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Esteri, il viceministro sull’Unesco
“Italia lavora per il cambiamento”

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La sconcertante risoluzione dell’Unesco su Gerusalemme, che cancella il legame tra il Monte del Tempio e l’ebraismo, ha messo in luce la contraddittorietà di una certa diplomazia internazionale. Troppo spazio è stato lasciato a quei paesi che a priori si esprimono contro Israele, che usano sedi come l’organizzazione che dovrebbe tutelare la cultura e la scienza per colpire e delegittimare lo Stato ebraico. Di questa situazione, diventata oramai insostenibile, si sono resi conto anche a Roma, soprattutto grazie alle proteste del mondo ebraico italiano: l’astensione dell’Italia in sede Unesco di fronte a una risoluzione tanto grave e scorretta ha fatto molto rumore, aprendo una riflessione sulla necessità di un cambio di orientamento della diplomazia del Bel Paese. Tanto che lo stesso Primo ministro Matteo Renzi ha definito il voto della rappresentanza italiana “incomprensibile, inaccettabile e sbagliato”, spiegando “di aver chiesto espressamente ai nostri di smetterla con queste posizioni. Non si può continuare con queste mozioni finalizzate ad attaccare Israele. Se c’è da rompere su questo l’unità europea, che si rompa”. E il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha confermato che “nelle prossime votazioni, cambieremo atteggiamento”. A ribadire a Pagine Ebraiche la necessità di intraprendere un nuovo corso, che contrasti apertamente iniziative come quella dell’Unesco, anche il viceministro degli Esteri – con delega alla Cooperazione Internazionale – Mario Giro. In un confronto che ha toccato diversi temi legati al ruolo dell’Italia nel panorama internazionale, il viceministro Giro ha spiegato al nostro giornale il motivo del voto italiano all’Unesco, auspicando un cambio di rotta.

Viceministro, il mondo ebraico italiano, a partire dalla Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, ha criticato molto la scelta della nostra rappresentanza all’Unesco di astenersi rispetto a una risoluzione volta chiaramente a colpire Israele e l’ebraismo, un documento promosso dalla delegazione palestinese e sottoscritta da Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan. Quello che l’ebraismo italiano si è chiesto è: perché astenersi di fronte a un’iniziativa che nega la storia, omettendo, il legame tra il Monte del Tempio di Gerusalemme e l’ebraismo?

L’Italia si è sempre astenuta in occasioni simili, per marcare la differenza nei confronti delle proposte che vengono fatte da una serie di paesi arabi. Questo però crea un’inerzia che va superata, perché cambiano le situazioni, un astensione o un voto di un certo tipo non è detto che vada bene sempre. Questo tipo di atteggiamento deve essere infatti rivisto. Troppo spesso all’Unesco si usano questioni culturali per mascherare posizioni politiche. E ciò non è più accettabile. Nel caso dell’ultima votazione, l’astensione è dovuta, come dicevo, all’inerzia, con una mancanza di comunicazione tra la burocrazia e chi ha la responsabilità politica.

Qual è la sua valutazione rispetto alla risoluzione in sé?

È evidente che il Muro del pianto o Muro Occidente è un luogo ebraico, è noto a tutti questo. Credo sia necessario smetterla di accettare risoluzioni che usano la cultura come un’arma, perché è evidente che non è questo lo scopo dell’Unesco. Dobbiamo opporci a questa logica. E ne ho parlato anche con gli ambasciatori d’Israele a Roma e in Vaticano, in occasione della marcia in memoria del rastrellamento degli ebrei romani compiuto dai nazifascisti il 16 ottobre 1943.

Lasciando la vicenda Unesco, i rapporti tra Israele e Italia continuano a consolidarsi attraverso collaborazioni sul piano scientifico ed economico. In particolare, lei ha la delega alla Cooperazione internazionale e su questo fronte avete aperto con Gerusalemme un nuovo percorso. Ce ne può parlare?

Con Israele i rapporti sono ottimi. Abbiamo recentemente firmato un accordo per sviluppare progetti di cooperazione bilaterale in Africa. In particolare, le iniziative partiranno dall’Africa e poi vedremo di coinvolgere altri paesi dell’area. Il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente visitato diversi paesi africani, parlando di un continente sempre più strategico per gli interessi nazionali. Affermazione altrettanto vera per l’Italia, come dimostra la sua recente visita proprio in Africa.

Perché investire in questo continente?

Il nostro partenariato con paesi africani ha molteplici finalità. In primo luogo dare stabilità a un’area in balia di conflitti e dove il terrorismo islamista trova terreno fertile. Purtroppo molti giovani africani, che davanti a sé non vedono un futuro, vengono indottrinati dai maestri del male. Dare loro un lavoro attraverso progetti di cooperazione internazionale vuol dire dare a queste persone e ai loro paesi una stabilità, prosciugare il bacino del terrorismo. Ed è una risposta anche alle grandi migrazioni: creando opportunità i giovani si legano ai loro territori e non sono spinti ad andarsene.

Parlando in generale, il suo impegno è molto concentrato sulla cooperazione internazionale ma sembra che in Italia non ci sia molta attenzione a questa materia, almeno non da parte dell’opinione pubblica.

Si fa molto ma forse non se ne parla abbastanza. Ad esempio, la nuova struttura dell’agenzia per la cooperazione internazionale permetterà all’Italia di ottenere più risorse dall’Unione europea. Si tratta di una vera e propria trasformazione nella cooperazione che coinvolge la Cassa Depositi e Prestiti. L’Agenzia diventerà uno strumento a servizio di tutto il Sistema Italia e lavorerà in particolare con i Paesi del Mediterraneo, sulla base del “migration compact” proposto dal governo, assieme a tutti i partner coinvolti, anche senza aspettare l’Unione europea. Inoltre sono state aumentate, grazie al Premier Renzi, le risorse per la cooperazione e non dobbiamo dimenticarci che l’Italia e la quarta o quinta realtà del G7. La cooperazione crea futuro e benessere sia per i paesi in cui andiamo a operare sia per l’Italia.

Ha citato l’Unione europea: i paesi dell’Ue sono stati criticati per non essere riusciti a mettere sul terreno un piano per dare risposte comuni sul fronte dei migranti e intanto le spinte xenofobe minacciano dall’interno diversi suoi paesi. Qual è la situazione? E condivide la critica?

Sicuramente l’Europa non si sta muovendo a sufficienza. Le spinte xenofobe di cui parla sono preoccupanti ma aggiungo anche l’allarme per un crescente antisemitismo che minaccia la convivenza europea. Su questo fronte il governo italiano è in prima fila e non permetterà mai che le sue minoranze, tra cui quella ebraica, vengano minacciate. Come ho detto, ho partecipato anche quest’anno alla marcia del 16 ottobre organizzata dalla Comunità ebraica romana con la Comunità di Sant’Egidio. Si tratta di un momento che ci ricorda come sia un nostro dovere difendere la realtà ebraica così come le altre minoranze. Come governo, teniamo molto alla convivenza perché è l’unica vera risposta del futuro anche di fronte alle incertezze portate dalla globalizzazione. Bisogna imparare a convivere e condividere.

Daniel Reichel

(Disegno di Giorgio Albertini)