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Gattegna: “L’importanza di gesti simbolici”

Schermata 2016-01-17 alle 16.43.20È con spirito di profonda stima che Le porgo, a nome di tutte le Comunità Ebraiche Italiane, il più caloroso benvenuto.
Sono consapevole che lei viene in questo Tempio ad incontrare l’ebraismo italiano con il suo millenario carico di fede e di cultura, di dolore e di vita.
Questa sua visita giunge a rinsaldare ancor di più il cammino di dialogo, di amicizia e di fratellanza tra il popolo ebraico, il popolo dell’Alleanza, e la Chiesa cattolica.
La sua visita oggi segue le due precedenti di Papa Giovanni Paolo II nel 1986 e di Papa Benedetto XVI° nel 2010, ognuna delle quali ha segnato un innalzamento del livello delle relazioni.
Sono indelebili nella nostra memoria le immagini dello storico abbraccio che trent’anni fa, il 13 aprile 1986, vide uniti Papa Giovanni Paolo II e il Rav Elio Toaff. Ero presente e vidi con i miei occhi le loro figure avvicinarsi l’una all’altra, stringersi prima le mani e poi lasciarsi andare in quel gesto, uno appoggiato all’altro, come per sostenersi a vicenda e annullare quella distanza che per secoli era stata incolmabile.
Il 17 gennaio 2010 ebbi l’onore di partecipare personalmente, come rappresentante delle 21 Comunità ebraiche italiane, alla visita di Papa Benedetto XVI°, ora come allora insieme al nostro Rabbino Capo Riccardo Di Segni. Un incontro significativo e ricco di contenuti, durante il quale il papa ribadì la condivisione delle comuni radici, sulla base delle quali superare ogni forma di incomprensione e pregiudizio.
I due momenti di incontro sono stati il coronamento e l’ideale prosecuzione di un percorso non sempre facile, che trova la sua origine, e ha avuto una fondamentale svolta positiva, con la promulgazione della Dichiarazione conciliare “Nostra Aetate”.
Quel passo, 50 anni fa cambiò radicalmente il rapporto tra la Chiesa cattolica e l’Ebraismo intero e, per giudizio unanime, costituisce una pietra miliare che segna l’inizio di un dialogo costruttivo; ciò è stato largamente condiviso durante le numerose celebrazioni che si sono svolte negli ultimi mesi per ricordarne il cinquantenario.
Nella loro diversità, nel reciproco rispetto delle differenti tradizioni, nell’accettazione di una pari dignità, il rapporto tra la Chiesa cattolica e l’Ebraismo vive da allora un periodo di grande progresso, che possiamo sicuramente definire di portata storica.
Questa nuova era sta avendo negli anni più recenti una ulteriore accelerazione per merito suo, Papa Francesco, e personalmente, avendo avuto l’onore di incontrarla più volte, mi sono reso conto di quanto sia forte e profondo il suo legame con il mondo ebraico.
Nel novembre 2013 fu pubblicata la sua prima esortazione apostolica denominata “Evangelii gaudium”, in quella e in altre occasioni sono state da lei rese pubbliche affermazioni che tante generazioni di ebrei, in passato, hanno sperato di sentir pronunciare. In particolare, quelle della cui importanza non tutti si sono ancora resi conto; cito solo alcuni brani: “la conversione che la Chiesa chiede agli idolatri non è applicabile agli ebrei”; “uno sguardo speciale si rivolge al Popolo ebraico, la cui Alleanza con D-o non è mai stata revocata, perché i doni e la chiamata di D-o sono irrevocabili”; “la Chiesa considera il Popolo dell’Alleanza e la sua fede come radice sacra della propria identità cristiana.”
E infine la più recente, che risale al dicembre 2015, attraverso la Pontificia Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo che afferma: “il fatto che gli ebrei abbiano parte nella salvezza di D-o è teologicamente fuori discussione”.
Questo panorama, innegabilmente positivo, non deve indurre alcuno a interrompere il cammino intrapreso per raggiungere nuovi e ulteriori progressi. In particolare, ritengo necessario realizzare una strategia comune che consenta un’ampia diffusione presso tutta la popolazione, della conoscenza del grande lavoro svolto e del consolidamento dei sentimenti di rispetto reciproco di amicizia e di fratellanza che fino ad oggi sono rimasti circoscritti ai vertici religiosi e culturali; ancora circolano con frequenza pregiudizi e discorsi improntati a un disprezzo che ci offende e ci ferisce. Guardiamo alle giovani generazioni con la speranza che sappiano cogliere i frutti di quanto abbiamo seminato, e molto altro, per affermare i valori del dialogo e della vita.
In questo senso riponiamo grande fiducia nella sua capacità di parlare, di dialogare e di farsi ascoltare dalla Comunità dei fedeli, oltre che dalle gerarchie ecclesiastiche.
Tanto in passato l’antisemitismo si è nutrito di falsi simboli, creati per diffondere stereotipi e immagini deformate, soprattutto negli strati della popolazione che avevano minor accesso all’istruzione. Si pensi, tanto per citarne un paio, ai Protocolli dei Savi di Sion e al culto del Simonino da Trento. Quello che è nato in epoche remote di comunicazioni appena tecnologizzate, oggi, con la potenza della comunicazione digitale, può diventare, e forse tristemente è già divenuto, una nuova e ancor più pericolosa arma.
La Chiesa cattolica è sempre stata attenta e consapevole dell’importanza dei simboli e delle parole, e lei, caro Papa Francesco, ha mostrato una grande capacità di diffondere, in maniera virtuosa, messaggi importanti e complessi in modo semplice, proprio attraverso la forza dell’esempio e dei gesti simbolici.
Alzando lo sguardo al panorama internazionale, che ci circonda e tanto ci condiziona, appare chiaro che in questo difficile momento cristiani ed ebrei sono accomunati dallo stesso destino, come da lei ricordato sia nel corso del suo viaggio in Israele, sia nelle occasioni in cui ha avuto modo di incontrare il Presidente Shimon Peres e il Presidente Reuven Rivlin. Cristiani ed Ebrei sono costretti a difendersi da spietati nemici, violenti e intolleranti, che stanno usando il nome di D-o per spargere il terrore compiendo i più atroci crimini contro l’umanità.
La salvezza per tutti può venire solo dalla formazione di una forte coalizione, basata sulla condivisione di alti valori etici quali il rispetto della vita e la ricerca della pace, che sia in grado di vincere questa sfida, camminando tutti, fianco a fianco, nel rispetto delle diversità, ma al tempo stesso consapevoli dei molti valori, principi e speranze che ci uniscono.

Renzo Gattegna, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

(17 gennaio 2015)