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Senza parole

In queste giornate, una foto tra le foto mostrava un gruppo di bambini in attesa di mangiare, e dico solo che in questa occasione sinteticamente ebraica della Shoah i bambini li vorrei chiamare ieladim. Questi ieladim li ho contati, erano 27.
Avevano delle giacche invernali, a parte uno che aveva la maglietta a righe, e alcuni portavano bretelle – tutti un cappello e i pantaloni corti. Uno ieled teneva le mani in tasca, una forse era una ialdà e aveva un basco blu sulla testa rotonda che ora che ci penso era rasata, e lui, o lei che fosse, portava un lungo capotto elegante che scendeva; aveva la testa girata da un’altra parte perché era incuriosito, oppure incuriosita, da qualcosa – lui, lei, non aveva mai visto un posto così. Gli ieladim ridevano, se no sorridevano, stringevano gli occhi perché avevano il sole contro, e le stelline gialle sul petto di tutti erano atrocemente graziose. La foto era in una bella giornata di sole, e ogni dettaglio era in armonia con l’idea di bella giornata: il cielo sereno, il sole e i colori, e la foto a colori. Poi gli ieladim sono rimasti per sempre ieladim.

Il Tizio della Sera