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teshuvà…

Dopo la morte dei due figli di Aharòn, D.o rassicura Aharòn dicendogli che questa sciagura non gli impedirà di svolgere la sua alta missione, e per questo gli dà indicazioni su come fare. In quest’ottica compare un’espressione: “Be-zòth yavò Aharòn el ha-qòdesh”, “Con questo Aharòn verrà nel luogo sacro”.
I Maestri, ricordando l’insegnamento che “Teshuvà, tefillà e tzedaqà allontanano la severità del decreto”, riassumono questi tre punti nelle voci mnemoniche “tzom” (digiuno, cioè teshuvà), “qol” (voce, cioè preghiera), “mammòn” (denaro, ossia tzedaqà). Ognuna di queste voci ha il valore numerico di 136, che in totale fa 408, che è il valore numerico di “zòth” (questo).
Quindi ciò che la Torà ci insegna è che anche i nostri errori sono riparabili attraverso la teshuvà, rivolta a noi stessi, la tefillà, rivolta a D.o, e la tzedaqà, rivolta agli altri.

Elia Richetti, rabbino

(5 maggio 2016)