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…democrazia

Dal 18 giugno 1953, dopo la deposizione del Re Farouk e del figlioletto Fuad II e l’istituzione della repubblica, e fino a oggi l’Egitto è stato governato da quattro uomini, tutti militari: Muhammad Naguib (1953-1954), Gamal Abdel Nasser (1954-1970), Anwar Sadat (1970-1981), e Hosni Mubarak (1981-2011). Non si è mai creata in Egitto un’autentica società civile fondata sulla libera circolazione delle idee, la pluralità di partiti politici, una sana dialettica fra governo e opposizione, e una mobilità sociale che tenda a ridurre gli spaventosi dislivelli interni. L’unica forza politica e sociale realmente organizzata sono i Fratelli Musulmani, portatori di un’ideologia islamica integralista e ispiratori del Hamas a Gaza, che Mubarak ha cercato di sopprimere alle ultime elezioni parlamentari. Di fronte a questo, la polis europea ha soprattutto cercato di difendere i propri interessi economici nella regione, ma non ha fatto nulla per promuovervi una reale crescita democratica: forse per quel paternalistico illuminismo che riserva il rigore delle cose buone all’Occidente e destìna all’Oriente i prodotti di scarto. Alcune voci benpensanti hanno perfino individuato nella pace fra l’Egitto e Israele un OSTACOLO agli equilibri precari di un Medio Oriente sempre più islamico e alle sue transazioni con un’Europa sempre più incerta sulla sua vocazione cristiana e laica. Ora è giusto ed è facile chiedere per l’Egitto elezioni meno manipolate di quelle precedenti, come anche si affanna a raccomandare il presidente americano Obama che forse non ha meditato fino in fondo sulle conseguenze delle sue parole. Ma in democrazia dovrebbero contare molto anche i programmi dei partiti, la governabilità, la stabilità, e la trasparenza (come impariamo dalla situazione in altri paesi del Mediterraneo). Degli 80 milioni di Egiziani, solo il 20 per cento sono allacciati alla rete internet. In Israele, lo sono il 100 per cento. Ossia, con tutti i dislivelli nello sviluppo sociale e tecnologico, il numero di utenti in Egitto (16 milioni) è il doppio di quello in Israele (8 milioni). Nell’insurrezione popolare degli ultimi giorni abbiamo visto soprattutto questo 20 per cento di persone che sono aggiornate sulle vicende del mondo, avocano maggiore libertà in una società veramente democratica, si preoccupano soprattutto della promozione economica del loro paese, e sanno anche benino l’inglese. In questa fascia della società, i motivi anti-americani e anti-israeliani sono rimasti per ora ai margini della protesta. Ma il giorno delle elezioni, sarà l’80 per cento di non-utenti internet a determinare il risultato del voto. Nell’assenza di formazioni politiche genuinamente orientate verso la democrazia, ci si può chiedere con una certa inquietudine chi li porterà al seggio elettorale, e su quale piattaforma politica.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme