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Cinema – Dal gran richiamo di Roma al fascino di Lady in Number 6

alice thumbSono passati 15 anni da quando Roberto Benigni vinse con “La vita è bella” l’Oscar per il Miglior Film Straniero (e lui personalmente quello come Miglior Attore). E mentre l’Italia torna a festeggiare la statuetta più ambita con una nuova Bellezza, quella grande della Roma decadente firmata da Paolo Sorrentino, nella starlettosa Los Angeles una voce dolce ricorda di nuovo che “la vita è bella, ogni giorno”. È il messaggio più intenso di Alice Herz-Sommer, sopravvissuta alla Shoah e protagonista di “The Lady in Number 6 – Music saved my life”, premiato agli Academy Awards come Miglior Cortometraggio Documentario.
Musicista, deportata con il marito (che morì ad Auschwitz) e il suo bambino di sei anni nel campo di concentramento di Terezin, il finto “ghetto modello” costruito dai nazisti per propaganda, Alice cercò di preservare il piccolo Rafael dagli orrori attraverso la musica. Entrambi impegnati nei concerti e negli spettacoli che venivano allestiti nel campo, riuscirono a sopravvivere. La mamma e artista coraggio aveva 109 anni durante le riprese, la più anziana Testimone del mondo, che sullo schermo sorride e ha gli occhi scintillanti mentre nei 38 minuti della pellicola racconta la sua vita tra le note e suona ancora rapita un pianoforte verticale color legno nell’appartamentino londinese.
the-lady-in-number-6 locandinaScomparsa una settimana fa a 110 anni, Alice non ha potuto vedere Malcolm Clarke ritirare l’Oscar per aver immortalato la sua storia, la sua “straordinaria capacità di gioia” come ha ricordato ricevendo la statuetta il regista anglo-canadese. “Ogni giorno la vita è bella, ogni giorno”, le parole e il sorriso che restano e regalano un messaggio di speranza che rappresenta il lascito di Alice al mondo.
Tasso ebraico piuttosto scarso è l’ironico commento del Times of Israel sull’andamento generale degli Academy Awards 2014: si segnala la vittoria per l’unico israeliano candidato, Niv Adiri, con il riconoscimento per il Miglior Montaggio Sonoro grazie al film “Gravity”, che ha regalato anche l’Oscar al direttore della fotografia messicano Emmanuel Lubezki.
La vittoria de “La grande bellezza” viene apprezzata, ma rimane un po’ di amaro in bocca per l’esclusione dalla cinquina finale del film israeliano “Bethlehem” (mentre a concorrere contro la pellicola di Sorrentino era, per la prima volta in assoluto, un film palestinese “Omar”).
Infine gli autori dell’articolo non hanno dubbi sulla vittoria dell’Oscar per la mossa più Jewish della serata: quella di Jonah Hill, in corsa come Miglior Attore Non Protagonista per “The Wolf of Wall Street”, che si è presentato sui tappeti rossi accompagnato niente meno che dalla mamma. Il figlio che ogni yiddishe mame vorrebbe avere…

Rossella Tercatin twitter @rtercatinmoked

(3 marzo 2014)