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identità/diritti

“Siate santi….” recita l’inizio della parashà di Qedoshim. Un invito, secondo i commentatori, alla distinzione; in altri termini all’identità individuale. Ma il testo si esprime al plurale, suggerendo una delle sfide dell’educazione ebraica: coniugare identità individuale e appartenenza a una comunità.

Benedetto Carucci Viterbi, rabbino

Il bilancio del primo maggio lo si può sintetizzare in due scene diverse: un concerto megagalattico a Roma; la violazione dei diritti umani in Iran con l’impiccagione di Delara Darabi. Apparentemente sono due scene molto lontane tra loro, ma che si sarebbero dovute parlare. La scena di Roma è quella apparentemente più facile da decodificare: la musica, dice quella scena, si afferma come l’unico linguaggio universale e trasversale del nostro tempo, capace di muovere emozioni e di produrre immaginario. Probabilmente è davvero così. E allora chiediamoci. Perché nello scenario più massificato e collettivo dove parlare era possibile, dove in fondo era obbligatorio il riferimento ai diritti, non ha trovato parola, spazio, opportunità di affermarsi? E’ certo complicato e forse anche non piacevole pronunciare alcune parole nel momento dell’evasione, ma era importante trovarle ed era anche un modo per dire che la festa del lavoro conserva ancora un’ombra della cultura della domanda di diritti a cui deve la sua lunga storia. E allora forse è anche opportuno chiederci: che cosa rimane dopo, una volta svuotata quella piazza? Chi era lì, il giorno dopo dov’è? Che fa? In che relazione sta con il contenuto di quella giornata? Ha un rapporto quell’evento con quella giornata? In breve: che cosa passa per quella piazza nel corso di quel’evento e che cosa rimane dopo? Certo nei giorni di festa ha un valore in sé l’evasione, e un concerto vale anche per il fatto che non deve rendere conto a una logica della politica. In breve proprio perché non è una manifestazione, un concerto è uno spazio di libertà. Ma con il contenuto di quella giornata ha un rapporto? Oppure, più semplicemente, è un appuntamento nel calendario privo di contenuto? Non è una domanda banale, perché se è vero che nel tempo festivo ci deve essere una dimensione di sospensione, di vacanza, è anche vero che nel primo maggio da sempre si colloca una dimensione di proiezione di futuro in cui conta come si fa il bilancio del presente, come si prendono le misure rispetto ai mutamenti e alle trasformazioni avvenute nel tempo immediatamente trascorso e si prova a riflettere e a proporre qualcosa per l’immediato futuro. In quella piazza, oltre i suoni, e al di là del successo di pubblico, quella dimensione di responsabilità semplicemente non c’era. E’ così difficile da dire?

David Bidussa, storico sociale delle idee