Il bosco

Il Tizio della Sera prende il caffè. E’ mattina. Sembra che non faccia niente, seduto nel tinello che gira il cucchiaino nella tazzina. Ma sta pensando. A un tratto, con quella che gli appare la profondità, ritiene che poi, il giorno dopo, tutto il ragionare del giorno prima apparirà semplice sragionare. Oppure mi sbaglio? sbadiglia il Tizio. Perché se come evidenzia la Storia, la persona umana invece è giunta all’età adulta, e dopo il fuoco e la ruota è arrivato alla penicillina, allora pensare non è vano. Questo è importante, assente mettendo lo zucchero nel caffè, perché lo ha girato senza averci messo lo zucchero. E se pensare è stato utile all’Uomo, conclude il Tizio, allora stamattina può pensare. Si siede sul divano. Anche se poi, pensa scostando i ferri da maglia che lo punzecchiano nelle natiche, non sappiamo quanto sia adulta la persona umana nel cammino lungo la Storia. Magari siamo sei miliardi di adolescenti. Tutto questo, pensa il Tizio, e lo fa per dire a sé stesso che di recente ha visto dall’esterno la sua persona – metaforicamente, che discorsi. Si è accorto che la maggior parte delle cose che pensa, dipendono dal fatto che ha paura. Lui pensa. E’ tutta una rete di pensieri: politica, idee. Ma è paura. E’ vero che è una lunghissima paura che aveva anche suo padre, il padre di suo padre, e quasi di sicuro il padre di suo padre. Ma non è solo Ephraim ad avere paura, con noi stavolta c’è anche il mondo: i ghiacci che si sciolgono, la crisi economica, l’arrivo di un asteroide. Chi c’è dietro a questo? E dietro a quello? E’ vero che dietro a questo e quello spesso c’è un qualcosa, ma l’investigazione e il timore non sono quello per cui siamo venuti al mondo. Allora la speranza è finita? si chiede il Tizio, che ha messo la panna montata nel caffè e la gradisce molto. Il Tizio si ricorda di una volta. Era ragazzo. Diciamo sui ventanni. Era estate. Si trovava in vacanza con due amici, in un piccolo paese di montagna. Avevano deciso di passare la notte al bosco, in tenda. A quei tempi non c’erano vere preoccupazioni, ma preoccupazioni create per essere veri; per esempio, giravano ragazzi fascisti che poi nessuno vedeva, a parte una volta o due, e poi diverse volte a Roma, che lì proprio sparavano; allora si pensava a prima, quando i fascisti erano tanti, comandavano, e i nostri genitori scappavano e dormivano in un bosco; e pensavamo a come bisognasse stare attenti anche adesso, perché era chiaro che i fascisti sarebbero andati in giro da un momento all’altro. E così, capito, lui e i suoi due amici erano andati a passare la notte al bosco e ormai era notte. Avevano messo la tenda nel fitto degli alberi, e dopo avere suonato la chitarra, erano andati a dormire, i suoi amici nella tenda, e lui che amava l’aria aperta, fuori, col sacco a pelo. Si era addormentato da un momento all’altro. A un certo punto, un gran fracasso. Un rimbombo. Una corsa di molti. Il giovane Tizio si tira su di scatto, in mezzo al bosco il rimbombo è vicino. Il Tizio urla: “I fascisti!”. In quel momento tra gli alberi, accanto a lui, nella penombra, dappertutto, sta galoppando una mandria di alci. Dieci, o cinquanta. Passano sbuffando, in un odore di selvatico.
Basta. Il rimbombo evapora. Fuori dalla tenda ci sono i suoi amici. In piedi, in mutande. Uno brandisce la torcia elettrica, accesa. L’altro si sta mettendo gli occhiali.
- Quelli, fa l’amico con la torcia, non erano fascisti.
E agita la luce in mezzo ai tronchi immobili.
- Erano animali, scuote la testa l’altro, mica fascisti.
- Sì, disse il giovane Tizio.

Il Tizio della Sera

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