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…festa

Noi laici viviamo la festa nel tempo dell’attesa e non in quello del suo svolgersi. Forse perché siamo più propensi a riconoscerci nel mito anziché nel rito.
Nel momento della festa valgono norme che regolano atti, gesti, parole, riti appunto, che crediamo (forse impropriamente) non esprimano una condizione di libertà.
D’altra parte è indubbio che non c’è festa senza rito: solo in forza del rito si mantiene la dimensione della festa, perché le feste sono soprattutto espressioni di coralità e il rito induce una dimensione di collettività che oggi il vissuto laico non è capace di suscitare o di produrre.
A noi laici, anche per questo, alla fine rimane una dimensione “triste”. Una condizione in cui l’attesa è il momento di massima tensione, in cui vale lo sforzo, ma non il risultato, perché non c’è appagamento nella festa che rimane una “sospensione del tempo” senza riuscire a dare, per noi laici, significato allo scorrere del tempo.
Ad ogni buon conto Shanà Tovà.

David Bidussa, storico sociale delle idee

(13 settembre 2015)