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…Giornata della Cultura

Spesso la cultura degli ebrei è intesa come la memoria dei luoghi in cui gli ebrei sono vissuti, dove ogni volta il nodo era costituito dal confronto – più spesso dal conflitto – tra la cultura della società esterna e la capacità di continuare a essere se stessi, rappresentata dal fatto di mantenersi impermeabili, o almeno di impegnarsi al massimo per esserlo. Una cultura in cui c’è la geografia ma non il tempo, e dunque non la storia. Il tempo in questo ragionamento non ha un ruolo. Sembra essere solo unità di misura e non anche contesti, persone, scambi. Discendono da qui varie conseguenze. Per esempio il fatto che quando si parla di ebrei si parli spesso di “miracolo” come se essi fossero il risultato di una bizzarria, la testimonianza di qualcosa che è presente nel nostro tempo “malgrado” la storia e non “dentro il corso” della storia. Bisognerebbe pensarci per tempo, prima che la Giornata della Cultura Ebraica – un’occasione di riflessione su come “siamo diventati”, e non solo su come ci “siamo mantenuti” – rischi di ridursi all’atlante dei luoghi, all’esposizione degli oggetti, oppure alla cronaca delle fughe, ma non quella della formazione delle persone. Ovvero sia solo la storia di ciò che rimane o si è perduto, o si è mantenuto inalterato nel tempo, ma non quella della costruzione della propria personalità “nel tempo”. Una dimensione in cui primeggiano il sentimento della nostalgia e il codice della reliquia. Come se la sopravvivenza fosse prevalentemente resistenza, e non anche, e forse soprattutto, capacità di reinventarsi “altrove”, con le cose che si hanno e con quelle che lungo la storia – non nei fatti, ma “nel tempo” – sono state scambiate, con altri, lasciate, date e prese e create.

David Bidussa, storico sociale delle idee