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…celebrazioni

Nell’imminenza delle celebrazioni per il cinquecentesimo anniversario del ghetto di Venezia, la Comunità ebraica, supportata da vari enti (fra cui l’Istituto Polacco di Roma), organizza un grande festival, una vera e propria kermesse di più giorni (dal 20 al 29 novembre) dedicata all’ebraismo polacco. Nella giornata di apertura avrò l’onore di partecipare a un incontro a tre voci ci intitolato Ebrei-polacchi, polacchi ed ebrei: riflessioni su una storia comune. Insieme a me, Francesco Cataluccio, noto scrittore e saggista, autore fra l’altro del recente romanzo-reportage Chernobyl, recensito su queste pagine e, anzitutto, Adam Michnik. Michnik è nato a Varsavia nel 1946, da genitori che lui definisce, unendo tre appartenenze in un’unica frase, “Comunisti polacchi di origine ebraica”. Il padre Ozjasz (Osea) Schechter, era segretario di un partito clandestino dal nome oggi esotico: il Partito Comunista dell’Ucraina Occidentale. Michnik è stato uno dei massimi protagonisti ed artefici del ritorno della Polonia nel novero delle nazioni democratiche, e del grande movimento di idee e di persone che ha portato alla caduta del muro di Berlino. Fondatore e direttore di “Gazeta Wyborcza”, il più grande quotidiano dell’Europa “al di là del muro”, è autore di numerosissimi saggi (fra cui l’antologia in tre volumi e tremila pagine Contro l’antisemitismo – 1936-2009). Ma per la sua attività politica diretta contro il regime semidittatoriale e pro-sovietico era stato condannato a tre anni di carcere nel 1968, a quattro nel 1981, di nuovo a tre nel 1985. In carcere ha scritto alcune delle sue opere più note, come Storia dell’onore in Polonia, e svariate lettere. Quelle risalenti a dopo il colpo di stato del dicembre 1981 sono firmate: “Adam Michnik figlio di Ozjasz, via Rakowiecka, Varsavia, detenuto in attesa di giudizio”. In una di esse aveva scritto: “Per me, Generale, la prigione non è una punizione dolorosa. In quella notte di dicembre non sono stato io a venir condannato, ma la libertà; non sono io ad essere prigioniero oggi, ma la Polonia”.

Laura Quercioli Mincer, slavista