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Rav Bruno Polacco, ricordo vivo

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Appartenente alla generazione cresciuta dopo la prima guerra mondiale, Rav Bruno Polacco (1917-1967) fu un personaggio importante nel panorama culturale ebraico italiano del Novecento. Schivo e riservato, dotato di un’eccezionale umanità, che lo fece sempre amare da parte dei suoi correligionari, nelle tre comunità ove rivestì la carica di vice-rabbino o di rabbino capo, Venezia, Ferrara e Livorno, egli coltivò, con severo impegno scientifico, oltre agli studi biblici e talmudici, anche quelli storico-filologici, con l’intento di ampliare le nostre conoscenze della storia degli ebrei d’Italia, accumulando una larga messe di saggi e ricerche, che la sua modestia volle spesso lasciare inediti. Fu la sorte, del resto, che, per ragioni simili, toccò anche alle sue opere teatrali, nelle quali cercò di ricostruire i più tipici ambienti ebraici, dalla shtetl centro-europea al hatzer veneziano. Sono tutti testi che meriterebbero di essere conosciuti, per la profondità e il valore della ricerca e per il sapore di veridicità e l’affidabilità della rievocazione, cui la serietà dello studioso offre le migliori garanzie: opere che qualificano la complessa fisionomia di un intellettuale, impegnato in una pluralità di direzioni, ma che non ha avuto, fino a ora, il giusto riconoscimento.
Bruno Polacco nacque il 23 dicembre 1917 (8 teveth 5678) a Cesenatico, dove la famiglia era stata costretta a rifugiarsi in seguito alla prima guerra mondiale. Rimasto orfano di madre ed essendo il padre richiamato alle armi, fu affidato alla zia paterna, che lo allevò come un figlio. La sua educazione e la sua formazione avvennero perciò a Venezia, a contatto, soprattutto, con l’ambiente del ghetto presso San Girolamo, dove le ataviche tradizioni sapevano ancora garantire l’antica solidarietà ebraica. Dimostrata, fin dagli anni dell’adolescenza, una spiccata propensione per gli studi rabbinici, fu avviato e favorito in tal direzione dall’allora rabbino di Venezia Adolfo Ottolenghi z.l. Furono, per Rav Polacco, anni di fattiva partecipazione alla vita comunitaria, soprattutto nei centri giovanili e presso il Circolo Ebraico Veneziano, una delle istituzioni allora più importanti della Venezia ebraica. Terminate le scuole superiori, passò al Collegio Rabbinico a Roma (presso il quale conseguirà poi il titolo di Chacham ), dove, compagno di studi di Augusto Segre z.l., ebbe come docenti Umberto Cassuto z.l. e Dante Lattes z.l. e dove conseguì il titolo di maskil, prima di tornare definitivamente a Venezia, per assumere la carica di hazan e per aiutare il proprio maestro Ottolenghi, affetto da grave menomazione fisica negli ultimi anni della sua vita. Riprese, così, i contatti con il Circolo Ebraico, e, stimolato dalla presenza di una filodrammatica attiva e applaudita, tentò la via del teatro dialettale, scrivendo, nel 1939, Quarant’anni fa, commedia nella quale riuscì a ricostruire, con grande abilità, la vecchia parlata del ghetto veneziano, i cui residui aveva ascoltato, da bambino, dalla bocca degli ultimi utenti della generazione a lui precedente. Sfuggito alle persecuzioni razziali, riassunse la carica di hazan e di vice rabbino, prima con Rav Relles z.l., poi con Rav Elio Toaff z.l., che, suo sincero amico, di lui ebbe a scrivere: “A Venezia avevo trovato un collaboratore eccezionale nel rabbino Bruno Polacco. Veneziano di nascita, conosceva la Comunità in tutti i particolari e mi fu insostituibile guida per orientarmi e farmi capire la mentalità di quegli ebrei così simili tra loro per tanti versi, ma spesso incredibilmente distanti”. Furono anni durante i quali rav Polacco si prodigò per la rinascita della Filodrammatica Ebraica Veneziana, per la quale produsse alcuni nuovi copioni, tra i quali due testi di notevole spessore: Giobbe e, nel 1950, I due shnorrers, tratto dalla celebre opera di Zangwill. L’attività teatrale e l’impegno come insegnante nella rinata scuola ebraica non fecero, tuttavia, trascurare gli studi biblici e talmudici. Conseguito, pertanto, il titolo rabbinico (suo maestro, amato e venerato, era intanto divenuto Rav Alfredo S. Toaff z.l., rabbino di Livorno), assunse, nel 1953, la sua prima cattedra come rabbino capo a Ferrara, dove, dopo il matrimonio con Nella Fortis, rimase per sette anni, attivo nel risollevare le sorti della comunità, e dove, avendo a disposizione ancora il ricco archivio comunitario di Via Mazzini, poté dedicarsi anche a ricerche storiche e archivistiche. Tra i suoi studi, rimasti anche questi inediti, va ricordato un documentato saggio su L’Università degli uomini lusitani di Ferrara e un’ampia analisi su La comunità di Ferrara e il suo Talmud Tora dalle origini a Isacco Lampronti. Nel 1960, quando il suo maestro Alfredo S. Toaff z.l. lo volle con sé, lasciò Ferrara e si trasferì a Livorno, dove, nel 1963, assunse la carica di rabbino capo, amato e stimato dai suoi correligionari. Continuò ad affiancare all’attività rabbinica il suo impegno in studi linguistici e filologici, ponendo, tra l’altro, mano a un dizionario della lingua ebraica, del quale restano i lemmi delle prime due lettere, e pubblicò uno studio su Abravanello Giudeo. Sono numerose le altre opere alle quali stava attendendo, quando la morte lo colse immaturamente, all’età di soli cinquanta anni, il 29 di Nissan 5727. “Quando a fine estate del 1968 giunsi a Livorno per assumere il Rabbinato di quella comunità,che era stata la comunità di origine della mia famiglia paterna, era trascorso già un anno dalla scomparsa di Rav Bruno G. Polacco (z.l.)” ha scritto in un ricordo rav Giuseppe Laras annotando poi come “la sua mancanza veniva avvertita nella comunità in modo indiretto e diretto: sia, cioè, in quella sorta di smarrimento, che è tipica della comunità rimasta a lungo priva di una guida religiosa, sia più esplicitamente nelle espressioni di affetto e di rimpianto che si ascoltavano da parte di molti membri della comunità”. Mentre Sergio Yoseph Molco, livornese trasferitosi in Israele e tra i custodi delle tradizioni ebraiche labroniche, traccia in questi termini il profilo di rav Polacco: “Ricordo ancora vivamente, a 50 anni dalla sua prematura morte, il mio amato Maestro degli anni della mia giovinezza a Livorno, per la sua benevola e benedetta giornaliera vicinanza che emanava un sentimento tutto ebraico di amore comune per le cose spirituali associate a quelle più pratiche della vita”. Una sottolineatura, questa, che ben si accompagna alla chiusura del ricordo di rav Laras, scritto per i quaranta anni dalla scomparsa del suo predecessore a Livorno: “…il buon nome di una persona che ha in vita ben meritato, più passa il tempo, più ingigantisce e si consolida. È per questo che, pur a distanza di 40 anni dalla morte, continuiamo a sentirlo vivo nel ricordo e nel rimpianto.”

(Rav Polacco durante la cerimonia di inaugurazione della sinagoga di Livorno, nel 1962)

Pagine Ebraiche, maggio 2017

(5 maggio 2017)