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Tullia Calabi Zevi – “Donna e leader”

Il verbo corretto credo sia: “ha rappresentato”. O per dire con maggior precisione: “ci ha ben rappresentati”. Non sarà inutile, al di là del sentito ricordo e della sincera commozione che suscita la scomparsa di Tullia Calabi Zevi, provare a compiere un primo sommario bilancio sul significato che la sua personalità ha assunto nella storia dell’ebraismo italiano e il paese. Per farlo, dobbiamo far ricorso a un lemmario che oggi appare tristemente e pericolosamente superato in un paese sempre più involuto e affaticato. Le parole chiave (almeno quelle che possiamo scegliere a caldo e che vengono spontanee nel ripensare alla nobile figura della signora Zevi) potrebbero essere donna, antifascismo, ebraismo plurale, rinnovamento, tradizione, partecipazione. E, naturalmente e prima di tutto, “rappresentanza”.
L’ebraismo italiano è stato guidato e per l’appunto rappresentato per oltre tre lustri in un momento di passaggio cruciale nella recente storia italiana da una donna che ha saputo trasformare la stessa immagine pubblica degli ebrei in Italia. In un paese che su diversi piani (culturale, religioso, politico e giuridico) cominciava a chiedere con sempre maggior insistenza alle nostre comunità di aprirsi e di riconnettere finalmente un filo che poteva apparire spezzato e lacerato in più punti dopo la tragedia delle leggi razziali, Tullia Zevi è sembrata a molti e per lungo tratto la figura ideale per ricucire quel filo.
In lei si concentravano infatti caratteristiche rare e irripetibili. Intanto per il suo essere donna e leader di una comunità religiosa, un binomio di assoluta novità in un paese come l’Italia dove la leadership femminile, per di più di una comunità religiosa, è merce rara quando non introvabile. Poi perché la sua storia personale e famigliare l’avevano portata a contatto diretto con l’intellighentia antifascista che attraverso il Partito d’Azione aveva costituito una delle anime fondative della nostra repubblica costituzionale, e – lo scriveva essa stessa in un ricordo biografico recente – aveva deciso nel 1946 di tornare in Italia per aiutare la comunità a rinascere e “per testimoniare come giornalista e come persona”. Il mestiere di giornalista le aveva permesso di collocarsi in una dimensione decisamente lontana dal provincialismo che ancora attanagliava la comunità ebraica italiana, dolorosamente colpita dalle persecuzioni e faticosamente in ripresa, ed aveva così potuto attivare una corrispondenza da un lato con la realtà israeliana (attraverso la collaborazione pluridecennale con il quotidiano Ma’ariv) e dall’altro con i saldi rapporti con gli Stati Uniti che in gioventù aveva imparato a conoscere bene.
Una prospettiva globale, quindi, che le permetteva di osservare con sguardo lungimirante la realtà ebraica italiana e il suo ruolo fondamentale nella costruzione del paese e nel suo rinnovamento. Che ci fosse una necessità di rinnovamento le era chiaro, un po’ per la sua conoscenza del mondo, un po’ per gli evidenti cambiamenti che la realtà del paese andava manifestando. E quando venne chiamata – dopo un mandato da vice-presidente – a ricoprire la carica di presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, i tempi erano decisamente maturi per mettere mano a importanti trasformazioni che hanno mutato nel profondo il modo degli ebrei di essere sé stessi in Italia. Nel concludere le lunghe trattative che avevano caratterizzato la redazione delle nuove intese con lo Stato e il nuovo Statuto dell’Unione, Tullia Zevi sottolineava un passaggio culturale cruciale quanto attuale: “L’Intesa – scriveva – riconosce la condizione ebraica nei suoi molteplici profili, […] una condizione che rivendica a sé una specificità non solo di ‘fede’ ma di ‘cultura’. Una cultura che si esprime anche in componenti che si sogliono definire ‘laiche’, ma che fluiscono da sempre – diverse ma non conflittuali rispetto a quelle in cui la rigorosa osservanza dei precetti assurge a espressione e regola di vita – nell’alveo profondo della storia e delle tradizioni dell’ebraismo italiano”.
Un ebraismo plurale, appunto, affermato con forza accanto alla fedeltà a una tradizione millenaria con l’intento di spiegarsi e di aprirsi alla realtà italiana. A segnare definitivamente l’importanza del ruolo giocato da Tullia Zevi, prima come Presidente e poi, negli ultimi anni, come impegnata personalità pubblica e – non da ultimo – come nonna affettuosa e dialogante, sta la decisa sottolineatura della necessità di partecipazione alla vita politica e culturale, del rifiuto di chiudersi in una concezione privatistica di comunità, e dell’affermazione del ruolo non solo legato alla “testimonianza” di una tragedia immane come la Shoah. Un ruolo che la signora Zevi descriveva in una bella intervista a Ruth Ellen Gruber come “una funzione che impone nuovi obblighi e responsabilità a proposito di razzismo, xenofobia, rispetto dei diritti umani, porgere la mano ai ‘nuovi’ altri. Non è un ruolo secondario – concludeva – ma lo sapremo onorare solo se sapremo nel contempo approfondire e trasmettere i nostri valori etici e religiosi”.

Gadi Luzzatto Voghera, storico