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Quando il risentimento diventa filosofia

Una nazione di ingannatori: è questo il modo in cui Immanuel Kant definisce gli ebrei nella sua celebre opera Antropologia dal punto di vista pragmatico. Ma Kant non fa che rilanciare un’accusa che percorre tutta la filosofia. Il popolo eletto e disperso, estraneo e separato all’interno delle nazioni, suscita un odio profondo. La filosofia abdica al senso comune e si rende anzi complice. Le eccezioni sono rarissime – ad esempio Giambattista Vico. Per contro c’è un nesso di salda continuità che attraversa i secoli e le diverse correnti filosofiche. L’accusa della menzogna trova il suo apice in una nota dei Parerga e paralipomena di Schopenhauer: “gli ebrei sono i grandi maestri nel mentire”. La riprende Hitler in Mein Kampf: “nell’esistenza dell’ebreo […] vi è una caratteristica che spinse Schopenhauer a pronunciare la sua famosa frase: l’ebreo è un gran maestro di menzogne”. Il risentimento antiebraico dei filosofi offre dunque una legittimità alla soluzione finale della questione ebraica? Certamente sì. Ed è questo un tabù che stenta a cadere, come se la ragione filosofica non avesse mai potuto consentire la barbarie. Se n’era già accorto Lévinas quando nel 1936 aveva scritto un libretto intitolato Alcune riflessioni Filosofia dell’hitlerismo. Da un canto voleva dire che il nazismo non andava preso come una follia passeggera, perché scaturiva da una filosofia che rischiava di far accettare l’eredità biologica come un destino, l’opposto dunque dell’esodo, e perciò l’opposto dell’ebraismo. Ma Lévinas cominciava anche a riflettere sulle idee filosofiche e teologiche che avevano portato al nazismo. L’accusa di mentire aveva d’altronde un precedente illustre in Lutero che nel 1543 pubblicò il violento pamphlet: Degli ebrei e delle loro menzogne. Leggendo quelle pagine sinistre si comprende perché il nazista Julius Streicher, sul banco degli imputati a Norimberga, lo chiamò in causa. Il cristianesimo “spirituale” della Riforma, religione moderna dell’interiorità, che mal sopportava il “legalismo”, individuò nell’ebreo il nemico. L’odio affiorò negli umanisti come Erasmo da Rotterdam, ma anche fra gli eretici come Giordano Bruno, spesso icone della tolleranza. Dove si fa largo la tolleranza aumenta anzi il risentimento. L’esempio eccellente è quello di Voltaire autore del pamphlet Juifs. Per la religione laica, che esalta l’universalità della ragione, l’ebraismo è lo scandalo della schiavitù della Legge. La “tolleranza” mostra tutti i suoi tratti intolleranti verso quel popolo che fa finta di essersi adattato alle leggi dei paesi in cui vive, ma resta un popolo asiatico in Europa. Lo dice Herder e lo ripeterà Fichte. Gli sforzi di Mendelssohn per fare degli ebrei dei cittadini con uguali diritti sono vani. Come ha notato Hannah Arendt “la moderna questione ebraica nasce nell’illuminismo; è l’illuminismo, cioè il mondo non ebraico, che l’ha posta”. Il culmine è raggiunto però dagli Scritti teologico-giovanili di Hegel per il quale l’ebraismo è un particolarismo che va superato nell’universalità del cristianesimo. Ma Hegel, che non può sopportare l’”estraneità” che caratterizza il popolo ebraico, è però il primo a chiarire la questione in termini politici. Gli ebrei considerano tutto “non come proprietà, ma come un prestito”. La terra è infatti solo concessa; l’unico “diritto di proprietà” è quello di Dio (Lev. 25, 23). Nel loro uguale dipendere “dal loro invisibile Signore”, come cittadini sono “un nulla”. Così viene pronunciata la condanna di annientamento del popolo ebraico. Al contrario di quel che in genere si crede, non è Nietzsche (il cui caso è ben più complesso) ma è Hegel a preparare il contesto per l’antisemitismo. Tuttavia la parola “antisemitismo”, che spunta solo nel 1879 nella stampa tedesca, si rivela del tutto riduttiva, perché fa credere che si tratti di una forma specifica di razzismo. In realtà la “razza” è solo una scusa, escogitata dall’Ottocento positivista, per motivare il secolare odio verso gli ebrei. Quest’odio non è però né semplice ostilità di una maggioranza verso la minoranza, né semplice razzismo. Piuttosto è la ripugnanza suscitata dall’altro, dall’ebreo che mina perciò l’identità altrui. La questione si era già posta in Spagna con la Sentencia Estatuto, stipulata a Toledo il 5 giugno del 1449 per introdurre la distinzione dei “cristiani di pura origine cristiana”. La filosofia che, pur nella sua autonomia, ha tratto alimento dalla teologia cristiana, ne ha condiviso le difficoltà. Prima fra tutte quella di spiegare la presenza della sinagoga dopo la chiesa, il mistero di Israele che resta. Agostino aveva cercato di risolverlo sostenendo che gli ebrei dovevano essere protetti sia per testimoniare la continuità del cristianesimo, sia perché, alla fine dei tempi, si sarebbero convertiti per ultimi. Ma perché non eliminare già quell’estraneo che si spaccia per europeo e invece è un ebreo? L’accusa di mentire si amplia: l’ebreo che, come aveva detto Hegel, non ha nulla in proprio, a ben guardare non ha neppure una “cultura propria”, afferma Hitler, cioè riproduce quella altrui, non ha creatività né genio. Queste parole le aveva già scritte Otto Weininger, che era ebreo, descrivendo nel suo libro Sesso e carattere l’immagine di sé che aveva introiettato. Subito dopo, nel 1903, si era tolto la vita a Vienna, a soli ventitre anni. Rileggendole Ludwig Wittgenstein rielaborerà il suo rapporto con l’ebraismo annotando “Il più grande pensatore ebreo non è che un talento. (Io, per esempio)”. Ma alle soglie del Novecento emerge soprattutto la “minaccia” del popolo ebraico, disperso e trasversale, in grado di cancellare i confini, di minare dunque le nazioni e gli stati, in procinto addirittura di costituire apertamente uno Stato ebraico che dominerebbe il mondo: il monito di Fichte risuona, in modo pedissequo, ma non meno insidioso, nel discorso tenuto il 24 settembre del 2009 all’assemblea delle Nazioni Unite da Ahmadinejad. I filosofi ebrei del Novecento, da Rosenzweig a Lévinas, sapranno non solo rivendicare l’alterità ebraica, ma anche scorgere il tratto violento dell’Occidente nella volontà di appropriarsi dell’altro, di inglobarlo, di totalizzarlo. Perciò sapranno anche indicare una nuova via alla filosofia.

Donatella Di Cesare

Da Pagine Ebraiche, ottobre 2010 – Dossier a cura di Daniela Gross e Daniel Reichel