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Bouza, la convivenza servita su un cono

Se si legge come Adam Ziv ha aperto la gelateria Bouza, a Tarshiha, una cittadina nel nord d’Israele, non si può fare a meno di notare che la storia ha un po’ dell’incredibile. Ma ascoltandola dalla sua voce, la sua erre moscia e il suo tono flemmatico così israeliani sembrano quasi dire: nu, che c’è di strano? Non è esattamente la storia del sogno di una vita: “Ci sono due cose che amo nella vita, la musica e il gelato, ma ho sempre pensato a mangiare il gelato, mai che un giorno l’avrei fatto”. Più che altro dunque è una specie di romanzo d’avventura, che parte dal kibbutz Sasa, dove l’intrepido Adam è nato ventisei anni fa. Passando poi per La Gomera, un’isola delle Canarie dove è approdato durante un viaggio di un anno e mezzo in giro per il mondo, e dove Ziv racconta di aver passato le sue giornate diviso fra l’aiutare un signore ottantenne a costruire una zattera per una traversata dell’Atlantico e il lavoro in una piccola gelateria gestita da una donna tedesca e da un francese. Ed è proprio in quel momento che ha capito di volerne aprire una anche lui. Così è saltato sul primo yacht per farsi dare un passaggio fino all’Africa, lavorando in cambio come marinaio. E poi il colpo di fortuna: parlando al telefono con i suoi genitori della sua illuminazione, suo padre l’ha indirizzato da un vecchio amico, conosciuto perché aveva avuto rapporti di lavoro con il suo kibbutz, proprietario da generazioni di una gelateria a Empoli. Ed è lì che Adam ha imparato a fare quello che lui stesso, anche quando parla in inglese, chiama proprio così, con il termine italiano, gelato. E la sera suonava insieme alla band del figlio del capo, suo coetaneo e musicista come lui, coniugando le due grandi passioni. Ma se oggi gli si chiede se nella sua gelateria si mangia gelato italiano, lui risponde “No, qui vendiamo glida glilit”, gelato della Galilea. Perché una volta tornato a casa, quando si è posto il problema di decidere dove aprire il suo negozio, Adam si è orgogliosamente rifiutato di spostarsi dal nord d’Israele: “Normalmente un ragazzo giovane che vuole vendere gelato e fare il musicista si trasferirebbe a Tel Aviv, ma la vita deve essere anche interessante, non solo facile. A Tel Aviv è normale alzarsi la mattina, mangiare un gelato, e poi la sera andare a un concerto, dunque perché non fare lo stesso in periferia?”. E così è finito nella vivace Tarshiha, una cittadina araba, dove vivono cristiani e musulmani, unita a Ma’alot, centro invece ebraico. E lì si è rivolto ad Alaa Sawitat, ventinovenne arabo che conosce da sempre, proprietario di un ristorante di Tarshiha, per un consiglio. Che poi, nel luglio scorso, si è trasformato in una partnership: Alaa gestisce la parte economica dell’attività, Adam prepara il gelato. Il negozio si chiama Bouza, che vuol dire gelato in arabo, e il loro slogan è “pashut glida”, semplicemente gelato. Perché la verità è che il loro unico scopo è “fare un gelato che piaccia alla gente”, utilizzando ingredienti locali, sfruttando quello che la terra e la tradizione offrono loro – quest’estate il loro gusto hummus è stato un successo – insieme a prodotti di qualità importati dall’Italia. Ma la clientela del negozio, che fra un boccone e l’altro esclama entusiasta un po’ in arabo e un po’ in ebraico, suggerisce che questo “semplice gelato” sia davvero speciale. Adam e Alaa non si fanno nessuna illusione di poter servire la pace in Medioriente su un cono: “Una cosa però è certa, noi abbiamo una vita normale qui, e dunque dobbiamo parlarci e vivere insieme, e anche lavorare insieme”, spiega Ziv. D’altra parte, “coesistenza e pace sono solo parole vuote se non le metti in pratica: puoi fare discorsi tutto il giorno, oppure puoi semplicemente uscire fuori e fare qualcosa”. Anche “semplicemente gelato”.

Francesca Matalon, Pagine Ebraiche marzo 2013

(19 marzo 2013)