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A vent’anni dall’assassinio di Rabin
La memoria di anni di conflitto
e il dolore che non si dimentica

haber thumbEitan Haber, portavoce dell’ex Primo ministro israeliano Yitzhak Rabin (1922-1995), sarà protagonista di una serata, organizzata dall’Unione dele Comunità Ebraiche Italiane, al Centro Ebraico Pitigliani di Roma, giovedì 12 novembre (ore 20.30). Un’occasione per discutere e riflettere, a vent’anni di distanza dall’assassinio del premier, in compagnia dei giornalisti Antonio Polito (Corriere della sera) e Anna Momigliano (Rivista Studio).

Per leggere il conflitto tra israeliani e palestinesi non si può prescindere dalla storia. Gli accadimenti odierni, la nuova ondata di violenza e di attentati terroristici, la rabbia, le frustrazioni hanno radici lontane. Emozioni e sentimenti che scorrono da entrambe le parti e non si possono lavare via facilmente, come ha ricordato nel corso degli anni e in diversi suoi editoriali Eitan Haber, ex portavoce del Primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. Lui che con dolore e incredulità dovette il 4 novembre 1995 annunciare al mondo la morte di Rabin per mano di un terrorista ebreo, a distanza di vent’anni da quei tragici fatti ricorda come dietro la speranza degli Accordi di Oslo e di una pace possibile si nascondano problemi profondi, oggi sempre più evidenti e forse radicati. Lo ha fatto denunciando l’ambiguità della leadership di Ramallah di fronte al terrorismo ma al contempo analizzando cosa spinge un ragazzo palestinese di 13 anni ad accoltellare un coetaneo israeliano. “Perché si arma di coltello e va fuori ad uccidere? – si chiede Eitan dalle colonne del popolare sito Ynet – Perché le cose a casa vanno male, perché sa, anche alla sua giovane età, che lo shahid (martire) a cui vuole assomigliare ha guadagnato la fama tra la sua gente, e soprattutto per ciò che ha vissuto come una continua umiliazione da parte di israeliani dei suoi genitori, dei suoi parenti, vicini, amici. Non ha familiarità con una vita diversa ma sa che questa non è vita”. L’umiliazione è, secondo Haber, uno degli ingredienti dell’attuale violenza palestinese esplosa nelle strade di Gerusalemme e della Cisgiordania. A riguardo, l’uomo che scrisse molti dei discorsi di Rabin ricorda “una sorta di indagine” – nella sua stessa definizione – condotta oramai trent’anni fa, all’inizio della Prima intifada, da due ufficiali dell’esercito israeliano in un carcere di Gaza “le cui celle erano già stipate di terroristi”. “La chiamo ‘una sorta di indagine’ perché intervistarono centinaia di persone ma non presentarono nessun risultato statistico – scrive Haber, sottolineando che l’”indagine” non fu presa in considerazione dai vertici di Tsahal per analizzare la Prima intifada – I due ufficiali citarono un punto interessante che allora non fu discusso: la sensazione di umiliazione descritta dagli intervistati, legata sia alle vittorie israeliane nelle guerre ma soprattutto connessa alle umiliazioni e ai piccoli e quotidiani maltrattamenti di cui solo una piccola parte degli ebrei d’Israele è a conoscenza, visto che non sono mai stati vicini agli arabi dei territori in nessun modo”.
Maltrattamenti che l’opinionista di Yedioth Ahronoth denuncia continuino tutt’ora, seppur l’establishment israeliano abbia cercato di sradicare il fenomeno. “Vicino a Betlemme – ricorda – ho visto con i miei occhi due soldati di Tsahal costringere due anziani palestinesi a salire sul tetto di un taxi, ballarci sopra e cantare ‘Golani, Golani, Anani Namu, tre anni per noi non sono abbastanza’”. “Ci sono stati diversi casi simili – continua Haber – anche se va sottolineato che nel corso degli anni i capi dell’establishment della difesa hanno fatto un grande sforzo per sradicare questo fenomeno. Dobbiamo mostrare anche molto apprezzamento per quegli stanchi soldati e agenti di polizia, molti dei quali si comportano con moderazione nonostante provocazioni e tentativi di trascinarli in conflitti, e cercano di seguire gli ordini che li vietano umiliare i civili. Nei giorni di incertezza (eufemismo per dire paura), si deve avere una buona dose di nervi saldi per comportarsi educatamente con un ragazzo palestinese, che vuole sapere “che ore sono”, mentre sotto i vestiti tiene un coltello da cucina”.
Un ragazzo, ritorna sul concetto l’opinionista israeliano, che condivide con la “gioventù palestinese una vita da schifo. La povertà sta squarciando le loro famiglie. La loro libertà di muoversi è ristretta. Il sistema educativo di cui fanno parte è al collasso. Sentono i loro genitori parlare della loro sensazione di umiliazione nazionale e famigliare. I media palestinesi e i social network sono imbevuti di orribili descrizioni delle azioni degli ebrei oppressori. Non vedono un futuro”. Ed è una cicatrice difficile da rimarginare.
Intervistato dal direttore del sito di informazione Times Of Israel David Horowitz, Haber sottolineava come, in questo estenuante conflitto, la memoria dei torti subiti sia un fattore fondamentale da tenere in conto per una soluzione realmente pacifica. Gli Accordi di Oslo, spiega – lui che fu al fianco di Rabin nei negoziati con il leader palestinese Yasser Arafat e l’allora presidente Usa Bill Clinton – non hanno portato la pace “perché ci sono problemi molto più profondi, difficili e ampi di quanto si possa immaginare. Per me è molto importante sottolineare che anche se è necessario fare mille distinguo, proprio come i [ex israeliani] residenti di Gush Katif [a Gaza] e Yamit [nel Sinai] non dimenticano per un momento da dove sono stati sfollati, non lo hanno fatto tanto in fretta nemmeno gli arabi della Terra di Israele. È un dato di fatto, non dimenticano. E possiamo gridare fino a domani che hanno 21 paesi e che hanno terre infinite. Va tutto bene, e non fa assolutamente alcuna differenza per la famiglia che viveva a Jaffa o ad Akko o a Haifa. Ricordano. Forse non ci piace, ma entrambe le parti devono trovare una soluzione”.
In un altro passaggio, forse quello più ottimistico di chi visse in prima persona le speranze e la disillusione che gravitavano attorno a Rabin e al suo impegno per la pace, Haber afferma che la strada è comunque segnata ed è quella tracciata dall’ex Primo ministro israeliano assassinato. “Anche se dovessero volerci anni, la strada di Rabin alla fine prevarrà”.

Daniel Reichel

(11 novembre 2015)