salita…

Moshè comincia il primo discorso di commiato dal popolo ricordando che Ha-Qadòsh Barùkh Hu’, dopo molto tempo, ha autorizzato il popolo ad andar via dalla zona del monte Sinai, dicendo loro “Rav lakhèm shéveth ba-hàr ha-zè”, “smettetela di starvene presso questo monte”. L’espressione suona quasi come un rimprovero, ed è per questo che i Maestri del Midràsh vedono n queste parole l’accenno a qualcosa che va al di là dell’aspetto letterale dell’essere presso un determinato monte. Difatti considera il monte come simbolo di problemi insormontabili, ed afferma che l’ordine divino significava che bisognava smettere di considerare la situazione insormontabile come un monte, e decidersi a mettere in pratica la volontà divina; così si sarebbe scoperto che le supposte difficoltà erano superabili come un capello. Ritroviamo questa contrapposizione fra monte e capello in un brano della Ghemarà’ (Sukkà 52): “Nel futuro a venire Ha-Qadòsh Barùkh Hu’ trascinerà la tendenza al male e la sgozzerà davanti ai giusti ed ai malvagi. Ai giusti apparirà come un alto monte, ai malvagi apparirà come un capello. Gli uni e gli altri piangeranno. I giusti piangeranno dicendo: come abbiamo fatto a sottomettere un monte così alto? I malvagi piangeranno dicendo: come abbiamo fatto a non sottomettere questo capello?”.
Nel nostro mondo quotidiano i giusti sono coloro che riescono a sconfiggere la loro tendenza al male come se fosse una cosa da nulla, mentre i malvagi giustificano il fatto di non sconfiggere la tendenza al male dicendo che è impossibile superarla. Ma la realtà è che se si è convinti di voler seguire la strada indicata da D., anche il monte più alto può sembrarci un capello, e se non si è convinti anche una difficoltà sottile come un capello può sembrare un monte. Voglio augurare a me ed a tutti che di fronte a noi ogni difficoltà nella nostra crescita ebraica (vorrei dire, nella nostra salita) abbia sempre la consistenza del capello.

Elia Richetti, presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana

(11 luglio 2013)