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Dylan, un menestrello diventato re

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Nato Robert Allen Zimmerman, da famiglia ebraica con radici ucraine e lituane, Bob Dylan ha sempre mantenuto un forte attaccamento alla sua identità. Al giovane “menestrello di Duluth” fu impartita una educazione osservante, frequentò le scuole ebraiche e il campo estivo sionista e religioso Camp Herzl. Una eco di questa radicata identità si avvertirà in tutta la sua opera, nei tanti riferimenti biblici o mistici dei suoi testi (come nella canzone Highway 61, dedicata alla celebre strada americana che, nelle strofe di Dylan, fa da sfondo al dialogo fra Abramo e l’Onnipotente nell’imminenza del sacrificio di Isacco), e nel suo più volte dichiarato attaccamento al popolo ebraico e allo Stato d’Israele. 
Dylan nasce nel 1941 a Duluth, in Minnesota. A sei anni si trasferisce a Hibbing, al confine con il Canada, dove inizia a studiare pianoforte e a fare pratica su una chitarra acquistata per corrispondenza. Già a dieci anni scappa di casa, dalla sua cittadina mineraria di confine col Canada, per andare a Chicago. La sua vita, ben presto, diventa un girovagare: mutuato il suo nome nel nome d’arte Bob Dylan, in onore del celebre poeta gallese Dylan Thomas, per anni è di fatto un menestrello ambulante. 
Il suo album d’esordio è del 1962, una raccolta di brani tradizionali, tra cui la celebre House of the rising sun. È l’inizio di una lunga carriera, che lo porterà a scrivere successi indimenticabili, canzoni destinate a lasciare il segno nella musica folk e a diventare dei veri e propri inni dei militanti per i diritti civili: tra queste, The times they are a changin’, A hard rain’s a-gonna fall e Blowin’ in the wind, canzone divenuta icona del pacifismo (storica la versione con Joan Baez), che portò Dylan a diventare il cantante simbolo del movimento che si opponeva alla guerra in Vietnam.
La sua carriera attraversa i decenni, con la produzione di perle della musica blues e folk, da Like a rolling stone a Mr Tambourine man, da Bringing it all back home a Blonde on blonde. 
Nel corso degli anni Dylan ha ampliato e personalizzato il suo stile musicale arrivando a toccare molti generi diversi come il country, il rock, il gospel, il jazz, lo swing. È rimasto invece immutato, nei decenni, il suo interesse per la cultura ebraica, testimoniato dai diversi viaggi e concerti tenuti in Israele, dai suoi periodici incontri con il rabbino lubavitch Schneerson e dal suo interesse per la filosofia e per la mistica ebraica. Sembra che lo stesso Gershom Scholem custodisse nella propria biblioteca testi del cantautore che, secondo le motivazioni dell’Accademia di Stoccolma, “ha creato una nuova espressione poetica nell’ambito della tradizione della grande canzone americana”.
 Dylan ha ricevuto durante la sua carriera innumerevoli premi, è stato inserito dal Time tra le cento più influenti personalità del XX secolo e, nel 2008, per lo spessore letterario della sua opera, ha ricevuto un premio Pulitzer. 
Da molti anni era annoverato tra i potenziali vincitori del premio Nobel per la letteratura. Anche quest’anno, però, non sembrava tra i favoriti. La sua vittoria ha spiazzato tutti. Nel perfetto stile “dylaniano”, al quale ha abituato i suoi milioni di fans in oltre cinquant’anni di carriera.

(Nell’immagine un recente concerto di Bob Dylan a Tel Aviv)

Marco Di Porto

(13 ottobre 2016)