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Lo scrittore e il prigioniero

Il Tizio della Sera si domanda se quando uno scrittore manda in forma privata il suo romanzo con la storia della nazione a cui appartiene a un nemico prigioniero, stia spedendo in segreto il romanzo a un nemico e tradisca la propria nazione; oppure, spedendo sottovoce il romanzo, abbia cercato di scegliere la forma privata del dialogo, e volesse mostrare al prigioniero che contiene il nemico come siano le persone che tenta di uccidere, lo Stato che non riconosce. E così facendo, lo scrittore non si limiti a sapere dal giornale che il nemico è prigioniero, ma ora che il nemico è prigioniero, lo scrittore faccia il suo mestiere di uomo; scelga di non rinunciare, proprio col nemico, alle proprie prerogative umane; illustri la storia, lo spirito, la civiltà, la morale, la cultura della propria nazione. Faccia vedere al nemico che le persone della propria nazione non sono come le persone del nemico che mandano i propri compagni a scannare una famiglia nel buio di un villaggio, ma nel buio di un carcere faccia arrivare loro un libro da leggere. Se il romanzo fosse arrivato a destinazione e fosse stato letto, la persona dello scrittore avrebbe mostrato al nemico che vive nel corpo del prigioniero che i nemici sono persone e c’è un’universalità del mondo.
Che male c’è, nel bene?

Il Tizio della Sera