Israele e noi – JCall, confronto vivace, proteste in sala

Aveva l’obiettivo di rilanciare il dibattito su Israele all’interno della Comunità ebraica: il dibattito c’è stato, acceso e veemente. Vigorose proteste hanno movimentato l’esordio di JCall davanti al pubblico parigino. Il primo meeting del movimento d’opinione degli ebrei liberal, tenutosi ieri sera nella sala conferenze del municipio del nono arrondissement, ha visto gli interventi dei suoi ospiti ripetutamente interrotti da “provocatori da bar”, come li ha polemicamente definiti Abraham Yehoshua: una ventina di giovani appartenenti alla Comunità ebraica di Parigi, in dissenso con i principi ispiratori dell’“appello alla ragione”, ha insistentemente impedito agli intellettuali sottoscrittori dell’appello di pronunciare i loro discorsi, fino a quando il segretario generale di JCall David Chemla si è visto costretto a invocare l’intervento delle forze dell’ordine. La gendarmerie ha scortato fuori il gruppo di disturbatori, che nella disapprovazione generale del pubblico che gridava “dehors! dehors!” (fuori!, fuori!), ha abbandonato la sala lanciando volantini della Ligue de defense juive e intonando Am Israel Chai, il popolo d’Israele è vivo.
L’opinione dei detrattori del movimento ebraico pacifista, e l’accusa che aggressivamente gli hanno lanciato, è che esso collabori con le forze antisemite alla delegittimazione dello Stato d’Israele.
La tesi sostenuta dagli ospiti della serata, intellettuali firmatari dell’appello quali Alain Finkielkraut, filsofo ebreo francese, Henri Weber, deputato socialista, Daniel Cohn-Bendit, leader del partito Europe ecologie, e Abraham Yehoshua, è che non solo non è vero che il lavoro di JCall danneggia Israele, né che è dettato da un sentimento antisionista, ma che è proprio il “profondo amore per Israele a imporre l’obbligo morale di interessarsi alle sorti del paese, e quindi di condannare le politiche coloniali scriteriate perpetrate dal suo governo”, nelle parole di Yehoshua. Il romanziere ha spiegato le ragioni del suo appoggio a JCall: “Sono qui per rafforzare la legittimità di questa iniziativa, perché è giusto che il legame tra Israele e gli ebrei della diaspora si esprima anche attraverso un’influenza democratica di questi sulle sorti del paese”.
All’inizio della serata Claude Askolovic, giornalista francese, moderatore della conferenza, ribadisce la natura sionista di JCall. “Testimoniamo un altro punto di vista ebraico – ha proseguito il giornalista – e questo è proprio nello spirito del popolo del Talmud, del dibattito intellettuale”. Il parlamentare francese Henri Weber ha ricordato come “la maggioranza dei membri del direttivo di JCall – me compreso – ha un passato nel movimento giovanile dell’Hashomer Hatzair, che si ispira al sionismo scoutista e socialista, dei pionieri e dei kibbutznik”.
Nel tentativo di definizione della linea politica di JCall, quasi tutti hanno esplicitamente fatto riferimento al sionismo. “Il messaggio del sionismo parla di uno Stato ebraico e democratico”, ha spiegato il rappresentante dei giovani di JCall, Gerard Angè. L’unico modo perché Israele non sia costretto a rinunciare ad una di queste due anime, ebraica o democratica, è la realizzazione del principio ‘due popoli, due stati’. Questo il nucleo dell’Appello alla ragione. Qualunque altra soluzione – sostengono gli estensori dell’appello – condurrebbe necessariamente o alla palestinizzazione dello Stato d’Israele, a causa di una schiacciante disparità demografica, oppure a un regime di apartheid. “La ragion d’essere di Israele è di dire no al ghetto”. Nel corso della serata il termine “apartheid” è ricorso numerose volte, negli interventi di tutti, per delineare lo scenario futuro che JCall teme. La paura di una deriva destrorsa e razzista della Stato e della società israeliana è uno dei moventi principali della nascita e dell’attività di questo movimento d’opinione.
Alain Finkielkraut ha fatto appello a un “sionismo ragionevole, che comprenda che la sicurezza di Israele va di pari passo con la costruzione dello Stato palestinese, e che bisogna superare lo status quo, insopportabile per entrambe le popolazioni”. Il filosofo si è detto convinto che “l’antisemitismo islamista non sopravviverebbe al conflitto israelo-palestinese”.
La voce fuori dal coro è stata quella di Daniel Cohn-Bendit, l’europarlamentare ecologista protagonista del maggio francese del 1968: “Io non sono mai stato sionista – ha dichiarato – la mia identità è quella di un ebreo della diaspora”. “Ho firmato l’appello alla ragione – ha proseguito il leader dei verdi – perché credo che la ragione sia l’unica speranza di porre fine al dolore di due popoli”. L’europarlamentare è stato protagonista di uno scambio di opinione con Abraham Yehoshua. “Visionario!”, ha detto il primo al secondo, il quale esprimeva fiducia nelle trattative in corso tra Bini Netanyahu e Mahmoud Abbas. “È troppo facile il tuo pessimismo!”, ha risposto lo scrittore al deputato. Cohn-Bendit ha spiegato come “l’oltranzismo di alcuni coloni rappresenta un ostacolo difficilmente sormontabile”. La posizione di Yehoshua è che a costoro vadano proposte due alternative: “O abbandonare le colonie, oppure rimanere come minoranza ebraica in uno Stato palestinese – con tutti i diritti che tale stato sarebbe tenuto a riconoscere, come Israele li riconosce ai suoi cittadini palestinesi”.
“La pace: io ci credo e la spero”, lo stato d’animo delle persone in sala, e della gente di J Call, viene riassunto da Henri Weber in una citazione del politico ebreo Léon Blum, uno dei padri del socialismo francese: “Lo credo perché lo spero”.

Manuel Disegni

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