Rav Di Segni e rav Arbib: “Per i tribunali rabbinici servono criteri comuni”

I rabbini capo di Roma e di Milano Riccardo Di Segni e Alfonso Arbib hanno emesso la seguente nota congiunta:

Giovedi scorso, sui canali di comunicazione della Comunità ebraica di Roma, è stato pubblicato un annuncio della Rabbanut Rashit leIsrael riguardante il riconoscimento degli atti dei tribunali rabbinici italiani. L’annuncio informa che la Rabbanut riconosce quelli dei rabbini capi di Roma e Milano, mentre si riserva per gli altri di controllarli caso per caso. La notizia ha destato legittime richieste di spiegazioni, ma anche una serie di proteste e accuse anche pesanti, riportate in parte su “l’Unione informa” di venerdì.
Proviamo a rispondere spiegando prima di tutto di che si tratta. Bisogna comprendere che è compito di ogni rabbino responsabile di una Comunità emettere dichiarazioni e certificazioni, e controllare quelle che gli arrivano, destinate alla sua Comunità, che si tratti di certificazioni alimentari o questioni riguardanti lo status delle persone (ebraicità, stato libero ecc.). Il controllo è necessario perché esistono strutture certificanti più o meno autorevoli e persino falsificazioni. Nello Stato d’Israele, che piaccia o no, su alcune questioni di carattere religioso intervengono strutture statali, con modalità di controllo stabilite dalle leggi. Il matrimonio ebraico è religioso, come il suo scioglimento, e chi si vuole sposare deve dimostrare di essere ebreo e libero dal vincolo matrimoniale, cosa che può attestare solo un tribunale rabbinico riconosciuto. Il problema diventa quello del riconoscimento dell’ente certificante. Che non è automatico. La Rabbanut Rashit d’Israele, al cui vertice, siamo tutti d’accordo, sta un rabbino e non il papa, ha la responsabilità di questi controlli per tutto il sistema pubblico israeliano e stabilisce dei criteri. In anni recenti ha dovuto mettere ordine in una materia che in molti luoghi era disordinata e quasi selvaggia. La scure si è abbattuta per prima sugli Stati Uniti, dai quali, malgrado la presenza di istituzioni rabbiniche autorevolissime, pervenivano tutta una serie di certificazioni in forma incontrollata. I rabbini americani hanno prima protestato con forza, poi si sono resi conto che era anche loro interesse arrivare a un chiarimento concordato. Per cui hanno disciplinato con rigore la materia, per limitare abusi e situazioni incontrollate. Sull’Italia l’attacco non è stato formale e diretto, ma abbiamo dovuto affrontare, e continuiamo a farlo, situazioni imbarazzanti e umilianti su tanti singoli casi in cui non c’è fiducia nei nostri confronti.
Parliamo ad esempio di ghiurim non riconosciuti. Qualcuno potrà osservare che è un’ingiustizia, ma la legge israeliana è quella e con quella ci dobbiamo misurare. Per quanto si possa criticare l’istituzione stessa della Rabbanut Rashit, questa ha almeno il vantaggio di rappresentare un filtro rispetto a una miriade di strutture che potrebbero fare problemi. E il problema non è solo israeliano, si pone in qualsiasi paese e tribunale rabbinico fuori dall’Italia. Solo un nostro rabbinato riconosciuto può avere la forza di risolvere le situazioni, come siamo riusciti a fare in molti casi. A Roma e Milano abbiamo colto i messaggi – che venivano non solo da Israele ma anche dal Rabbinato Europeo – e ci siamo riorganizzati secondo i criteri rigorosi. Ma a quanto pare questo non è stato fatto, o non ha portato a risultati convincenti altrove in Italia. Da anni l’UCEI ha chiesto, senza risultato, ai rabbini italiani di disciplinare e riorganizzare la materia. Da anni nell’ambito dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia è stata costituita una commissione su questo tema. C’è stata una sola riunione, poi niente.
Ora arriva l’annuncio della Rabbanut Rashit d’Israele e, invece di riflettere sui motivi che hanno determinato le decisioni della Rabbanut israeliana, la polemica in Italia si è spostata sulla pubblicazione dell’avviso, che è stata denunciata come una illecita rivelazione di un documento riservato. Non riteniamo che quell’avviso fosse riservato, non pensiamo che possa esserlo per due motivi sostanziali: 1. È un avviso inviato all’Assemblea dei rabbini d’Italia e non una lettera personale. 2. Coinvolge, oltre ai Tribunali Rabbinici, il pubblico, le Comunità e le singole persone che ne usufruiscono e che non possono esserne tenute all’oscuro. Riteniamo che l’eventuale “reato” di pubblicazione di un avviso ufficiale (hoda’à) della Rabbanut, inviato al presidente e al segretario dei rabbini italiani, e per copia ad altri, e che riguarda gli interessi degli ebrei italiani, sia ben poca cosa rispetto al reato di omissione di informazione. E questa informazione gli è stata negata per diversi giorni. Precisiamo inoltre che la pubblicazione è halakhicamente giustificata dalla necessità di evitare che le persone possano essere tratte in inganno da informazioni sbagliate che già cominciavano a circolare sull’argomento.
Ritornando alla decisione della Rabbanut si può decidere di ignorarla, è legittimo ma non crediamo sarebbe saggio. Crediamo invece sia importante innanzitutto coglierne gli aspetti positivi. Ci sono due Battè Din riconosciuti, non c’è una delegittimazione aprioristica di nessuno ma un invito implicito a riorganizzare secondo criteri comuni questa complessa materia. Ci sono stati anche in tempi recenti atti e decisioni controverse.
Ci rendiamo perfettamente conto che la materia è delicata e crediamo che sia urgente arrivare a un accordo su criteri e procedure comuni da adottare e che questi criteri vadano comunicati alle nostre comunità. Chiarezza e collaborazione sono indispensabili per rasserenare il clima, nell’interesse di tutti”.

(25 febbraio 2013)

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