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Kedushà…

È scritto “Ish immò we-avìw tirà’u we-eth shabbethothày tishmòru”, “ognuno rispetti sua madre e suo padre ed osservate i Miei Sabati”. I commentatori sono concordi nel vedere fra i due termini (genitori e Shabbàth) un elemento di antitesi: i genitori vanno onorati, rispettati, ma l’osservanza dello Shabbàth ha la precedenza, se i genitori vogliono impormi di non osservare lo Shabbàth ho il dovere di disobbedire. In realtà non è detto che i due termini possano essere visti solo in chiave antitetica. Genitori e Shabbàth sono due santuari. I genitori sono il Tempio della società. Ogni nucleo sociale parte dalla famiglia, ed in ogni società rettamente intesa è l’anziano, col suo bagaglio di vita vissuta, di riflessioni, di preoccupazioni, di attivo interessamento al benessere materiale e spirituale delle nuove generazioni, che merita onore e rispetto. La società sana è quella che tiene in conto, che rispetta ed onora l’anziano. Lo Shabbàth è il Tempio del mondo: è quel giorno fuori dal tempo dedicato ad osservare ed ammirare ciò che ci circonda, a considerare il lavoro svolto da ognuno, il progresso compiuto dal mondo intero e calcolarne la validità in termini di effettiva conquista, rivedere il nostro rapporto con la società e con la natura e ristabilirlo in termini di fratellanza e parità. Il rapporto di ognuno di noi con la società, l’ambiente, la natura circostante, il mondo intero ha bisogno di questo respiro, di questo spazio extratemporale che è lo Shabbàth. Pertanto genitori e Shabbàth sono i due primi pilastri, i due punti focali di un’esistenza consacrata all’armonia universale. Per questo vengono insieme, di pari passo, a fornirci gli strumenti verso la Kedushà.

Elia Richetti, presidente dell’Assemblea rabbinica italiana