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Così Italia e Israele entrano in orbita

Schermata 2016-03-13 alle 07.03.49Italia e Israele unite da Shalom. Che in ebraico significa pace, completezza, ed è la più popolare forma di saluto. Ma in questo caso, rappresenta l’acronimo di Spaceborne Hyperspectral Applicative Land And Ocean Mission. Ovvero il nuovo progetto bilaterale lanciato dalle Agenzie spaziali di Italia e Israele. A raccontarne gli obiettivi e il significato a Pagine Ebraiche è il presidente dell’Agenzia spaziale italiana Roberto Battiston, nel corso del suo viaggio tra Gerusalemme e Tel Aviv per prendere parte a febbraio alla decima Ilan Ramon Annual International Space Conference, la conferenza dedicata alla memoria dell’astronauta israeliano che perse la vita nell’incidente dello shuttle Columbia al rientro da una missione. Un appuntamento che ha visto quest’anno l’Italia tra i protagonisti non solo per via di Shalom, ma anche per la presenza, nella delegazione tricolore, di Samantha Cristoforetti, detentrice del record di permanenza di una donna e di un astronauta europeo nello spazio nel corso di un singolo viaggio, che con la sua testimonianza ha conquistato gli studenti dell’Università di Tel Aviv. E infine per l’annuncio della direttrice italiana dello UN Office of Space Affairs (l’Ufficio che promuove la cooperazione internazionale in materia spaziale) Simonetta Di Pippo che ha comunicato l’ingresso di Israele nell’organizzazione.

Professor Battiston, in cosa consiste il progetto Shalom, a cui stanno cooperando Italia e Israele?

Shalom rappresenta il primo progetto su cui le agenzie spaziali dei due paesi stanno lavorando in modalità bilaterale e ha come obiettivo lo sviluppo di un satellite a scopo commerciale per l’osservazione iper-spettrale della Terra,spettro dei colori. Nelle immagini della Terra che vengono raccolte normalmente, è possibile distinguere i colori, ma non i differenti materiali che li emettono. Attraverso l’osservazione iper-spettrale invece, si potranno cogliere le precise frequenze delle varie molecole. Per esempio si potrà distinguere tra acque più o meno inquinate. L’Italia prevede di lanciare Prisma, il satellite di prova, già nei prossimi due anni. Mentre Shalom, il satellite permanente su cui stiamo collaborando con Israele, dovrebbe essere ultimato entro il 2020.

Quando parla di scopi commerciali, cosa intende? Esistono ditte, persone, istituzioni, molto interessate ad avere certi tipi di immagini. Ormai il mercato delle immagini satellitari è vastissimo. Possono essere usate per le applicazioni più disparate, dal settore dell’agricoltura a quello della gestione delle emergenze, dell’inquinamento, del monitoraggio del traffico navale e terrestre, delle variazioni climatiche, degli incendi, oltre che per le classiche previsioni del tempo. A seconda dell’uso che ne viene fatto, le immagini satellitari sono concesse gratuitamente o a pagamento. Oggi sono decine i satelliti nello spazio che le forniscono. La caratteristica innovativa portata da Shalom consisterà appunto nella capacità di osservazione multispettrale che permetterà di identificare non solo i colori, ma i materiali che sono a terra.

Lei ha viaggiato in Israele diverse volte. Come trova il paese dal punto di vista dell’approccio alla scienza e alla ricerca?

Israele è un paese estremamente vivo, molto giovane, con una grande capacità di formare ed entusiasmare i ragazzi. In questi giorni ho visitato un liceo i cui studenti stanno sviluppando dei nano-satelliti che verranno lanciati nell’ambito di un progetto internazionale. Li ho visti motivatissimi e bravissimi. Si capisce che in questo modo si riescono a stimolare le nuove generazioni a fare attività in campo scientifico e tecnologico, una caratteristica fondamentale nel mondo moderno, dove la conoscenza e la competenza tecnica sono alla base dell’economia. L’impegno in campo spaziale poi favorisce la collaborazione internazionale. In Israele dunque vedo un paese molto serio, determinato a fare cose utili e a farle bene, con competenze ed eccellenze industriali straordinarie, con cui l’Italia collabora ottimamente.

Il luogo comune invece vuole che gli studenti italiani non si appassionino alle materie scientifiche. Dal punto di vista dell’educazione dei giovani, l’Italia potrebbe fare di più?

Quello scolastico italiano è un sistema solido e valido, che viene da un retaggio culturale di tipo umanistico. È una caratteristica profonda da cui l’Italia si sta riprendendo lentamente. Guardare a paesi come Israele, ma anche Cina e India, vedere con quanta determinazione e dinamismo formano la nuova cultura basata sulla scienza piuttosto che sulla storia e sulle lettere antiche fa una certa impressione dal punto di vista italiano, perché è chiaro che il futuro del mondo sta nell’essere cittadini in grado di controllare, conoscere e sviluppare le nuove tecnologie.

Secondo lei il viaggio e la popolarità di Samantha Cristoforetti hanno risvegliato qualcosa? Certamente. Se non altro perché ha fatto aprire gli occhi sullo spazio alla popolazione femminile. Samantha si è trasformata in un modello capace di rompere gli stereotipi dei ruoli tradizionali. E poi la sua capacità di comunicare in modo brillante e fresco l’esperienza nello spazio ne ha fatto un fenomeno internazionale, con un impatto assolutamente positivo.

Se qualcuno le obiettasse che in un momento di crisi economica, investire nello spazio potrebbe sembrare uno spreco, cosa risponderebbe?

È molto semplice. Gli studi dimostrano che per ogni euro investito in campo spaziale, c’è un ritorno all’economia di un paese tra i due e i sei euro. Questo accade perché l’impatto delle ricerche spaziali nella vita quotidiana è fortissimo. Basti pensare a quanti di noi non potrebbero più muoversi senza un navigatore, e che a utilizzare i satelliti sono ormai i telefoni, la televisione, la meteorologia, mentre si sta aprendo il settore del monitoraggio dei cambiamenti climatici. Se un giorno i satelliti dovessero smettere di funzionare ci troveremmo davanti a un disastro assoluto. E questa è anche la migliore assicurazione al fatto che lo spazio rimanga pacifico. Se si cominciasse a utilizzarlo come terreno di scontro infatti, sarebbe impossibile danneggiare i satelliti altrui lasciando intatti i propri. Gli asset spaziali sono fragili, la loro capacità di rendere la vita più bella è incredibile e rappresenta un continuo richiamo alla necessità di vivere assieme. Un po’ come accade nella Stazione spaziale internazionale che continua a ospitare russi, americani ed europei anche in momenti in cui sulla Terra i paesi non vanno così d’accordo l’uno con l’altro.


Rossella Tercatin, Pagine Ebraiche Marzo 2016

(12 marzo 2016)