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Con la parashà di Lekh Lekhà si può dire che inizi la storia ebraica. Inizia con l’ordine dato ad Avrahàm di abbandonare la sua terra per recarsi in una terra che Dio gli mostrerà. Ad Avrahàm viene chiesto cioè di rompere con il passato, di abbandonare usi e costumi sbagliati ma non gli viene indicato con precisione l’obiettivo da raggiungere. Ciò che è importante in questo momento è allontanarsi dal male. Sembra un inizio poco stimolante, in genere noi tendiamo a sottolineare l’obiettivo, il fine positivo, che invece in questo caso viene tenuto nascosto. Perché? Credo che possiamo individuare due insegnamenti fondamentali in questo inizio di parashà.
1) Noi siamo chiamati a scegliere tra il bene e il male. Viviamo in una società in cui si tende a relativizzare i confini tra questi due concetti. Per la Torà invece il male esiste e noi siamo chiamati
innanzitutto ad allontanarci da esso.
2) Se ci avviciniamo al bene senza esserci preventivamente staccati dal male, rischiamo di creare confusione e di non assumerci la responsabilità di una scelta. Rav Leib Chasman sostiene che questo atteggiamento è simile a quello di chi scrive su un foglio già scritto. La scrittura risulterà confusa e sarà quasi impossibile distinguere il nuovo dal vecchio.

Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano

Azim ha poco più di 23 anni, pochi mesi fa vestiva la divisa dell’esercito siriano e oggi fa il tassista in un piccolo centro della North Carolina, in attesa della carta verde. Ama il suo Paese ed è orgoglioso di aver servito sotto la sua bandiera ma quando i passeggeri del taxi gli chiedono perché lo ha lasciato racconta la storia di quanto era difficile accedere al diritto di tornare a casa una volta al mese perché il comandante della base lo faceva uscire solo in cambio di denaro e poiché lui non lo aveva, una volta a casa doveva lavorare al nero per poterlo pagare al ritorno in caserma. “Fino a quando tale modo di fare continuerà la mia nazione non avrà futuro” assicura Azim.

Maurizio Molinari, giornalista