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Shevi’ì shel Pesach, il settimo giorno di Pesach

“Fu riportato al re d’Egitto che il popolo era fuggito…” (Esodo 14,5). Rashì ci dà un quadro della situazione: sono trascorsi i tre giorni che aveva richiesto Mosè ed il popolo ebraico non torna in Egitto; il quarto giorno riferiscono al re che il popolo è fuggito; il quinto e sesto giorno gli Egiziani inseguono gli Ebrei e la sera del settimo giorno scendono in mare. Al mattino dicono la shirat haiam, la cantica del mare, ed era il settimo giorno di Pesach onde anche noi leggiamo la shirà il settimo giorno di Pesach.
Davanti agli Ebrei c’è il mare e dietro di loro l’armata egiziana lanciata all’inseguimento. Siamo davanti ad una nuova prova che deriva dall’indurimento del cuore del Faraone (Es. 14.4). Il Maharal di Praga spiega nel suo Ghevurot Hashem che le prove dell’uscita dall’Egitto saranno arrivate al loro compimento solo dopo il passaggio del Mar Rosso. Ci troviamo di fronte a due esperienze differenti: a) la liberazione dall’oppressione umana (uscita dall’Egitto); b) la consapevolezza che anche il determinismo delle leggi naturali poteva essere spezzato (passaggio del mar Rosso). L’Egitto era una società totalitaria, un impero da cui nessuno poteva scappare (come nessuno, o quasi, poteva scappare dai campi di concentramento nazisti…). Il Seder di Pesach ci fa rivivere la nostra uscita dall’Egitto, la liberazione dalla schiavitù, dall’assoggettamento alla volontà altrui, dall’oppressore assoluto, il Faraone.
Al settimo giorno di Pesach ci troviamo in una situazione particolare: gli Egiziani vengono verso gli Ebrei (Es. 14,10) e Rashì spiega che gli Ebrei vedevano l’angelo dell’Egitto che si dirigeva dal cielo ad aiutare gli Egiziani; dopo l’inseguimento dell’Egitto, gli Ebrei incominciano ad avere qualche dubbio sul loro diritto alla libertà… Dopo tutto quello che hanno visto hanno paura. Anche noi abbiamo assistito, stiamo vivendo la speranza della liberazione dall’esilio, ma siamo pieni di timori, di scrupoli analoghi a quelli descritti dalla Torà e dai suoi commentatori (Manitou). Il popolo di Israele apparteneva ancora all’Egitto che aveva pagato con le dieci piaghe; ci voleva quindi un atto di fede da parte ebraica per far pendere verso di loro il piatto della bilancia e questo atto lo abbiamo avuto con la determinazione di Nachshon ben Aminadav ad entrare per primo nel mare e solo dopo abbiamo l’apertura del Mar Rosso, grazie alla fede e l’abnegazione di Nachshon che non ha avuto paura, che non ha esitato ad essere il primo a buttarsi in mare (Or Hachaim); ora c’è la fiducia in D-o ed in Mosè Suo servo (Es. 14,31).
Se con l’uscita dall’Egitto siamo divenuti da servi del Faraone servi di D-o, con l’apertura del mar Rosso siamo divenuti Suoi figli, che riescono a raggiungere una situazione spirituale superiore con la Cantica. Il Sign-re, che appare qui – per così dire- come un guerriero contro i malvagi, è tuttavia Hashem, che agisce con misericordia ed è con la misericordia che Egli dà esistenza al Suo mondo (Es. 15,3; Sforno, Rav Kook).

Mi chamocha baelim Hashem, mi camocha…
Arriviamo così alla Shirà, alla cantica che cantò Moshé Rabbenu con i figli di Israel e Miriam con le donne e vorrei soffermarmi su alcuni aspetti del versetto Es. 15,11: Chi è come Te fra gli dei, o Sign-re…Mi chamocha baelim Hashem, mi camocha… così come ci sono presentati dal Midrash: facendo perno sulla scrittura senza vocali il Midrash derabbì Ishmaèl (Beshallach 8) ci dà questa interpretazione:
Mi chamocha baelim, Mi chamocha bailemim, Chi è come Te fra gli dei, Chi è come Te fra i muti che vede l’insulto dei suoi figli e tace. Chi tace qui, secondo il Midrash, è D-o. Abbiamo qui proposto proprio dal Midrash, il terribile problema del silenzio di D-o: per insegnarci che il problema esiste proprio per l’uomo che crede in D-o e che talvolta si attenderebbe un Suo intervento, per insegnarci che già ben prima della Shoà l’Ebreo si è posto il problema del perché della sua storia così tragica; “il silenzio costituisce il paesaggio della Bibbia” affermerà André Neher (L’esilio della parola).
Nel Midrash Lekach tov abbiamo un testo ancora più esplicito: ” i muti sono Israel che sono muti nella Golà, vengono offesi e non rispondono e D-o vede la loro offesa e tace”. Qui il silenzio è duplice: il silenzio del popolo ebraico offeso, timoroso di reagire, ma a questo mutismo si aggiunge anche quello che viene avvertito come il silenzio divino che ha un significato ben diverso dal primo silenzio; ma in realtà il silenzio non è rimasto da solo e le anime mute, mute per la paura, mute per il dolore, mute per lo smarrimento, si sono incontrate nel Kidush Hashem, nell’amore per il Sign-re, anche se ti toglie l’anima.
Ed il Faraone? Anche per lui il Midrash ha una parola buona; il Midrash, che sa commuoversi anche per gli Egiziani annegati, opera anch’essi delle mani di D-o, non può lasciar morire neppure il Faraone senza teshuvà: l’ispirazione viene offerta al Midrash dal diverso modo in cui viene scritta la parola chamocha la prima volta: chi si esprime, dice il Midrash, è il Faraone stesso che avendo assistito all’apertura ed alla successiva chiusura del mar Rosso, riconosce in fin di vita la grandezza del Sign-re; le acque gli arrivano fino alla bocca ed egli riesce con difficoltà a pronunciare “Mi chamocha”; per suo riguardo le acque scendono un momento ed allora il Faraone riesce a pronunciare come si deve il secondo mi camocha…diventando anch’egli partecipe alla grande Cantica di Mosè e dei figli di Israele tutti. Come a dire che anche lo stesso padrone ha da guadagnare, senz’altro spiritualmente, dalla liberazione del suo schiavo…

Alfredo Mordechai Rabello, giurista, Università Ebraica di Gerusalemme