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Qui Torino – Un anno per fare del bene

Rosh haShanà è una festa che non lesina sorprese. Quest’anno chi si recherà al Bet ha-Kenesset sabato mattina e si attenderà di udire lo Shofàr resterà, per così dire, deluso: di Shabbat non si suona! Ma non perché si tratti di una Melakhah, di un “lavoro” proibito di Shabbat. Il Talmud spiega infatti che il suono dello Shofàr è chokhmah, ma non è melakhah! Si tratta in realtà di una disposizione cautelativa che i Maestri hanno adottato per evitare che inavvertitamente lo si trasportasse per la strada, cosa proibita di Shabbat. Che cautela, al punto di sopprimere una Mitzwah della Torah, qual’è appunto il suono dello Shofàr di Rosh ha-Shanà, per il timore che ciò comporti… una trasgressione!
Senza entrare in una discussione dettagliata delle norme, credo che la disposizione dei Maestri ci voglia insegnare un principio importante. Il merito non compensa una colpa. Se conseguire una buona azione deve comportare una trasgressione, è meglio astenersi dalla buona azione del tutto. La lezione è particolarmente importante alla luce della mentalità corrente, basata invece sull’idea di riscatto del “sì, però…”: il bene di un gesto redime la parte negativa che esso può implicare. Le Halakhot di Shabbat Rosh ha-Shanà ci inducono a ragionare diversamente e a vedere le cose in modo un po’ meno semplice. Il bene non è una moneta di scambio. Prima di tutto, cerca di estirpare il male facendo Teshuvah. Solo allora, il bene avrà davvero un valore.
Shabbat Shalom e Shanah Tovah a tutti.

Rav Alberto Moshe Somekh, rabbino capo di Torino