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…hatzér

Gadi Luzzatto Voghera pochi giorni fa su queste pagine ha invitato a riflettere sul senso della parola hatzèr. Vorrei riprendere il suo ragionamento. Ci sono abitudini che si formano nella persona o in un popolo al tempo della schiavitù e tuttavia non vengono abbandonate nemmeno dopo aver conquistato la libertà. Quelle abitudini, pur nella costrizione, fanno parte degli ambiti di libertà costruiti per poter dire a se stessi di avere una storia e dopo di ricordarsela. Non solo quell’insieme di segni consente di trovare un senso, in condizione di amarezza, al proprio vivere che non sia solo un “sopravvivere”. Comunque non lasciando alle cose il compito di parlare per noi, bensì di sottolineare che tutto quel “corpo di cose” – gesti, parole, atti, abitudini, consuetudini – sono il luogo geometrico, instabile e mutevole nel tempo, della propria duttilità e anche della propria creatività, più precisamente della propria concreta esperienza nella storia. In altre parole della vita reale, non lo specchio di un normario.

David Bidussa, storico sociale delle idee