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bullismo…

Perdonatemi, ma oggi uso questo spazio per parlare di me. Di me in quanto padre. Perché da padre, con mia moglie, sto affrontando il nuovo problema sociale della generazione dei nostri figli: il bullismo. Fortunatamente non si tratta di un bullismo fisico, grazie a Dio non abbiamo intorno questa realtà, ma di un bullismo più sottile e più difficile da cogliere e combattere da parte degli educatori ed educatrici che ho incontrato. Un bullismo piscologico, un vero e proprio progetto di esclusione, emarginazione e isolamento dell’altro che può essere il bambino o la bambina che non veste come me, non ha interesse per le cose che interessano me, che giudico più brutta o più bella di me, che considero più stupida o pericolosamente più intelligente di me o semplicemente è una bambina o bambino più forte di quanto pensassi e non si sottomette alla logica del gruppo, delle ragazze “popolari”, dei ragazzi “fighi”. Un bullismo che anche in età, in apparenza, poco dedite alla malizia si nutre invece di capacità psicologiche molto acute e gioca, in silenzio, alla costante dimostrazione di un buonismo tanto pericoloso quanto adulto, nel senso di esempio negativo. Un bullismo che nasce lì dove noi genitori abbiamo separato etica e pratica, esempio e morale, presenza educativa con acquisto costante dei nostri figli. Un bullismo che ha radici nell’assenza della verità, nel momento tragico nel quale abbiamo ceduto ogni sincerità genitoriale e abbiamo insegnato, a questa nostra giovane generazione, che il massimo valore da perseguire a qualunque prezzo è il successo, la popolarità, l’essere fra i primi, usando ogni mezzo e ogni possibile finzione.
Scrive nel “Shaare Teshuvà” (3, 184) Rebbenu Yona di Gerondi che “è vietato deludere ( letteralmente rubare la capacità di comprensione) degli altri e questo peccato è più grave del furto perché labbra menzognere sono il più grave dei peccati. Ci è stato comandato di essere attaccati alla verità che è il fondamento dell’anima”. E mi chiedo come mai siamo sempre più impegnati a preoccuparci di che scuola frequenteranno i nostri figli, che università, che sport praticheranno e non ci preoccupiamo di quali saranno i colori della loro anima, se saranno capaci di accogliere, di comprendere, di guardare gli altri con rispetto. Se, in poche parole, sono e saranno capaci di non rubare l’altrui fiducia e non mentire e non usare nessun tipo di potere o violenza sugli altri. Ma per preoccuparsi dell’anima dei nostri figli dovremmo anche pensare alle nostre anime ed allora, mentre scrivo, mi rendo conto che il lavoro è più difficile di quanto pensassi.

Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino

(16 gennaio 2015)