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Qui Milano – Vita ebraica e cibo kasher in ospedale

I pasti kasher. La visita del rabbino. Il parere di un medico amico, il conforto dei volontari e, se il caso, l’assistenza sociale della propria comunità. D’ora in poi i malati ebrei lombardi non dovranno più abdicare alle regole della kasherut o alle tefilloth quando si trovano ricoverati in ospedale. In questo momento di fragilità potranno anzi contare su un forte sostegno da parte dei correligionari e delle istituzioni comunitarie.

A garantire la possibilità di una piena osservanza e l’intervento degli enti ebraici è la convenzione, siglata da pochi giorni, tra la Regione Lombardia e la Comunità Ebraica di Milano (nella foto in alto il presidente della Comunità Leone Soued e in quella a fianco il presidente della Regione Roberto Formigoni) che accanto all’assistenza religiosa e ai pasti kasher prevede che le strutture sanitarie mettano a disposizione, ove gli spazi e la disponibilità di personale lo consentono, una sala per i decessi e la veglia.
Il recente accordo, che colma una carenza molto sentita dai degenti ebrei, è frutto di un lavoro certosino che da oltre otto anni vede in campo l’Associazione medica ebraica (Ame). “La prima iniziativa – spiega Giorgio Mortara, medico chirurgo e presidente dell’Ame – risale al 2000 quando, nell’ambito di un progetto di umanizzazione delle cure, insieme al rav Laras abbiamo posto il tema della kasherut, dell’assistenza religiosa e dei decessi nell’ospedale milanese San Carlo Borromeo in cui lavoro”.
La questione si definisce allora con una convenzione tra il nosocomio e la Comunità Ebraica di Milano, che si assume l’onere anche economico dei pasti. Sul fronte pratico si coinvolge invece la casa di riposo. In quanto struttura accreditata dalla Regione risulta infatti essere il soggetto più indicato a fornire i pasti kasher nel rispetto delle norme Haccp sull’igiene degli alimenti.
L’impegno dell’Ame non si esaurisce però qui. Ma prosegue, ricorda il dottor Mortara, con un convegno all’università statale sull’umanizzazione sanitaria per poi espandersi ancora nel tentativo d’impostare un progetto di respiro regionale. Obiettivo, armonizzare in un’unica cornice le intese a tutela dei malati ebrei che negli anni si sono susseguite a macchia di leopardo tramite accordi con le direzioni sanitarie delle singole strutture.
La recente delibera regionale sortisce proprio questo risultato. “La Regione – dice il dottor Mortara – si farà ora carico di comunicare le nuove disposizioni a tutti gli ospedali della Lombardia. Sarà invece nostro compito stipulare dei protocolli con le direzioni sanitarie sulla gestione pratica dei pasti”. I cibi saranno preparati dalla casa di riposo secondo le indicazioni dietetiche delle caposala ospedaliere e un importante apporto verrà dai volontari dell’associazione Sharon Biazzi.
Accanto ai pasti kasher i malati avranno la possibilità di richiedere l’assistenza religiosa e il parere di un medico amico. E questo contatto ravvicinato renderà possibile l’attivazione dei servizi sociali della Comunità Ebraica, preziosi in caso di una convalescenza delicata o di perdita dell’autosufficienza. In caso di decesso l’accordo prevede infine che sia disponibile, sempre che gli spazi lo consentono, una sala priva di simbologia per il rito funebre e la veglia. Per richiedere questi servizi ci si può rivolgere al centralino della casa di riposo, allo 02 91981, tutti i giorni dalle 8 alle 20.
I malati ebrei interessati a queste opportunità sono parecchi. Almeno 200 l’anno su scala regionale, secondo le stime degli ideatori dell’iniziativa. “In un momento di vulnerabilità quale la malattia e il ricovero – dice Giorgio Mortara – è molto importante avere la possibilità di trovare risposta a bisogni essenziali: la religione, i cibi abituali, l’assistenza di chi ci conosce ed è in grado di capire le nostre necessità”. In questo frangente la relazione umana e la capacità di dialogo si rivelano infatti uno strumento potente di cura. E non solo per il malato ebreo.
Non a caso nel passato è accaduto molte volte che i medici dell’Ame o i volontari venissero coinvolti dagli operatori sanitari per capire meglio le problematiche dei degenti di altre fedi o nazionalità. E da tempo negli ospedali lombardi i musulmani, possono richiedere il pasto parve (né carne né latte). Ancora una volta – dopo la decisione assunta a metà ottobre dalla Comunità Ebraica di Roma di collaborare alle attività di sostegno alla popolazione rom con progetti di assistenza, educazione e prevenzione sanitaria e dopo l’avvio, a Milano, del progetto per il centro interculturale Merkhav – pare dunque affermarsi un ruolo specificamente ebraico nel campo del dialogo tra le culture.
La speranza dell’Ame è ora di riuscire ad allargare l’esperienza anche alle regioni dove l’assistenza religiosa ebraica non è ancora divenuta realtà. E ad accompagnare il progetto si sta ora predisponendo un manuale rivolto al personale socio sanitario che illustra il modo di migliore di relazionarsi con le abitudini alimentari e rituali delle principali religioni: non solo di quella ebraica.

Daniela Gross