programmi per la loro sistematica soppressione.
Il coinvolgimento della classe medica e delle università è descritto con tutta la sua evidenza.
I ricercatori e gli studiosi facevano a gara per ottenere parte dei corpi, gli organi, le sezioni istologiche di soggetti morti nel corso delle sperimentazioni o quelli soppressi perché malati o razzialmente inferiori
Questo libro, basato su una vasta ricerca portata avanti su una grande quantità di fonti, mette in luce pratiche, obiettivi, logiche, estensione e luoghi degli esperimenti nazisti.
Nuova è l’attenzione riservata non ai soli perpetratori, ma anche e soprattutto alle vittime di cui si va a ricostruire, per quanto possibile, l’identità e l’esperienza.
Alcune domande fondamentali restano tuttavia ancora senza una definitiva risposta.
L’apertura degli archivi tedeschi nel 2000 agli storici ha permesso di chiarire almeno in parte quali fossero le procedure e gli scopi degli esperimenti, la loro entità e ubicazione, se fossero realmente ordinati dalle autorità naziste o se invece gli scienziati approfittassero del brutale regime hitleriano e della disponibilità di prigionieri per i propri scopi. Di questo parleranno Il prof. G. Corbellini  che insegna storia della medicina e bioetica alla Sapienza Università di Roma che ha curato assieme ad altri colleghi dell’ateneo romano la mostra medicina e shoah che speriamo di poter ospitare presto a Milano e Fulvio Cammarano direttore di Dentro la Storia
Collana di studi storici, che insegna Storia contemporanea all’Università di Bologna e, dal settembre 2015 è presidente della Società italiana per lo studio della storia contemporanea, moderati da Michele Sarfatti direttore del centro di documentazione ebraica contemporanea.

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Un aspetto ancora poco noto della storia delle efferatezze perpetrate dai medici nazisti su cavie umane nei campi di sterminio è che molte malattie e sindromi portano il loro nome. Nonostante le condanne inflitte ai medici che praticarono tali sperimentazioni e l’orrore che sempre accompagna il racconto di queste vicende, ancora oggi diverse patologie sono note nella pratica medica con eponimi derivati dal nome dei responsabili proprio di queste atrocità.
Tali esperimenti sono stati ritenuti crudeli e per questo medici e ufficiali coinvolti furono condannati per crimini contro l’umanità.
Queste procedure venivano eseguite non solo senza il consenso della “cavia” ma anzi contro il suo volere. Tra queste, molte portavano a morte sicura o provocavano terribili e atroci dolori che duravano per giorni e lasciavano menomazioni perenni nei pochi sopravvissuti. Molti degli autori erano medici e scienziati di chiara fama ed elevata professionalità. Malgrado i criminidi cui si macchiarono e le condanne che subirono, ancora oggi alcune delle loro “ricerche” e dei loro “dati” vengono impiegati nella pratica medica. La nostra associazione vuole sostenere la proposta di effettuare una bonifica etica della nomenclatura medica, cancellando gli eponimi usati per identificare alcune malattie che ricordano medici che aderirono al nazismo, macchiandosi di gravi crimini.
Tale proposta già avanzata a più riprese dalla stampa medica internazionale a partire dagli anni 90 del secolo scorso, è stata discussa in Italia nel 2015 in un convegno organizzato alla Sapienza di Roma da Cesare Efrati, collega romano membro della nostra associazione, assieme al prof Corbellini dal titolo “Medici nazisti e malattie eponimiche: una storia da riscrivere”.
Se le società mediche si coordinassero per fare una trasparente pulizia morale della nomenclatura medica, ciò avrebbe un valore altamente educativo, soprattutto per le giovani generazioni di medici che si stanno formando spesso senza neppure ricordare i crimini compiuti nel passato da alcuni loro colleghi legati al nazismo e al fascismo.

 

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