Giornata della Cultura – Opinioni a confronto

L’annunciata presenza di Moni Ovadia alle manifestazioni organizzate a Siena in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica è destinata a fare molto discutere. L’attore ha più volte assunto posizioni estreme e scarsamente responsabili su Israele e i palestinesi. A che titolo la sua presenza potrà contribuire all’obiettivo della Giornata, che è comunicare all’opinione pubblica la realtà dell’ebraismo italiano? (Sebastiano Pavi, Bologna)

“Oportet ut scandala eveniant”. Letteralmente: è opportuno che gli scandali avvengano. Questa massima latina credo sintetizzi bene ciò che è accaduto nelle ultime settimane. A volte, per scatenare una giusta reazione o per far emergere un problema, è necessario un evento scandaloso. Nel caso di specie, la presenza dell’attore e regista Moni Ovadia il 4 settembre a Siena alla Giornata Europea della Cultura Ebraica, ha innescato un dibattito forte e a tratti provinciale. Moni – apprezzabilissimo divulgatore della cultura ebraica – ha in diverse occasioni espresso idee su Israele e sulla causa palestinese distanti anni luce da me e da molti di voi. Ciò nonostante l’ho sempre considerato un amico, un fratello e una persona in grado di raccontare l’ebraismo all’esterno in modo efficace e utile per tutti noi. Per questo ho deciso di invitarlo assieme ad altri ospiti, come l’editore della mitica Giuntina Daniel Vogelmann (autore di Le mie migliori barzellette ebraiche), a Klaus Davi (massmediologo) e a Massimo Caviglia (autore satirico) al talk sull’umorismo ebraico “Da Abramo al Web… l’umorismo ebraico di ieri e di oggi”. In molti mi hanno criticato per aver osato invitare Moni alla Giornata del 4 settembre. Colgo quindi questa occasione che mi dà il direttore di Pagine Ebraiche per spiegarvi le mie ragioni. La Giornata della Cultura Ebraica è l’unico appuntamento aperto al mondo esterno di una certa rilevanza. È l’occasione per noi di aprire i nostri monumenti e tesori ai concittadini, di far conoscere l’immenso patrimonio artistico culturale presente in Italia. L’obbiettivo è chiaro: diffondere la cultura ebraica e far capire quanto sia un patrimonio di tutto il Paese. Che c’entra Israele e la sua politica? Che c’entra la Giornata della Cultura con le personali posizioni dell’attore Ovadia? Nulla, assolutamente nulla. Il mio obbiettivo era ed è fare a Siena il tutto esaurito, portare le persone per un paio d’ore a ridere e a riflettere sull’umorismo ebraico, per questo – mi sono detto – chi meglio di Moni e degli altri ospiti, può interpretare questa situazione? Tutto qua. Non commettiamo l’errore di fare ciò che i nostri cugini fanno abitualmente, cioè la Fatwa. Non appartengono alla nostra cultura l’ostracismo e l’emarginazione: noi siamo il popolo del libro, quello che si accapiglia, litiga, discute per secoli sull’interpretazione di una norma, non siamo certo quelli della “messa al bando” del pensiero che non ci piace. I roghi dei libri e delle idee lasciamoli fare a chi, ieri e oggi, ha tentato e tenta di distruggere il nostro popolo. Mi fa orrore pensare che qualcuno possa dire “tu non sei un mio fratello, tu non puoi parlare!”. Per questo mi è tornata alla mente una storiella dal titolo Chi è ebreo?, tratta dal libro di Vogelmann. Pechino. Un turista americano, sfogliando la sua agendina, si accorge che è il giorno di Kippur. Senza sperarci troppo, chiede al portiere d’albergo: ”Scusi, c’è una sinagoga a Pechino?”. “Celto signole. Plima a destla e seconda a sinistla”. Il turista si reca quindi in sinagoga, che è piena di gente che prega. Poco dopo un cinese gli si avvicina e gli chiede: “Scusi, lei è EBLEO?”. “Si”. “Stlano, non sembra ebleo” Questo piccolo scandalo creato nella vivace Comunità ebraica di Siena / Firenze (che ringrazio per la libertà creativa e la fiducia che mi hanno concesso) ci serva da lezione. Apriamo le nostre sinagoghe, mostriamo i nostri libri, cerchiamo di essere sensibili alla diversità. Siamo figli del nostro tempo e probabilmente mutuiamo dal contesto in cui viviamo pregi e difetti. In questa polemica abbiamo mostrato di essere terribilmente italiani e quindi: “Oportet ut scandala eveniant”, appunto!

David Parenzo



Ho letto con meraviglia mista a delusione l’annuncio della presenza di Moni Ovadia alla manifestazione capofila della Giornata della cultura ebraica di quest’anno, giustificato anche su Pagine ebraiche nella forma inconsueta di una risposta dell’organizzatore David Parenzo alla lettera di protesta di un lettore. Parenzo auspica “ut scandalia eveniant” su questa presenza ed è il caso di accontentarlo. E’ vero innanzitutto quel che scrive il lettore: La Giornata si suppone fatta per “comunicare all’opinione pubblica la realtà dell’ebraismo italiano”. Benché organizzato a livello europeo, la Giornata da noi un biglietto da visita, una presentazione pubblica della cultura, dunque anche dei valori dell’ebraismo, come lo si intende in Italia. Capita dunque che alla sua manifestazione principale della Giornata, quella che si svolge a Siena, la comunità organizzatrice di Firenze inviti una persona la quale usa scrivere sui giornali che “in Israele c’è al governo una coalizione sostenuta da razzisti e da fanatici religiosi colonialisti” (“L’unità” 14.10.10) tanto che “ha condannato i palestinesi a diventare cittadini di seconda classe espropriandoli giorno dopo giorno delle loro terre e della loro vita con la violenza dell’occupazione e del colonialismo” (11.12.10) e “uno dei suoi più recenti provvedimenti di legge, approvati per ossequio alle componenti più reazionarie, razziste e fanatiche della sua compagine di governo, è riuscito ad esprimere una sintesi di sprezzo per la democrazia e di stupidità che merita il podio olimpionico”. (16.7.11) Certamente la colpa è “del rambo Ehud Barak che nel cervello al posto dei neuroni ha proiettili.” (20.8.11). Eccetera eccetera. Tutti ricordano del resto la firma di Ovadia fra quelle che patrocinavano la flottiglia di appoggio a Hamas che si è ridicolmente impantanata in Grecia un paio di mesi fa e molti l’hanno sentito dire cose ancora più esplicite contro lo Stato di Israele, il governo attuale e praticamente tutti quelli precedenti. Dunque, il cittadino che legge e ragiona, con le cui tasse (l’8 per mille) è pagata tale presenza, può essere autorizzato a pensare che questa possa essere la posizione della Comunità ebraica di Firenze che organizza la manifestazione, dell’Ucei che la promuove, in breve degli ebrei italiani; o almeno che questa sia considerata nell’ebraismo italiano una posizione accettabile, una delle tante nella dialettica comunitaria. Io spero e confido che non sia così, so che per molti non lo è; ma mi piacerebbe che ci fossero delle prese di posizioni precise per rassicurare me (e soprattutto il resto degli italiani interessati). L’organizzazione politica degli ebrei italiani appoggia ancora Israele? Considera accettabile definire i suoi ministri “razzisti”, “colonialisti”, “stupidi”, “fanatici” e quant’altro? Pensa che bisogna portare soccorso ad Hamas con flottiglie e altri mezzi rompendo il blocco israeliano o no? Il dubbio è lecito. Lo chiedo ai consiglieri dell’Ucei, ai presidenti delle comunità, in particolare a quella di Firenze. Lo chiedo anche a Haim Baharier, invitato anche lui a Siena, perché è il mio maestro ed è considerato tale anche da Ovadia. Ricordo con sollievo e gratitudine sue espressioni ben diverse su Israele. L’ho sentito dire una volta che tutti gli ebrei sono israeliani in esilio, e da allora ho capito meglio la mia posizione. In realtà questa faccenda è ancora un po’ peggiore di così. Perché un dissenso politico, perfino il tradimento del proprio popolo, sono problemi seri, che hanno una dignità storica se non morale. Si può discuterne. Del buon uso del tradimento, ricordo, è un bel libro dello storico Pierre Vidal-Naquet, che cercava di rivalutare la scelta di Giuseppe Flavio di disertare il fronte della guerra contro i Romani. Ma qui, come spiega David Parenzo, che ha curato il programma per la comunità di Firenze, “il mio obbiettivo era ed è fare a Siena il tutto esaurito” o, per uscire dalla logica pura e semplice del botteghino, “diffonde­re la cultura ebraica e far capire quanto sia un patrimonio di tutto il Paese.” Se è questo l’obiettivo, certamente ci si può legittimamente chiedere come fa Parenzo “che c’entra Israele e la sua po­litica?”. Già che c’entra Israele con la cultura ebraica? O meglio, che c’entra la cultura ebraica, “questa” cultura ebraica con Israele? Ecco il problema vero che pone la presenza di Ovadia a Siena, al di là del suo livore antisionista. C’entra o non c’entra la cultura ebraica, la sua cultura ebraica con Israele e con la sua identità? A me sembra proprio di no; ma proprio per questo ritengo opportuna una riflessione pacata ma un po’ più profonda, che cerchi di comprendere che cosa si intenda per “cultura ebraica” oggi, a parte ” i nostri monumenti e tesori … l’immenso patrimo­nio artistico culturale [ebraico, immagino] presente in Italia.” Bisogna partire proprio dal caso personale di Moni Ovadia. “apprezzabilissimo divulgatore della cultura ebraica…in grado di raccontare l’ebraismo all’esterno in modo effica­ce e utile per tutti noi,” come scrive ancora Parenzo. Non c’è dubbio che Ovadia sia un ottimo uomo di spettacolo ed è chiaro a tutti che egli si è ritagliato una maschera da ebreo che utilizza senza troppe differenze dentro e fuori i suoi spettacoli. Per mestiere Moni Ovadia infatti “fa l’ebreo”: quando racconta barzellette e quando interpreta a modo suo la storia di Babel e di Kafka, quando parla del conflitto in Medio Oriente o quando si occupa di Berlusconi. Essendo anche ebreo di nascita, essendosi trovato i giusti maestri e modelli da imitare, risulta molto “efficace”; ma si tratta comunque di una maschera teatrale – tant’è vero che il personaggio che interpreta – a teatro e nella vita – parla con pesante accento askenazita, mentre chi lo conosce sa che la sua origine è sefardita e il suo modo di parlare normalmente italiano: altri suoni, altri sapori, altri mondi, quelli della persone e quelli della maschera. Il caso della lingua è solo un indizio, ma ce n’è altri: la vistosa kippà vagamente arabeggiante che porta quasi sempre in testa, o le frequenti citazioni e reinvenzioni di pensieri religiosi – veri o falsi che siano, essi sono resi inautentici o piuttosto finzionali dal fatto elementare che egli per sua stessa pubblica dichiarazione “non credente”. Un ebreo non credente (o piuttosto credente solo nella rivoluzione, non nel divino) che porta la kippà e cita il Talmud – un ossimoro, una caricatura, qualcosa che comunque toglie il loro senso sia alla kippà che al Talmud. E’ un ebreo, senza dubbio; ma un ebreo sefardita che recita la parte dell’askenazita, un ebreo ateo che recita la parte del religioso, un ebreo che parla continuamente dei suoi – come dire – correligionari, ma che di fatto e apertamente privilegia dei valori politici astratti alla solidarietà con il suo popolo, anzi lo considera in maggioranza “razzista”, “fanatico”, “colonialista” ecc. Un ebreo, che per l’appunto, non sopporta Israele e appartiene a un mondo askenazita di facola che non c’è e non c’è mai stato. Dunque allo stesso tempo è un ebreo, ma anche la simulazione di un ebreo, lo stereotipo, la caricatura: un ebreo da teatro. Lo dico con tutto il rispetto, da vecchio frequentatore di teatri (e anche dello stesso Ovadia). E’ dunque sì un “apprezzabilissimo divulgatore”, ma quel che passa per la sua macchina divulgativa ne esce trasformato, teatralizzato, svuotato, trasformato in fantasma o favola. L’ ebraismo che comunica non è il banale (o serio) succedersi di funzioni e ricorrenze, preghiere e studio, testi e precetti che da millenni segna la vita degli ebrei normali, anche dei grandi geni. No, il suo ebraismo è qualcosa di assai più romantico, “un capolavoro ineguagliato: una nazione e un popolo dell’esilio, fra i confini, oltre i confini, a cavallo dei confini, una nazione non vincolata a uno specifico territorio, né a vocazioni nazionaliste” (“Il Riformista”, 11.12.10) “pura poesia e spiritualità” “cancellata dalla follia umana dalla sera alla mattina”, “alcune tra le più alte vette del ’900: da Freud a Kafka, da Einstein a Marx, da Mahler a Proust”. (“Libero”, 25.3.11). Che poi i villaggi ebraici in Ucraina e Bielorussia fossero miserabili, che vi regnasse la fame, che da un secolo prima del nazismo ci fosse una massiccia emigrazione a Ovadia, non interessa. Ripeto, il problema non sono queste idee di Ovadia e la loro approssimazione storica (in particolare la grande rimozione della cancellazione comunista dell’ebraismo orientale, che precedette e poi completò quella nazista). Come uomo di spettacolo, Ovadia ha un diritto istituzionale alla cartapesta che rispettiamo. La barzelletta deve far ridere, la tirata deve far piangere – la verità non c’entra, conta il “tutto esaurito”. Il problema è che anche la “cultura ebraica”, intesa come “monumenti e tesori” ecc. soffre dello stesso male, diciamo una visione ossificata, stereotipata, nel migliore dei casi museale, nei peggiore consumista e caricaturale dell’ebraismo. L’ebraismo come un oggetto da divulgare, una merce culturale da promuovere, un panda cui procurare simpatia. Una visione un po’ distorta, romanticizzata, aiuta – per il “tutto esaurito” e par la simpatia. E anche un certo distacco da Israele, un posto così reale da non poter essere perfetto, dove bisogna anche difendersi dagli attentati e usare le armi, una distinzione che politicamente premia nell’Italia catto-comunista. Che c’entra la leggiadra cultura ebraica “piena di tesori” con un posto dove gli ebrei lottano per non farsi travolgere? Benissimo, il “tutto esaurito” è assicurato. Ma si tratta di una deformazione profonda della cultura ebraica vera, che è stata innanzitutto comunità e fede e pensiero e elaborazione degli ambiti della tradizione (halakhà, kabbalah ecc.). La cultura ebraica non è quella dei singoli ebrei importanti e “creativi” che per lo più hanno rifiutato l’appartenenza dei padri – come tutti quelli citati nell’elenco di Ovadia. Se è viva, è pratica dell’ebraismo e riflessione su di essa – cose che difficilmente si possono mettere in mostra. Salvo casi di sconcertante automuseificazione come quel “vero matrimonio” cui l’anno scorso “si pot[è] assistere nell’ambito delle manifestazioni organizzate per l’Undicesima Giornata Europea della Cultura Ebraica” – almeno a credere alla cronaca del “Messaggero”, 5.9.10. Tutto esaurito anche lì, immagino. Insomma, l’invito di Ovadia annuncia per l’ebraismo italiano qualcosa di anche peggio della rinuncia a prendere le distanze dall’ostilità a Israele: una sorta di auto-spettacolarizzazione dell’agonia che a me ricorda quel racconto di Kafka intitolato Il digiunatore: “Tutta la città si occupava allora del digiunatore; a ogni giorno di digiuno aumentava l’interesse del pubblico, tutti volevano vedere il digiunatore almeno una volta al giorno [...] quando il tempo era bello la gabbia veniva trasportata all’aperto e allora erano specialmente i bambini a cui era mostrato il digiunatore” E però, la gloria passa: “Mentre prima meritava mettere su spettacoli di questo genere per proprio conto, oggi sarebbe assolutamente impossibile. Erano altri tempi, quelli.” Questo è il problema della “cultura ebraica”, di essersi volontariamente trasformata in uno spettacolo per il momento popolare e dunque probabilmente domani non più. Come scrisse l’anno scorso il rav Riccardo Di Segni, della stessa manifestazione: “Mantova ebraica purtroppo oggi è, con i circa suoi 60 iscritti e un passato glorioso, con le Sinagoghe autodemolite, l’emigrazione, la shoà e tutto il resto, e malgrado gli sforzi dei suoi dirigenti, una comunità al limite dell’estinzione, dove il prodotto culturale rilevante è un volume sui cimiteri. Bisogna comprendere il senso allarmante di questo dato. La Giornata della Cultura rischia di diventare un’elegante passerella su un passato glorioso. Le priorità dell’ebraismo italiano che malgrado tutto è vitale sono altre.” L’ebraismo italiano rischia oggi di virtualizzarsi, di trasformarsi in simulazione di se stesso, di non avere più una cultura, sia in senso antropologico (le pratiche ebraiche che riguardano una percentuale sempre molto bassa delle nostre comunità) sia nel senso “alto”, di produzione culturale vera e di ebraismo vero. In cambio si rappresenta sempre più come folkloristico, come produttore di barzellette, come innocuamente pittoresco e simpatico, ben lontano dagli israeliani che hanno “proiettili al posto di neuroni” nel cervello. Così ovadizzato, trasformato in cartapesta e barbe finte e vecchie barzellette sempre uguali, otterrà certamente il “tutto esaurito”, ma non ci sarà più. Come il digiunatore di Kafka infine abbandonato dalla folla e scoperto dai guardiani “sotto la paglia sporca” “in una gabbia vuota”, a “digiunare ancora” scusandosi per farlo, fino alla morte.

Ugo Volli

Vorrei rispondere a David Parenzo, che conosco e stimo, sull’invito rivolto a Moni Ovadia a partecipare a un dibattito in occasione della Giornata della Cultura Ebraica. In linea di principio sono d’accordo con lui sul fatto che Ovadia, che rappresenta una parte a me lontana dell’ebraismo italiano, possa partecipare alla manifestazione del 4 settembre, e sono sicura che con la sua presenza il pienone è assicurato, ma…..c’è una cosa che non mi sembra sia ancora stata risolta. Mi riferisco all’episodio di Itamar, allo sgozzamento della famiglia Fogel, episodio di inaudita violenza e di inaudito terrorismo, che può essere paragonato agli omicidi dei nazisti, sul quale non ho ancora sentito la sua ferma e decisa condanna. Se lo ha fatto, non è apparso sui quotidiani, e siccome lui è solito scrivere sull’Unità, non mi risulta che abbia fatto un comunicato ad hoc. E questa mancanza fa la differenza, poiché lui non perde mai l’occasione di esprimere giudizi pesanti e condanne senza appello sulle scelte del governo israeliano. Che c’entra Israele, dici tu….beh Israele ormai c’entra, è un paese al quale siamo legati e comunque, volenti o nolenti, i media ci hanno associati a questo stato, tanto che addirittura alcuni esponenti politici della sinistra (il precedente ministro degli esteri) ha addirittura chiesto alla comunità ebraica di dissociarsi dalla “folle politica israeliana”.
Non voglio adesso rinvangare vecchie polemiche, dico soltanto che a un personaggio così discusso e discutibile, forse sarebbe stato meglio non rivolgere un invito.

Ester Picciotto


L’invito alla Giornata della Cultura Ebraica a Moni Ovadia, sembra aver trovato finalmente la giusta motivazione: il personaggio è famoso, fa audience… perché allora non invitare anche qualche negazionista della Shoah, o magari un esponente di Hamas; oppure mandiamo come moderatrice qualche bella ragazza in abiti succinti con rissa finale …
Alcuni anni fa quando in Germania venivano proposti spettacoli antisemiti , la comunità comprò tutti i biglietti, per far trovare una sala desolatamente vuota; sarei felice di comprare il mio biglietto per lo spettacolo di Moni Ovadia.

Michele Steindler


Quale presidente della Comunità di Firenze mi sento chiamato in causa dai recentissimi anche autorevoli scritti su L’Unione informa – Moked in merito all’affare “Siena – Parenzo – Ovadia” e ritengo mio dovere prima di tutto ringraziare pubblicamente David Parenzo per essersi offerto quale organizzatore di un talk show sull’umorismo ebraico, aspetto dell’ebraismo non sempre fatto conoscere adeguatamente al grande pubblico. Egli ha coinvolto “quattro amici” con i quali condurrà l’evento, e ci ha assicurato che i limiti del tema assegnato non saranno oltrepassati da nessuno.
Io non conosco direttamente David Parenzo, ma lo apprezzo come giornalista serio, attento, sensibile e stimato. Egli ha sposato una ebrea senese, figlia di un ebreo fiorentino che si traferì a Siena circa quaranta anni fa; ritengo che questo legame familiare abbia influenzato la sua iniziativa e la sua offerta nella presente occasione di Siena città capofila.
Desidero poi rassicurare qualsiasi “cittadino che legge e che ragiona” che tale evento è, ad eccezione del rimborso del biglietto del treno, assolutamente gratuito sia per la nostra comunità che per UCEI, avendo Parenzo offerto gratuitamente il suo intervento ed ottenuto la stessa cosa dai suoi “quattro amici”.
Auspico pertanto che la Giornata del 4 settembre 2011 sia vista e vissuta come una vera festa della Comunità degli ebrei italiani.

Guidobaldo Passigli, presidente della Comunità ebraica di Firenze


Secondo il mio modesto parere l’idea di invitare alla giornata della cultura Moni Ovadia è quantomeno masochistica. Trovo poi a dir poco utilitaristico e privo di base etica la pretestuosa giustificazione di David Parenzo: se conta solo l’audience, allora facciamo a gara a chi è più in gamba a invitare i maggiori nomi (non c’è che l’imbarazzo della scelta) di delegittimatori di Israele, meglio se ebrei. Facciamoci del male…
Perciò la penso come Michele Steindler e Ester Picciotto, che si sono espressi fin troppo moderatamente.

Davide Nizza



L’”affaire” Moni Ovadia non è poi così originale: credo infatti che a tutti coloro che si occupano di vita comunitaria, nell’espletare il proprio incarico, siano sorti talvolta dubbi circa l’opportunità di alcune partecipazioni, magari anche di spessore culturale, a proprie iniziative.
In genere accade con personaggi molto amici, in prima fila nella Giornata della Memoria e situazioni similari salvo poi sfogarsi contro Israele con tale odio da sconfinare, anche abbondantemente, nel pregiudizio.
Insomma, quelli che amano molto gli ebrei da commemorare e per niente quelli che hanno ricostituito uno Stato, ci vivono o lo sostengono…
E’ capitato anche me e non mi pento di essermi opposto,per quanto ho potuto, a quella che mi pareva una celebrazione facilmente equivocabile e strumentalizzabile di un personaggio,di indubbia caratura culturale, ma politicamente assai strabico nel guardare agli ebrei ed a Israele.
Il caso Ovadia ovviamente differisce, per certi versi si potrebbe anche dire che è più grave, per il fatto che è interno al mondo ebraico, in verità più di scena che realmente vissuto o praticato, ma per favore non buttiamola sul diritto d’opinione.
Se indubbiamente, da liberale, mi è caro il diritto di libertà d’opinione di ciascuno, in corretti ambiti di reciproco riconoscimento e rispetto,altrettanto cara mi è però la mia libertà di non sentirmi rappresentato da questo o quel personaggio e credo, augurando la miglior riuscita alla Giornata della Cultura che il Presidente fiorentino Passigli auspica opportunamente che sia “una vera festa della comunità degli ebrei italiani”, che in certi contesti sia assai più opportuno optare per ciò che unisce.
Anche “not in my name”, comunque, è un diritto.

Gadi Polacco

Con mia moglie, mia sorella e mio cognato avevamo deciso di prenderci quattro giorni e partecipare a Siena alla settimana della cultura ebraica. Alla notizia della presenza di un antisionista e quindi antisemita con kippà e milà, alle cerimonie programmate, abbiamo deciso di annullare il nostro programma.
Vergogna ed ancora vergogna.

Settimio Di Porto

Per restare in tema, sarebbe interessante sentire in che modo – sicuramente ebraicamente umoristico – Moni Ovadia commenterebbe questo suo scandaloso scritto comparso sul sito dell’Unità lo scorso 15 aprile 2011. So che leggendolo rimasi senza parole! Non sapendo più da che parte girare la frittata di Arrigoni ucciso dai fondamentalisti anziché dagli israeliani, Ovadia ha scritto questo commento semi-delirante che, voglio sperare, David Parenzo non ha mai letto ….

“È stato ferocemente giustiziato Vittorio Arrigoni uno dei nostri. Non il militante di una fazione, non solo o non tanto un pacifista o un sostenitore della causa palestinese ma un essere umano che conosceva il significato di questa parola. Essa implica un dovere animato da una passione irreprimibile. Il dovere di stare a fianco al povero, all’oppresso, al perseguitato;i brutali esecutori dell’orrore sarebbero degli islamisti salafiti, vedremo. Ma i mandanti non sono loro. Il mandante della violenza è l’oppressione, l’ingiustizia, il privilegio, il razzismo. Vittorio era a fianco del popolo palestinese, dei suoi bambini, delle sue donne e dei suoi vecchi, come lo sono molti di noi pur senza la sua coraggiosa determinazione e la sua totale dedizione, perché la popolazione civile di quel popolo da 45 anni subisce la violenza di un’occupazione e di una colonizzazione illegale, ingiusta, violenta che per gli abitanti di Gaza oggi si è trasformata in un vero assedio che strangola in un diuturno stillicidio la sua economia, la sua vita, il futuro dei suoi fanciulli e dei suoi adolescenti.
I mandanti morali di questo ennesimo orrore sono gli sgherri di questo status quo che si sottraggono alla giudicabilità grazie alla sconcia inerzia della vile comunità internazionale. E questo ignobile status quo, voluto per cancellare l’identità di un popolo, proseguirà il suo sporco lavoro. Intanto, in tv, ascolteremo i ributtanti discorsi di circostanza dei soliti soloni che ci spiegheranno che la colpa è tutta del fanatismo islamico che non vuole accettare la superiorità della democrazia di occupanti e di democratici coloni fanaticamente religiosi.”
Moni Ovadia

Liana Rando Peters

Sostenere che Moni Ovadia neghi la Shoah è puro delirio e disinformazione. Non so a cosa serva scrivere falsità del genere visto che gli spettacoli di Moni Ovadia possono essere visti e letti da un vasto pubblico che può constatare la falsità scritta da Michele Steindler. Pubblicare falsità del genere danneggia moked e la sua credibilità.

Marco Sbandi


Mi inserisco da giornalista professionista nel dibattito sul caso Ovadia. Trovo francamente discutibile la “tesi” dell’informazione spettacolo. E’ il solito andazzo al quale siamo – purtroppo abituati – che snatura il mestiere del giornalismo e che fin troppo spesso vede protagonisti proprio noi giornalisti. A dir la verità tutto ciò è fin troppo comprensibile: l’importante non è parlare di cose decisive per le sorti del mondo ebraico; di nuove tecnologie, magari di “disinformazione”, sviscerando temi che “navigano” su Internet (o 2.0) che dir si voglia, su nazisti, complottisti di ogni risma, magari al soldo di questo o quel regime fondamentalista, sul ripescaggio e amplificazione di famigerate liste di proscrizione (basti vedere le recenti segnalazioni del Cdec) o digitare semplicemente “Jud Suss” o “Der Ewige Jude” sul proprio computer per trovare non solo le edizioni originali o quelle in italiano (con tanto di commenti entusiastici e/o di condanna). No, niente di tutto questo. Più facile affrontare il tema del witz ebraico. (Oh come sono simpatici gli ebrei, che geni…). E allora niente di meglio che mettere insieme chi sa sfruttare a dovere questa forma di “marketing giornalistico”. Fa più richiamo. Garantisce la sala piena! Allora meglio avere Moni Ovadia. Triste, ma vero.

Paolo Navarro Dina


Per quanto poco possano piacere le idee di Moni Ovadia e la sua ostilità nei riguardi di Israele, è difficile condividere le posizioni di ostracismo umano, artistico e intellettuale che si stanno esprimendo in varie sedi e con vari livelli di animosità. Ci hanno insegnato che siamo il popolo del Libro e il popolo del dialogo. Dialogo significa confronto, non sempre e necessariamente identità di vedute. Se fossimo sempre d’accordo non sarebbe necessario dialogare. E dialogare con chi la pensa come te dà assai poco gusto e produce pochissimo progresso intellettuale. Se i nostri Maestri fossero stati sempre d’accordo su tutto non sarebbe stato scritto il Talmud. Ma per fortuna il Talmud è stato scritto, ed è lì a indicarci il valore del dibattito, della disputa, della controversia, della polemica. Il resto, il suo opposto, si chiama ostracismo e tirannia culturale. Possiamo mettere il silenziatore alle parole, non alle idee. Tanto vale confrontarsi alla pari. Certo, costa fatica: la fatica di sostenere le proprie tesi e battersi per esse in un libero confronto, dando la possibilità all’altro di esprimere il proprio disaccordo.

Dario Calimani

Non l’avrei invitato Moni Ovadia perché mi è un po’ antipatico. Non l’avrei invitato perché artisticamente non mi piace, mi sembra vagamente un guitto. Non l’avrei invitato perché suona e canta, recita e ballonzola, ma come pensatore non mi sembra poi così profondo. Non l’avrei invitato perché rappresenta un fastidioso ammiccamento a quelle frange di sinistra che vuole vedere e prende in considerazione una sola interpretazione di “quella” storia. Non l’avrei invitato perché ha avvallato una vicenda tragica, quella di Arrigoni, che era una storia di odio per quanto maldestramente cammuffata. Non l’avrei invitato perché, come tanti, ha apertamente sostenuto la Freedom Flotilla ma non ha mai, per quello che ne so, invitato a organizzare una Freedom Carovana verso le terre dei curdi, dei siriani, degli yemeniti, degli iraniani, dei tunisini, dei palestinesi in Libano o in Siria ed anche degli abitanti di Gaza, forzando però il confine egiziano, tanto per cambiare. Non l’avrei invitato perciò e non credo che lui se la sarebbe presa a male perché ha evidentemente interesse per altro ed è un suo diritto. Poi ho letto del suo percorso psicanalitico sull’Espresso e del suo sogno in cui racconta di un padre che se ne va, lasciandolo solo. E allora, anche se lui parla di riconciliazione con la famiglia, immagino che la sua sia in realtà una separazione da un padre che forse gli rappresenta tutto ciò che è ebraico; ed è, forse, il suo legittimo cammino di ricerca di un’autonomia personale, se scusate la psicanalizzazione forzata. E forse ha anche la pretesa che ciò che è ebraico debba essere sempre più giusto, pulito, cristallino di quanto non gli sia evidentemente sembrato. E non è che abbia tutti i torti, anch’io preferirei che Israele fosse sempre eticamente, moralmente ineccepibile, cosa che non è, parliamoci chiaro: gli israeliani sono buoni e cattivi, generosi e arroganti come tutti gli altri, né più né meno, ma con una storia particolare che nessuno ha il diritto di dimenticare. Quindi, un po’ di comprensione forse gliela dobbiamo, ma lasciamo che faccia il suo (poco o tanto) rispettabile cammino… altrove. Non dimentichiamoci però che chi lo ha invitato aveva forse (e ripeto forse, è solo una mia ipotesi) l’intento di distinguere l’ebraismo da Israele e Israele dai coloni e questo, che piaccia o no, è assolutamente, indiscutibilmente, fermamente legittimo. Sempre.

Fabio Della Pergola


Le ultime quattro edizioni della Giornata Europea della Cultura Ebraica, per la quale ricoprivo fino allo scorso anno la delega di consigliere Ucei, hanno visto partecipare nelle città capofila, e in tutte le altre comunità e sedi referenti del territorio nazionale, personaggi, rabbini emeriti nonché esponenti della cultura ebraica più svariati, senza accendere mai alcuna polemica.
Oggi osservo da una posizione più defilata, e avendo letto tutti i commenti che sono stati pubblicati da l’Unione informa, che questa edizione, ha visto il nascere di una serie di polemiche scaturite per l’invito da parte di David Parenzo a Moni Ovadia di partecipare ad un evento nella città capofila Siena, sede di una piccola ma importante storica comunità.
Tutti conoscono la notorietà del personaggio Moni Ovadia dal punto di vista teatrale e artistico. Molti gli riconoscono l’indubbio spessore culturale e umoristico dal punto di vista ebraico e ne hanno apprezzato le doti e le peculiarità nel suo fare teatro.
Molti altri però ancora conoscono anche le posizioni ideologiche di Moni Ovadia su Israele e sul conflitto mediorientale facendogli assumere il più delle volte esternazioni difficilmente condivisibili e in alcuni casi (vedi Flottilia) assolutamente condannabili da un punto di vista intellettuale. Liana Rando Peters ne ha citato ad esempio un articolo apparso poco tempo fa su l’Unità (caso Arrigoni). Se ci sono state e continuano le polemiche in ambito ebraico, delle buone ragioni devono pure esserci. Alcune di queste sono state illustrate da Ugo Volli e anche da altri commentatori.
Non ho dubbi, che David Parenzo abbia preso questa decisione in buona fede, sicuramente d’accordo con i dirigenti della comunità di Siena e di Firenze, forse però sottovalutando le reazioni che questa decisione avrebbe provocato in una buona parte dell’ebraismo italiano.
Pur riconoscendo l’ autonomia di chi organizza gli eventi per questa manifestazione, penso, che a quattro giorni dall’apertura sia importante ora mantenere il senso delle istituzioni e andare avanti, nonostante il caso Ovadia, in modo da far svolgere serenamente la manifestazione nella città capofila.
Penso inoltre, con altrettanta certezza, che in questo momento in cui Israele è attaccata ai suoi confini e al suo interno, ed è messa a rischio la sua sicurezza, come abbiamo e stiamo purtroppo osservando in questi giorni, questo invito risulti quanto meno inopportuno e non consono alla situazione umorale degli ebrei e che lo Stato d’Israele sta vivendo, anche perché non mi pare che il tema di questa edizione, nello specifico, sia l’umorismo teatrale e tanto meno la questione mediorientale.
Tutto ciò non esime in futuro, poichè le nostre istituzioni e vite comunitarie hanno profondamente bisogno di una ricucitura al proprio interno affinchè si riducano le distanze ideologiche evidentemente ancora troppo forti, che si possa organizzare in una qualsiasi sede comunitaria,un confronto – dibattito civile tra le posizioni di Ovadia , e di qualche altro importante esponente che sia autorevole controparte. Probabilmente per quest’ultima ci sarebbe una lista lunga, e magari nelle vesti di moderatore, chissà proprio David Parenzo.
Siamo tutti ebrei e fratelli, così affermano i nostri Rabbanim, così come i membri della povera famiglia Fogel sgozzata nel sonno a Itamar, e così quindi alcuni intellettuali ebrei, che purtroppo però hanno difficoltà qualche volta ad osservare la realtà che è sotto i nostri, i loro occhi.

Yoram Ortona

Ho letto con costernazione crescente la gran quantità di brevi saggi e missive inviate a questa bella testata in relazione all’affaire Moni Ovadia. Non voglio entrare nel cuore della questione ma condividere una per me triste constatazione. Nemmeno un decimo delle reazioni suscitate dalla preannunciata presenza di un pur assai noto personaggio a un dibattito sull’umorismo sono state evocate dall’appello della Comunità di Trieste per gli orfani ebrei di Minsk che muoiono di fame, né dalle accorate parole del rabbino capo di Roma sulla sterilizzazione delle donne rom nella vicina Slovacchia, paese membro della UE, o sulle decine di cadaveri di immigrati che galleggiano nel Mare Nostrum – nell’almeno apparente indifferenza generale – e dei nostri correligionari. Un grande successo per Ovadia e le passioni che, a quanto pare egli solo, riesce a suscitare fra gli ebrei italiani; una grande sconfitta per noi.
Laura Mincer

Ho letto con divertito sconcerto le critiche che mi vengono rivolte per aver osato invitare ad un incontro dedicato alla Cultura ebraica l’amico attore Moni Ovadia, manco fosse il boia delle Ardeatine Pribke!
Nel mio intervento di qualche giorno fa ho parlato di “scandalo”, ovviamente l’ho fatto inchiave ironica visto che, dal mio punto di vista, non vi è scandalo alcuno nell’invitare Ovadia a parlare di umorismo alla giornata della cultura.
L’ottusità di una parte della nostra piccola comunità mi fa paura. L’oscurantismo e le fatwe sono quanto di più lontano possa esistere dal popolo del libro. In particolare mi hanno colpito le critiche del Prof. Volli, un intellettuale, un grande semiologo italiano cresciuto alla scuola di Luodovico Geymonat e che come tale dovrebbe quindi ben conoscere il concetto di “ironia”.
‘Oportet ut scandala eveniant ’ (è opportuno che gli scandali vengano alla luce ndr) è chiaramente una iperbole dissacrante,cos’ come il pretesto del nome Ovadia per richiamare le persone. Non si tratta di “fare ascolto” o il tutto esaurito (obbiettivo comunque nobile!) ma di ottenere un buon dibattito sulla satira. Stop. Dov’è il crimine?
Come Volli sa bene, il 4 di settembre in tutta Europa si celebra questo evento con il medesimo scopo: aprire i nostri tesori (monumenti, idee e persone) ai concittadini. Stop. Nulla di più. Da feroce sostenitore di Israele, da sionista convinto e da persona che considera Nethanyau un bravo capo di Stato e alle volte un pericoloso moderato…non vedo che cosa c’entri tutto questo con Ovadia e la sua presenza a Siena.
Volli, come molti, è vittima della cosiddetta “fatwa ebraica, quel terribile morbo che da qualche anno fa etichettare come “nemici del popolo” o peggio “non fratelli” (linguaggio para n’dranghetista) tutti coloro i quali esprimono critiche rispetto alle politiche messe in atto dal legittimo governo di Eretz Israel.
Nel suo accorato j’accuse nei confronti della presenza dell’attore nella piccola città Toscana, il semiologo si domanda: “L’organizzazione politica degli ebrei italiani appoggia ancora Israele? Considera accettabile definire i suoi ministri “razzisti”, “colonialisti”, “stupidi”, “fanatici” e quant’altro?” Rispondo io per tutti: “ma certo che no! Ma che c’entra sta roba con l’incontro di Domenica? Chi verrà alla giornata assisterà ad un confronto sul tema della satira…nulla di più! Moni ha le sue idee su Israele, and so what? Trovo poi davvero pretestuosa la lectio magistratis “sulla cosiddetta maschera” che Moni interpreterebbe.
Scrive il nostro Volli: “ E’ un ebreo, senza dubbio; ma un ebreo sefardita che recita la parte dell’askenazita, un ebreo ateo che recita la parte del religioso, un ebreo che parla continuamente dei suoi – come dire – correligionari, ma che di fatto e apertamente privilegia dei valori politici astratti alla solidarietà con il suo popolo, anzi lo considera in maggioranza “razzista”, “fanatico”, “colonialista” ecc. Un ebreo, che per l’appunto, non sopporta Israele e appartiene a un mondo askenazita di favola che non c’è e non c’è mai stato. Dunque allo stesso tempo è un ebreo, ma anche la simulazione di un ebreo, lo stereotipo, la caricatura: un ebreo da teatro. Lo dico con tutto il rispetto, da vecchio frequentatore di teatri (e anche dello stesso Ovadia).”
Oltre ad insegnare agli studenti il concetto di “segno”ora il Professore ci vuole pure dare l’interpretazione psicanalitica di “chi è ebreo,come e perché?”
E no, Caro Volli, non cadere pure tu nella trappola! Sei un intellettuale e sai distinguere un dibattito impostato sulla satira da un convegno geo – politico sul futuro di Israele. Dopo di che, siccome noto che questo di Ovadia è un nervo scoperto, promuoverò al più presto (dopo la giornata europea della cultura ebraica) un dibattito solo su Israele con Ovadia, tu se lo vorrai, ed altri protagonisti del dibattito politico.
A tutti quelli che criticano un abbraccio fraterno, Moni ed io vi aspettiamo numerosi: una risata vi seppellirà!

David Parenzo

Il sottoscritto, Calò Fabrizio ArEl , regolarmente iscritto alla comunità ebraica di Roma chiede di revocare l’invito a Moni Ovadia, perche persona che non mi rappresenta. Oltre a me, non rappresenta, la maggioranza degli ebrei.
La sua unica cultura (che per me cultura non è) , è quella di trovare lo stereotipo dell’ebreo, nelle sue battute (cosa che fanno tanti goym con le barzellette.)

Fabrizio ArEl Calò

Scrivo queste righe da casa mia a Gerusalemme, mentre a Siena, la città della mia bisnonna Gilda Borghi Pacifici z’l, va in scena col patrocinio dell’Unione delle Comunità un noto denigratore d’Israele in un evento che, almeno in teoria, avrebbe dovuto mostrare al grande pubblico cos’è l’ebraismo Italiano. Di ciò si è parlato molto, anche troppo, negli ultimi giorni. Troppo, perché ha distratto tutti da ciò che realmente non va in questa manifestazione e che nel silenzio generale abbiamo denunciato su Torah.it : “‎4 settembre, giornata della cultura ebraica? Una sconfortante sagra di cimiteri in disuso,sinagoghe senza preghiere abbandonate alla musica e ai musei, comunità sparite o moribonde, quartieri senza ebrei da secoli, musei di vita scomparsa…”
I Maestri insegnano che la caratteristica comune dei nemici d’Israele interni ed esterni, dal Faraone all’Amalek che ognuno di noi porta dentro di se, è quella di distrarci. Di tenerci occupati impedendoci di occuparci di ciò che conta davvero.
Il Talmud legge così la sfida di Goliat all’esercito di Shaul, tenere gli ebrei occupati sicché non abbiano tempo per dire lo Shemà e studiare la Torà.
Ecco, questo è il problema. Leggere il programma di questa giornata fa venire i brividi.
Siamo al Museo del popolo estinto. Sinagoghe vuote da secoli nelle quali l’ultimo bambino che ha fatto un bar mizvà è sepolto negli stessi cimiteri che si celebrano come oracolo 2.0
Qualche settimana fa, ho avuto l’onore ed il piacere di fare una chiacchierata con i ragazzi del campeggio del Benè Akiva che ci hanno visitato a Gerusalemme. Un sessantina di ragazzi e ragazze, bellissimo spaccato dell’Italia ebraica.
“Quanti di voi non vengono nè da Roma nè da Milano’, ho chiesto. Tre mani alzate.
Vi rendete conto, che ciò significa l’estinzione di quelle che ci ostiniamo a chiamare ‘medie comunità’?
‘Quanti di voi contemplano l’ipotesi di fare matrimonio misto?’ Nessuna mano.
‘Passasse l’Angelo e dicesse Amen!’ ho detto alla romana. ‘Ma i numeri sono contro di voi’. In questa stanza ci sono decine di persone che hanno parecchie chance di fare matrimonio misto anche se oggi gli sembra impensabile.
Ho fatto un conto, con l’amico Raffy Steindler qualche Shabbat fa, mentre pranzavamo assieme con le nostre famiglie: circa la metà dei miei e dei suoi compagni di classe del Liceo ebraico di Roma hanno fatto e/o stanno facendo matrimonio misto. Stiamo parlando di quei pochi che hanno avuto un educazione ebraica fino al Liceo, figuriamoci gli altri.
Non sono stati, i ragazzi del Bené Akiva, gli unici ospiti che abbiamo avuto quest’estate.
Si potrebbe anzi dire che se c’è stata una capitale dell’ebraismo italiano questa estate, è stata Conegliano Veneto, in provincia di Gerusalemme.
Nella magnifica Sinagoga di Rechov Hillel è transitato quanto di vivo c’è nell’ebraismo italiano. Vado a memoria, ma abbiamo avuto l’onore di studiare con Rav Arbib, Rav Somekh, Rav Gianfranco di Segni, Rav Umberto Piperno e Rav Colombo. Abbiamo avuto con noi anche Rav Shunnacche, Rav Bachbout, Rav Cesare Moscati ed altri ancora che sicuramente sto dimenticando.
Abbiamo sentito le musiche di Casale Monferrato, Ferrara e Biella non in un concerto per goim, ma in tefillà officiate dallo stesso Rav Somekh e dagli amici Lampronti e Sorani. Abbiamo festeggiato i cinquant’anni del Bar Mizvà di Alberto Piperno che nello stesso Sabato festeggiava anche la nascita di una nuova nipotina ed il matrimonio di una figlia, sposa e neo-zia.
Abbiamo sentito una parashà cantata con l’aria di Gorizia. Dove vive Gorizia ebraica vi chiedo? In qualche museo o in una parashà letta alla Goriziana da un sabra in una sinagoga veneta di trecento anni su un sefer veneziano di quattrocento, a Gerusalemme?
Abbiamo festeggiato il matrimonio del Maskil Jacov Di Segni e Debora Somekh, figli di due illustri Rabbanim italiani ma anche per propri meriti motori nell’ebraismo italiano: basta pensare al ruolo di Jacov come Maestro, Chazan e revisore di molti dei Siddurim di Morashà.
Stasera a D. piacendo sulle colline fuori di Gerusalemme, festeggeremo il matrimonio di Dany Anav, sabra figlio di Vito e nipote di Lello, figura importantissima nella Comunità di Roma, con Elinor Moscati, figlia di Rav Cesare Moscati: un matrimonio che forse meglio di ogni altra cosa spiega quali possano essere i legami tra gli Italkim e gli ebrei italiani. Ed il verso ‘Ancora si ascolterà…attorno a Gerusalemme la voce della gioia…la voce dello sposo e la voce della sposa’, parlerà di noi.
E poi scendi di casa ed ai giardinetti di Katamon e Rechavia i tuoi figli giocano con dei bambini che portano il cognome Piperno, Lattes, Di Veroli, Crema, Piattelli, Efrati, Del Monte ed altri ancora.
E che dire dei tanti nonni? Neo israeliani o israeliani part-time che altrnano periodi israeliani sempre più lunghi per godersi i nipotini sabra. Senza contare i tantissimi amici che senza motivi particolari a scadenze regolari incroci a Rechov Hillel, ‘a prendere una boccata d’aria’ come dicono…
Ebraismo 2.0? Facebook? Internet? A che servono? A vedere cimiteri e posti dove una volta c’erano gli ebrei?
Ha ragione l’amico David Piazza che si accontenterebbe di una versione beta, altro che 2.0 . Perchè, vedete, 2.0 significa non solo strumenti moderni, non solo social, non solo mobile ma anche e soprattuto nuovi modelli.
E’ quello che cerchiamo di fare da quattordici anni su Torah.it che se ha un piccolo merito è quello di aver posto la questione di un internet ebraico in italiano che parli di Torà e la porti in mezzo alla gente dovunque essa sia. Di una derashà sulla Parashà della settimana in italiano che parte da Gerusalemme ed arriva ad ebrei italiani siano essi a Trani, a San Francisco o in Finlandia (tutti casi veri).
Se 2.0 significa abbattere le frontiere, allora la vera domanda non è come fare lo streaming di un ebraismo morto e sepolto, ma come usare questi straordinari strumenti per proiettare i nostri figli verso il futuro, verso un ebraismo 3.0
2.0 significa comunicazione senza frontiere: ma come comunicheremo con gli ebrei di tutto il mondo quando l’ebraico, il vero connettore del popolo d’Israele, è per i nostri ragazzi la versione ebraica del latino e del greco?
Tutto questo nel programma dell’Unione manca. Tutto questo manca nelle discussioni comunitarie. Sprechiamo il tempo ad occuparci di caro Kasher, Gomel, Moni Ovadia, ciambellette sì ciambellette no, mentre ci stiamo (e scusate ma forse dovrei dire vi state) estinguendo.
E non si capisce, e non si parla di come Israele sia diventata una sponda imprescindibile se si vuole un futuro che vada oltre l’ebraismo dei musei.

Godetevi Moni Ovadia e gli amici della Flottiglia, se è questo l’ebraismo che volete.

Io stasera vado a ballare con Dany ed Elinor sulle colline di Gerusalemme.

Jonathan Pacifici

In un clima nel quale nessuno,almeno stando alle intenzioni, voleva inficiare la bella Giornata Europea della Cultura Ebraica che tanto successo ha riscosso in Italia,leggendo le prime cronache,arriva una “dichiarazione a margine” che è notoriamente un modo per dire comunque delle cose cercando di mantenere “illibata” la propria posizione. Ovviamente lo scopo non viene mai raggiunto. Moni Ovadia,appunto “a margine” della sua presenza a Siena città capofila 2011,rilevo che ha dichiarato quanto segue: “Esiste una minoranza rumorosa di ebrei – ha detto l’attore – Il nazionalismo è la peggiore peste dell’umanità: non posso farlo mio in nessun caso perché nulla ha causato dolore agli ebrei come il nazionalismo”. “Loro – continua Ovadia – pensano che la lealtà, non dico allo stato di Israele, ma al governo in carica, sia valore assoluto ed è considerato come un crimine essere durissimamente critico, come faccio io e migliaia di israeliani. Il pericolo è che l’ebraismo perda la sua qualità di grande libertà nella differenza di opinioni. Il Talmud è l’unico libro sacro costitutivamente dialettico: non vale la pena buttare via tutto questo per il governo Netanyahu”. Da liberale sono immune dal “morbo” che descrive ,non senza presunzione e saccenza,l’attore ma non per questo mi sfugge quanto “nostalgica” ed obsoleta sia, naturalmente a mio modesto parere, la sua posizione,tipica di una mentalità di sinistra che appartiene,salvo sparute “sacche di resistenza”, all’archeologia politica. Vi leggo infatti lo storico tentativo ,tipico della richiamata mentalità,di denigrare chi la pensa diversamente accusandolo infine di quanto,in realtà, è il proprio modo di pensare, cercando di ribaltare l’ordine delle cose. Ringraziando Moni Ovadia per la “lezione” che egli pare volerci offrire spiegandoci anche cosa sia il Talmud,chiosando con una battuta che francamente non fa proprio ridere, sono lieto di appartenere comunque a quella “minoranza” (credo però che l’uomo di spettacolo non sia proprio aggiornato) che difende le ragoni d’Israele a prescindere dal governo in carica il quale,differentemente dai modelli politici ai quali aspiirano ancora i nostalgici della sinistra archeologica, è sempre e comunque espressione di una democrazia compiuta anche quando non piace. Ad andare a corrente alternata,infatti, sono proprio i simil Moni Ovadia, da coerenti illiberali, i quali non riescono a capacitarsi,evidentemente,del diritto a diverse opinioni ed espressioni di voto difformi dalla “verità” nella quale hanno tutto il diritto di credere ma che non possono imporre agli altri. E intanto,con simili dichiarazioni,paradossalmente portano acqua proprio al mulino di chi avversano…

Gadi Polacco

È opportuno che gli scandali avvengano? così David Parenzo su pagine ebraiche di settembre. Certamente no. Ed era opportuno invitare Moni Ovadia a Siena? Certamente no, ritengo io. Com’è possibile coniugare la millenaria idea ebraica, che si vuole far conoscere al mondo esterno, con l’ideologia antisionista di un intellettuale ebreo di estrema sinistra come Moni Ovadia? Come si è potuto pensare di delegare la trasmissione di concetti e di valori santificati con il sacrificio di tanti martiri ad una persona che vedrebbe volentieri distrutto lo Stato d’Israele, unica democrazia del Medioriente? E Moni Ovadia lo sa, ma forgiato com’è in un’ideologia politica estrema rifiuta di riconoscere la verità e si lancia nelle più feroci accuse contro Israele.
Una vera apoteosi per i detrattori d’Israele, la giornata del 4 settembre a Siena! Ma in un paese democratico tutto è permesso! E in un paese democratico si gioca anche con la libertà di pensiero. È certo che Moni Ovadia non esternerà i concetti espressi sull’Unità del 15 aprile scorso, ma conoscendo il suo pensiero sarebbe stato opportuno non invitarlo.
Che c’entra Israele con la giornata della cultura ebraica? così ancora David Parenzo. C’entra, eccome! Se al popolo ebraico si toglie Eretz , qual è il senso dell’ebraismo? Ebraismo non è solo cultura, è anche un popolo, una nazione, una lingua, una terra, e soprattutto la certezza della misericordia di D-o.
D.o – Popolo – Terra sono i pilastri su cui poggia l’ebraismo: togline uno solo e il mondo crolla.
Esprimo quindi il mio più vivo dissenso a questa iniziativa.

Antonio Tirri

Commentare la questione dell’invito rivolto a Moni Ovadia a partecipare alle manifestazioni organizzate a Siena, in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica, mi è motivo di imbarazzo, perché, più che la questione dell’opportunità o meno di tale presenza, a colpirmi sono soprattutto quelli che mi appaiono dei grandi equivoci di fondo nel modo in cui la questione viene presentata. Coloro che hanno contestato l’invito al popolare uomo di spettacolo, Moni Ovadia, ne hanno ricordato i reiterati e violenti attacchi rivolti dallo stesso contro lo Stato di Israele, i quali ne avrebbero reso decisamente inappropriata la partecipazione a una manifestazione che, per la sua stessa ragion d’essere, dovrebbe essere contraddistinta da un sentimento di solidarietà ed amicizia nei confronti della patria degli ebrei. Chi ha difeso la scelta degli organizzatori, invece, lo ha fatto in nome della libertà di espressione, ricordando l’alto profilo culturale dell’attore musicista, e rivendicando il diritto a una libera critica alle specifiche politiche condotte dai governi di Israele, senza che ciò debba essere automaticamente interpretato come un atteggiamento antisionista o, peggio ancora, antisemita. Alcuni, in particolare, hanno evocato il rischio di forme di vera e propria censura, che andrebbero in ogni caso evitate.
Riguardo a siffatte considerazioni, osserverei, innanzitutto, che lo spettro della censura mi pare assolutamente fuori luogo. Chi mai vorrebbe e potrebbe impedire a Ovadia di dire quello che gli pare? Nessuno si è mai sognato di farlo. E sarebbe giustissimo condannare chi tentasse una cosa del genere. Il problema non è se abbia il diritto di parlare, ma il contesto in cui è chiamato a farlo. Per fare un esempio, la censura fu parimenti evocata, ugualmente a sproposito, quando alcuni docenti dell’Università di Roma “la Sapienza”, alcuni anni fa, contestarono, secondo me giustamente, la scelta del Rettore di invitare il Pontefice a pronunciare la “lectio magistralis” di inaugurazione dell’anno accademico. Nessuno, in quella occasione, voleva censurare il Papa, semplicemente si dissentiva da una decisione che pareva mettere a rischio la laicità della pubblica istruzione, in uno dei pochi luoghi in cui la si vorrebbe fare, in qualche modo, resistere. Nel caso di Siena, da difendere ci sarebbe stato un altro valore, a mio parere altrettanto importante, ovverosia la funzione delle Comunità Ebraiche d’Italia di naturali “sentinelle” nella difesa di Israele contro tutti i suoi detrattori e nemici: è o non è un valore da difendere?
Ma la critica alla politica di Israele, si dice, non è delegittimazione dello Stato nel suo complesso. Confesso che mi sono un po’ stufato di dovere commentare asserzioni del genere, che sembrano sviare completamente il discorso, facendolo ruotare artificialmente intorno alla più assoluta delle ovvietà, che nessuno, ma proprio nessuno, ha mai messo in discussione. Tra tutti i miei amici israeliani, non ricordo di averne mai incontrato uno solo che parlasse bene del suo governo, di destra o di sinistra, di ieri, di oggi o di domani, e non ho mai pensato che fossero antisionisti o antisemiti. Ma la domanda è: esisterà pure un confine tra l’amicizia critica, la neutralità dialettica, il confronto urticante, la vicinanza severa ecc. ecc., e la vera e propria ostilità? Esiste o no, questo confine? Se un amico mi ripete, giorno dopo giorno, che sono un cretino, un razzista, un mentecatto ecc. ecc., ovviamente per il mio bene, d’accordo, devo accettarlo, siamo spiriti liberi, continuo a considerarlo un amico. Ma se una banda di teppisti viene a casa mia, con bottiglie molotov, spranghe e coltelli, per “darmi una ripassata”, e l’amico li sostiene pubblicamente, continua ad andare sempre tutto bene? Resta sempre un amico, quantunque un po’ ‘difficile’?
Evidentemente, la valutazione del confine resta controversa, e l’invito a Ovadia dimostra che c’è chi ritiene che non lo abbia oltrepassato. Mi sarebbe piaciuto, però, da parte di chi ha fatto e difeso tale scelta, che si fosse dimostrato, nel merito, perché, nonostante tutte le sue violente esternazioni, non lo ha oltrepassato, senza evocare la libertà di espressione, il rifiuto della censura o, ancor meno, il desiderio di “riempire la sala”.

Francesco Lucrezi, storico

Ho letto recentemente, senza eccessiva sorpresa, le espressioni di vario boicottaggio da parte di alcuni lettori de “L’Unione informa” rivolte agli organizzatori della recente Giornata Cultura ebraica di Siena, per l’-”inaudito” invito di un personaggio al centro del dibattito ebraico italiano per le sue posizioni / affermazioni politiche nei confronti d’Israele.
A sostegno di queste espressioni sono insorte varie voci, dall’Italia e da Israele, parte delle quali solo alcuni mesi fa hanno attaccato con altrettanto sdegno alcuni circoli in varie parti del mondo, ebraici e non, rei di sostenere il boicottaggio di prodotti esportati dai territori occupati, recanti l’etichetta “fabbricato in Israele”. Fermo restando il fatto, secondo quanto sopra, che il boicottaggio debba quindi essere considerato in generale un atto lecito, premetto per la tranquillità del lettore di non essere mai stato, in passato e nel presente, né cultore, né sostenitore, né fautore dell’attività di Moni Ovadia e neppure di sostenere automaticamente ogni sua affermazione nei confronti di Israele. Nonostante questo, ritengo a parer mio incredibile e riprovevole quanto scritto da alcuni articolisti più o meno fissi della rubrica, che si sono scagliati come belve, armate di affilati artigli, contro chi ha deciso di invitare Ovadia all’inaugurazione della recente Giornata. Ritengo sintomatico e ridicolo, ma perfettamente lecito, il boicottaggio (non isolato) di un lettore che ha dichiarato di non voler partecipare, insieme ai familiari, al medesimo Convegno, nonostante la varietà dei temi programmati. Altrettanto non meraviglia il fatto che giornalisti e articolisti italiani, indipendenti o dipendenti per esigenze di carriera dall’attuale partito di maggioranza nel Parlamento italiano, forniscano un pessimo esempio di rettitudine giornalistica, descrivendo su periodici e quotidiani sempre e solo una parte dei problemi di fondo che compongono la complessa realtà israeliana. Chi ha il coraggio, nella comunità ebraica italiana come nelle altre comunità nel mondo, di esprimere la propria critica nei confronti di alcuni atteggiamenti dell’attuale governo israeliano, non merita la gratuita etichetta di antisemita, antisionista, masochista e peggio. Si può (in alcuni casi si deve) dissentire, anche al di fuori dei confini d’Israele, e non solo osannare ciecamente.
2) Sostenere Israele è un atto naturale e auspicabile per molti ebrei, ma non obbliga quindi ogni ebreo italiano a condividere in ogni occasione alcune decisioni dell’attuale governo israeliano, sorvolando intenzionalmente su altri non meno importanti temi, politici e sociali, attualmente al centro dell’opinione pubblica israeliana.
Sostenere Israele non indica solo manifestare giustamente contro i nemici dello Stato, le loro minacce, il loro terrorismo e la loro sanguinosa violenza, ne’ soltanto realizzando la propria alia’ o sentendosi partecipi dell’esistenza dello Stato d’Israele tramite supporti economici, scambi turistici o acquistando un appartamento in Israele per garantire un eventuale rifugio futuro o sventolando in Italia la bandiera israeliana nel Giorno dell’Indipendenza ed in altre manifestazioni pubbliche.
Sostenere Israele impegna anche a non accettare definitivamente e passivamente l’occupazione e la conquista israeliana della colonia della Cisgiordania, sempre piu’ attiva dopo oltre 44 anni dalla fine della guerra dei Sei Giorni, ed a riconoscere il diritto di ogni essere umano (in Israele ed in ogni angolo del mondo) ad insorgere con la propria voce contro la sottomissione, l’umiliazione e la discriminazione prolungata di un’intera popolazione desiderosa, non meno di Israele, di veder riconosciuta la propria indipendenza. Alla luce dei recenti avvenimenti nell’area mediterranea, particolarmente in Egitto, che hanno dimostrato fin dall’inizio la possibile influenza sulla politica israeliana, è opportuno, anzi obbligatorio, un energico e rapido cambio di rotta del governo.
Sostenere Israele impone anche di deplorare la creazione di un’ulteriore barriera fra i popoli con la costruzione di un moderno “muro del pianto”, simboleggiante la certezza del governo israeliano di ottenere maggiore sicurezza isolandosi e rinchiudendosi in un nuovo ghetto medio-orientale. Al contrario è interesse precipuo di Israele promuovere scambi e relazioni economiche e culturali con i palestinesi, appoggiare il miglioramento del loro livello di vita e favorire fra l’altro lo studio della lingua e della cultura araba presso i vari strati della società israeliana.
Sostenere Israele comporta anche esprimere la propria indiscutibile condanna verso i coloni israeliani di varie provenienze, insediatisi in terre altrui con l’avallo e il largo sostegno economico di vari governi ( non concesso nella medesima misura ai residenti nei confini ufficiali dello Stato) ed autori di tuttora ricorrenti e spesso impunite incursioni nelle proprieta’ palestinesi in Cisgiordania.
3) Sostenere Israele esige di richiedere non solamente all’Autorita’ palestinese ed al Hamas il riconoscimento dello Stato d’Israele e la completa cessazione del terrorismo in tutte le sue forme ma anche di opporsi alle malcelate finalita’ del Capo del Governo israeliano intenzionato ad un accordo con i palestinesi innalzando nel medesimo tempo nuove costruzioni a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, attuando il blocco di Gaza e ostacolando di fatto la creazione di uno Stato Palestinese, con l’aiuto di formule inaccettabili anche da quei governi occidentali che difendono i diritti di Israele.
Sostenere Israele invita anche ad ammettere che l’ineguaglianza dei diritti (oltre ai doveri) concessi alla minoranza araba del Paese, le ricorrenti manifestazioni anti-governative di tale minoranza volte ad ottenere una maggiore integrazione sociale ed il giuramento di fedeltà alla patria ideato e formulato ultimamente solo per la minoranza non-ebraica (sulla base di reminiscenze di tipo fascista di “buona memoria”), mettono in pericolo ancora una volta l’esistenza stessa dello Stato democratico.
Sostenere Israele implica anche di non schierarsi passivamente dalla parte dei partiti nazionalistici di destra e di quei rabbini (ortodossi e non) che istigano impunemente alla discriminazione razzista nei confronti dei cittadini arabi israeliani e palestinesi.
Sostenere Israele suggerisce anche di continuare ad agire instancabilmente per il raggiungimento della separazione fra Stato e religione e di impedire fra l’altro che la popolazione ortodossa antisionista continui ad essere automaticamente esonerata da alcuni obblighi verso lo Stato (richiesti a tutti i cittadini), ponendo anche fine a varie e ripetute espressioni di discriminazione nei confronti delle donne.
Sostenere Israele si esprime anche riconoscendo ad alta voce che l’attuale contemporanea presenza attiva nel governo di partiti intransigenti di destra (laici e religiosi) costituisce un sempre più un chiaro sintomo della svolta anti-democratica e dell’involuzione etica verso cui slitta da tempo e pericolosamente la società israeliana.
Sostenere Israele prescrive l’educazione delle nuove generazioni israeliane, con l’auspicabile sostegno degli ebrei di tutto il mondo, ad incamminarsi finalmente sul binario della pace ed a allontanarsi quanto prima dal binario (“morto” e senza uscita) delle sempre più spaventose guerre.

Sandro Natan Di Castro, Haifa

Ho letto sul “Portale” la raccolta, come riepilogo, degli articoli del dibattito,polemico e reciprocamente acceso,che lo storico Lucrezi fa dell’attuale”querelle”,che sta animando il modo ebraico italiano,a proposito dell’”invito” che il giornalista Davìd Parenzo ha rivolto a “ quattro amici”, fra i quali il musico-attore Moni Ovadia.
Il giornalista li aveva proposti,come moderatore del suo “talk show” “Ridere,ridere” al presidente della Comunità ebraica di Firenze Guidobaldo Passigli, (dalla quale Siena,come sezione, dipende), che,come si vede dal suo intervento, era stato favorevole. Siena è stata scelta, quest’anno come città capofila, della giornata della cultura ebraica; Siena, piccolissimo gruppo della diaspora ebraica italiana, è stata contenta; Siena, come altre piccolissime comunità, vive sulla propria pelle la situazione drammatica della propria sopravvivenza. Noi senesi siamo stati, a maggioranza, credo, contenti; per noi è stato un sussulto di vitalità; ma qualcosa doveva avvenire per amareggiare un po’ questa bella giornata, giornata, comunque, pienamente riuscita.
Non entro – perché di proposito non voglio entrarvi – sulla controversia intorno ai contenuti specifici di essa.
Rilevo, però, in tutti coloro che a questo dibattito stanno partecipando-siano etichettati essi reciprocamente da sinistra (moderata) di essere l’avversario di “destra” o da destra di essere l’avversario (lui che è liberale ed accetta la libera espressione di quasi tutti) di “sinistra”,”laici” o “religiosi”, politicamente “liberali” o “democratici”, un elemento che tutte queste posizioni accomuna: quella di appartenere, più o meno consapevolmente, al costume, alla mentalità all’appartenenza, anche politica, alla borghesia, pur nelle diverse e variegate collocazioni.
Penso, ancora, che per la borghesia, meno moderata, sia un” alibi” essere per Israele: finalmente essere per Israele a” spada tratta” dà a questa l’occasione per aderire al suo ebraismo, che bene copre la “reale” motivazione borghese di questo legame. Ebbene io opero, si fa per dire, perché nell’ambito ebraico italiano sono un isolato, per liberare la diaspora italiana da questo zoccolo duro.
Quindi per me tutti gli attori, partecipanti a questo dibattito, sono borghesi, nessuno escluso e il motivo,pur emotivamente sentito, per il quale difendono Israele, sia di “copertura”. Essi si richiamano all’ebraismo e/o a Israele come a un “ oggetto” che serve, che dà profitto, anche se fosse solo marginalmente economico e sublimato con considerazioni più nobili: chi si richiama al suo essere “liberale”, chi al suo essere “democratico”, chi” più” liberale, chi “più” democratico; senza minimamente avvertire che questi termini sono “al di qua” di ogni connotazione culturale ebraica, assumendo semplicemente una dimensione mentale spazio-temporale nel loro status borghese; oggi,inoltre, nella politica italiana, quei termini sono molto indeboliti nel loro significato originario storico reale. Oggi viviamo molto lontanamente dal significato che essi possedevano quando i nostri “padri fondatori” ci dettero, pur in una concezione liberal-democratica,l a Carta costituzionale.
La democrazia liberale parlamentare si è molto indebolita in questi ultimi 30 anni, ovunque, nel mondo occidentale: in Europa, negli Stati Uniti, in Italia, nello stesso Israele (che si continua, comparativamente, a riconoscere, rispetto ai paesi vicini, -e in questo convengo – come l’unica “democrazia” medio-orientale). Stiamo vivendo su un vulcano che sta per esplodere e nessuno di noi sembra accorgersene. La crisi economica che stiamo attraversando è serissima; a differenza delle crisi economiche che travagliarono, fra le maggiori,il secolo XX°(la prima 1907-1914,”risolta” o superata con la prima Grande guerra, la seconda del 1929 con la Seconda guerra mondiale) oggi siamo attanagliati da una terza crisi, ”cieca”, è stata detta, perché non si intravvedono chiare capacità di controllo e modalità previsionali di come superarla.
E se noi ebrei diasporici avessimo maggiore consapevolezza “storica” di ciò, ci dovremmo molto preoccupare. Invece dalla dirigenza che ci guida ci viene propinata un’immagine di noi quasi “idillica”, come ci trovassimo, in Italia, nella situazione migliore possibile. Viviamo in un’atmosfera quasi “edenica”; ma che cosa ci ha insegnato, non solo la storia del passato, ma quella di ieri? Amaramente dico: ben poco.
Molte delle posizioni che emergono anche da quel dibattito sulla giornata senese riflettono considerazioni politiche poco attente, tratte maggiormente dalla povera politica italiana, piccola e periferica, che non come contributo da ebrei e, tantomeno, ebraico. Qui, ancora una volta, si tocca con mano la nostra carenza storica, anche se la maggiore conoscenza della nostra “memoria culturale” riesce, in alcuni pochi, a meglio mascherarla. Ecco perché invito l’Ucei ad essere più cauta a certe “aperture” all’esterno; penso che siano premature: occorrerebbe un più consistente irrobustimento interno, prima di uscite pubbliche. La consistenza culturale ebraica delle piccole e piccolissime comunità è povera cosa,anche se devo dire che l’”attaccamento”(ma prevalentemente al livello emotivo e sentimentale) è inversamente proporzionale alla loro esigua consistenza numerica . Ancora c’è chi “pensa”,senza sfigurare, rispetto a comunità più numerose come Roma e Milano:certo,culturalmente ed ebraicamente,è molto difficile vivere come nelle due o tre grandi città. Le conoscenze storiche del sionismo e le sue riflessioni potrebbero essere tematiche che invitano a discutere e ad avvicinarci,soprattutto ad aumentare la nostra sensibilità storica;invece esse ci dividono.

Ci sono stati tanti sionismi,che hanno contribuito, con l’yishuv, alla rinascita di uno stato, soprattutto di” ebrei”,anche se ancora non compiutamente “ebraico”: politico,culturale,spirituale,religioso,socialisteggiante;

credo che dal 1948 in poi si dovrà sempre meglio capire che il contributo maggiore che il sionismo ha dato agli ebrei è di natura storica anche se ancora,fra noi,pochi ne colgono e riconoscono l’importanza. Nel dibattito del quale si discute si rileva,soprattutto,la nostra debolezza in questo campo:da esso emergono ripicche personali, molto individualistiche ,che male riescono a nascondere l’origine di appartenenza alla borghesia.

Lo storico Lucrezi,nel fare il punto riassuntivo del dibattito afferma,fra buone considerazioni, che “la critica alla politica di Israele non è,per alcuni,una delegittimazione dello Stato nel suo complesso” e di questo dire “si è un po’, stufato” e si domanda se “esiste un confine tra la critica e l’ostilità” e se Ovadia lo abbia superato o no. E,fondamentalmente, mettendo alle strette coloro che,nel difenderlo, credono che Ovadia “non l’abbia superato”,dovrebbero mostrare il perché. Io,come all’inizio Lucrezi,su tutta la situazione mi trovo “imbarazzato”,ma per un motivo diverso dal quale lo storico pone il suo dilemma:io credo,infatti , che moltissimi ebrei italiani siano ,per la loro collocazione sociale ,“ebrei di confine”(grenzenjuden) e che, improvvidamente, con disinvoltura possano facilmente oltrepassarlo; per me sia Ovadia che i suoi critici mancano di consistenza storica;sia di Ovadia,sia di molti studiosi ebrei religiosi francesi,(in primis Trigano,nel suo scritto,”il tempo dell’esilio”,Giuntina edit., ed altri),non condivido,oggi, la valorizzazione della nostra continuità esilica,né quella ,comune ad ambedue, dell’”uscita” esistenziale biblica di Abramo,(perché fu anche un’uscita per “entrare”),né quella più “talmudica” di Trigano. I talmudisti,almeno oggi così li si interpreta,proseguirono,o secondo alcuni, dettero una svolta metodologica alla nostra “memoria culturale”,permettendo la nostra millenaria sopravvivenza (“lungo esilio”);quell’esperienza e quell’esito non sono oggi -è una mia opinione-ripetibili; sono persuaso che la diaspora emancipativa-assimilatoria non durerà quanto quella precedente all’emancipazione. Oggi,però,per la prima volta dopo millenni,possiamo fuoriuscire dall’esodo. L’esistenza di uno stato per gli ebrei (ancora non è giunto il tempo di uno stato “ebraico”,vivendo,politicamente un periodo di “americanizzazione” come, nel passato, visse quello della sua ellenizzazione) ci offre questa possibilità; non facciamoci del male disperdendola con intestine lacerazioni; (ma l’”odio di sé” dell’ebreo diasporico e non, è un fatto storicamente a noi conosciuto…dell’”autolesionismo e del nostro”masochismo” i giornali ebraici parlano anche oggi).
Al Lucrezi, e concludo, avrei da fare anch’io una domanda: da parte degli “ebrei” italiani, o degli “italiani” ebrei( qui la diversità c’è, ma su questo punto, beninteso, tra le due figurazioni non è essenziale) è stato superato il “confine” fra il loro essere appartenenti alla “borghesia” e il loro ritenersi ebrei, indipendentemente dal modo col quale intendono appartenere al mondo ebraico? Credo che, come storico, questo punto interrogativo dovrebbe porsi.

Alfredo Caro

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