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La riforma dell’informazione di Stato
voluta, votata e infine contrastata

Pezzi di Israele che scompaiono. Così è stata percepita la brusca fine di Mabat LaHadashot, il telegiornale della televisione statale israeliana (Canale 1), chiuso dopo quasi mezzo secolo di onorato servizio. Lacrime in diretta televisiva sono state versate da alcune conduttrici e giornaliste, e in molti non hanno nascosto la rabbia per la modalità con cui è stata annunciata la chiusura: perché se tutti sapevano che il giorno di mettere le cose negli scatoloni sarebbe arrivato presto a causa della riforma che coinvolge tutta l’IBA, la Israeli Broadcasting Authority – ovvero l’ente della tv pubblica israeliana – nessuno pensava a un preavviso di sole due ore. “Che cosa siamo, criminali?”, lo sdegno espresso dal giornalista Yaakov Ahimeir, giornalista considerato una delle colonne di Mabat. “È stato come aver demolito una casa – ha commentato Haim Yavin, anchorman dell’edizione serale del tg dal 1968 al 2008 – Puoi farmi andare via da Mabat ma non puoi far andar via Mabat da me”, la chiosa di Yavin.
Anche un’altra emittente storica, la radio Kol Israel, è stata toccata dalla riforma: dopo 81 anni la Voce d’Israele (traduzione di Kol Israel) ha smesso di accompagnare le giornate degli israeliani. “Riprenderà a trasmettere ma non è ancora chiaro quale sarà la sua programmazione – spiega a Pagine Ebraiche Amit Schejter, capo del dipartimento di Scienze della Comunicazione della Ben Gurion University e con un passato all’interno dell’IBA – In realtà tutta questa riforma non è chiara. Era partita con le migliori intenzioni, ma poi è stata modificata e ora è un pacchetto confuso e pieno di errori”. La casa-IBA spiega Schejter, da tempo infatti voleva essere se non demolita, profondamente ristrutturata. Troppo pesante, burocratizzata, con un numero eccessivo di dipendenti e troppo legata agli orientamenti politici di chi era al governo in quel dato momento (critiche che, se si vuole, sono state poste nel corso degli anni anche alla Rai): “quando ero dentro l’ente, abbiamo lavorato per cercare di riformare la situazione ma è stato un buco nell’acqua”, spiega Schejter, che non si è detto contrario in linea di principio all’idea di sostituire l’Iba con Kan. Un progetto drastico ma che, se fosse rimasto come era stato inizialmente ideato, avrebbe potuto portare l’emittente di Stato a un livello più competitivo e tagliare alla base alcune delle sue incoerenze. “Poi il Primo ministro Benjamin Netanyahu, che aveva appoggiato inizialmente la riforma approvata durante il suo precedente governo, nella nuova legislatura ha deciso di modificare in modo sostanziale il provvedimento”, la spiegazione del docente di Scienze della Comunicazione. “E da qui il disastro”. Secondo Schejter una spiegazione possibile per la scelta di Netanyahu di mettere mano alla riforma era per il fatto che l’emittente in quel modo era troppo indipendente dalla politica. “Il punto forte del cambiamento si è trasformato così nel punto debole del progetto”, la sua valutazione, condivisa da altri analisti – tra cui il professor Sergio Della Pergola su queste pagine. Il passo indietro di Netanyahu non è stato indolore: poche settimane fa c’è stato infatti un duro scontro tra lo stesso Netanyahu e il suo ministro delle Finanze, Moshe Kahlon. Quest’ultimo si è infatti messo di traverso contro il cambio voluto dal Primo ministro (che prevede, tra le altre cose, uno sdoppiamento del canale pubblico in due: uno dedicato all’intrattenimento e uno alle news), per una questione di costi. Lo scontro è stato tale da rischiare di aprire una crisi di governo poi rientrata. E ora quello che rimane è una riforma che sembra scontentare tutti. “Non è in gioco la libertà di espressione in Israele – sottolinea Schejter, tornando sul provvedimento – Anche perché oramai le piattaforme da cui prendiamo le informazione sono molto varie e nel Paese sono presenti tutte le voci. Il problema è lo sperpero di energie e di soldi pubblici”.

Daniel Reichel

(14 maggio 2017)