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Il calcio e i suoi presidenti

Emanuele CalòAdam Smulevich firma per la casa editrice Giuntina un libro tanto formidabile quanto intriso di mestizia: “Presidenti. Le storie scomode dei fondatori delle squadre di calcio di Casale, Napoli e Roma”.
Per quanto ci riguarda, ricordiamo il Derby Roma – Lazio del 9 febbraio 2014, allorché spunta uno striscione “ Noi un popolo vaccaro voi un popolo di sacerdoti”, con un chiaro riferimento sia al Generale Giorgio Vaccaro (che in qualche modo impedì l’incorporazione della Lazio nell’ambito della fusione dell’Alba Roma, Roman e Fortitudo dalla quale sorse l’AS Roma), sia a Renato Sacerdoti (indimenticato Presidente dell’AS Roma). A dimostrazione che se qualche romanista l’ha scordato, la curva nord lo ricorda, anche se non come vorremmo.
Renato Sacerdoti non riuscì mai a vincere il campionato, però Raffaele Jaffe, Presidente del Casale, ci riuscì nel 1914, proprio contro la Lazio, e precisamente per 7-1 all’andata e 2-0 nel ritorno. Tutte buone ragioni per continuare a citare Sacerdoti negli striscioni, tacendo però di Jaffe.
Infine, Giorgio Ascarelli, una bellissima figura per via del suo successo negli affari, della sua generosità in ambito sociale nonché per la sua multiforme passione sportiva, che lo porta a fondare il Napoli Calcio, finanziandolo di tasca propria, da vero mecenate.
Sacerdoti e Jaffe, ebrei, decidono di battezzarsi nello stesso anno, il 1937. Scelte analoghe furono maturate in quell’arco di tempo anche da diverse famiglie di ebrei italiani e non, nella temperie di un’epoca contrassegnata dalla ricerca di vie d’uscita non esclusivamente spirituali. Sacerdoti riuscì a salvarsi, ma Jaffe fu gasato all’arrivo ad Auschwitz. Quanto ad Ascarelli, fu ucciso da una peritonite nel 1930, giovanissimo. Un destino crudele che però gli risparmiò lo squallore delle leggi razziali.
Su tutte queste vicende, Adam Smulevich stende sulla carta del suo pregevole volume le storie di tre personaggi, con una maestria e padronanza delle belle lettere idonea a far rivivere il passato, facendo commuovere chi capisce che il tempo è davvero un elemento relativo, come si può evincere anche dallo striscione dianzi evocato.
Tragedie e prodezze, vittorie e drammi, che faranno capire a tanti tifosi, questa volta in modo legittimo, le (parziali o totali) origini ebraiche dei loro club. I quali non dovrebbero sconvolgersi per così poco; dopotutto il più grande del mondo del calcio, Francesco Totti, è sicuramente cattolico, e qui siamo noi ebrei a rendergli i meritatissimi onori. Certo, al mondo ci saranno sicuramente moltissime persone migliori di Totti, anche se io non ne ho mai incontrato nemmeno una.
Eppoi, il calcio ha una funzione che rende benemerito chi lo promuove; Manuel Vázquez Montalbán, per esempio, rilevava come la Coppa dei Campioni avesse sostituito in Europa le guerre mondiali. Nel nostro caso, il benemerito è l’autore di questo libro che fa felici noi, appassionati di calcio. Poiché questo volume assolve anche ad una funzione pedagogica, in tempi di intolleranza, sarebbe bene che se ne parlasse anche nelle scuole e non soltanto nei mass media.

Emanuele Calò, giurista