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In un’epoca in cui tutti gli indicatori, soggettivi e oggettivi, puntano a una forte ascesa delle manifestazioni di antisemitismo in Europa e in Italia, è inquietante che vi siano ancora persone dotate di istruzione superiore che parlano e scrivono de “gli ebrei” come categoria plurale collettiva indifferenziata. Hannah Arendt aveva coniato la preoccupante metafora de “gli ebrei” come paria. Un nuovo esempio di collettivizzazione de “gli ebrei” ci arriva ora da Enzo Traverso in un suo libro in francese, La fin de la modernité juive, di cui si parlerà ampiamente, e immagino ad alta voce, quando verrà tra breve pubblicato in italiano. E sul numero di maggio di Pagine Ebraiche, Simon Levis Sullam, si chiede “se gli ebrei siano, al di là di come l’Europa li vive e li rappresenta, li accoglie o li perseguita nel tempo, all’altezza di questo ruolo: se davvero possano costituire una vigile coscienza dell’Europa”. Ci fermiamo qui sull’orlo del burrone perché per lo meno si tratta di domanda e non di affermazione. Che all’interno del mondo ebraico esistano, invece, molte e profonde sfumature e, anzi, differenze sostanziali di censo, di sensibilità, di affiliazione, di scelta e di comportamento, e che quindi sia ingiusto e sbagliato costruire una categoria indeterminata “gli ebrei” lo dimostrano fra l’altro l’indagine appena completata da Enzo Campelli sulla collettività ebraica in Italia, e mille altre ricerche che rivelano stratificazioni scioeconomiche, orientamenti politici, credenze, speranze, timori e destini differenti. La generalizzazione alienante della categoria “gli ebrei” è il preludio all’individuazione di un “altro”, indistinto e diverso, poi oscuro e minaccioso, ed è la premessa inevitabile alla sua esclusione e demonizzazione.

Sergio Della Pergola, Università ebraica di Gerusalemme

(25 aprile 2013)