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Israele – La scuola, tra ortodossia e modernità

bombach

Menachem Bombach aspetta dietro al cancello della sua scuola, su una collina polverosa: porta un cappotto lungo e nero, la barba corta e un paio di occhiali dalla montatura sottile. Ha un’aria da studente raffinato e le mani giunte davanti a sé. Sorride mentre esclama: “Benvenuti, benvenuti!”
Difficile credere che la casa di questo rispettabile signore possa essere stata così spesso presa di mira da gruppi di fanatici religiosi. La porta e la serratura del suo appartamento sono state imbrattate di catrame parecchie volte e il suo quartiere è stato letteralmente coperto di poster che lo accusavano di essere un impostore haredì, e gli intimavano di “tornare a Tel-Aviv”. Quando lo hanno riconosciuto, durante una visita a Mea Shearim, il quartiere della sua infanzia, hanno iniziato a lanciargli addosso bottiglie e pannolini, fino ad arrivare a strappargli dalla testa la kippah.
È da tre anni che Bombach deve affrontare proteste del genere, da quando cioè ha aperto a Beitar Illit la sua scuola, una scuola superiore per ragazzi della comunità classifica in cui si insegnano scienze e matematica, e si offre la possibilità di sostenere gli esami della bagrut (la maturità israeliana). Mentre si tratta di un modello scolastico che pur essendo marginale esiste da sempre nella comunità haredì lituana, la scuola di Bombach è la prima di questo tipo nel mondo chassidico e ha presto iniziato a destare l’attenzione dei genitori.

Un ragazzo di Mea Shearim
Beitar Illit è una metropoli grigia ai piedi dei Monti della Giudea, una città dieci chilometri più a sud di Gerusalemme con una popolazione in rapida crescita e affitti tanto bassi da attrarre sia chassidim che haredim lituani, alla disperata ricerca di spazio sufficiente per le loro numerose famiglie. Camminando lungo la via Rabbi Akiva, ci si ritrova avvolti nel frenetico trambusto cittadino, tra uomini con cappelli e lunghi cappotti neri, madri a capo coperto e calze coprenti, ragazzi con i peyes, ragazze con le gonne lunghe a pieghe, più pedoni che macchine.
“È una città liberale” afferma Bombach.
A me viene da ridere.
“Liberale in termini haredì” aggiunge, sorridendo. “Tutto è relativo”.
I dimostranti infervorati non sono cittadini di Beitar Illit, spiega poi, bensì abitanti di Beit Shemesh, originari di Mea Shearim o haredim lituani di Gerusalemme. Qui non c’è nulla di monolitico. E comunque Bombach non presta loro troppa attenzione. “Non mi preoccupano – sostiene – in fin dei conti è proprio grazie a loro che molte persone mi conoscono”. Agita una mano, come a scacciare le urla che ancora echeggiano nella sua mente, e sorride calmo. “Ad ogni modo mi tengono all’erta, sono come instancabili cani da guardia che mi costringono a rispondere per le mie azioni.”

Nonostante le sue idee innovative, Bombach non è un emarginato.
Cresciuto a Gerusalemme, a Mea Shearim da padre appartenente ai chassidim di Satmar e madre originaria di una famiglia Eda Haharedit (organizzazione comunitaria di ebrei ultra ortodossi), Bombach ha iniziato a parlare ebraico solo a partire dai vent’anni, avendo impiegato esclusivamente lo yiddish fino a quel momento. Studiò dapprima in un hederx(scuola primaria tradizionale in cui si insegnano i principi fondamentali della religione e lingua ebraiche) grigia, poi si spostò alla yeshivah ktana (“piccola yeshivah”) di Vizhnitz e completò infine la sua formazione presso la yeshivah lituana di Mir (le yeshivah sono scuole ebraiche incentrate sullo studio dei testi religiosi, principalmente del Talmud e della Torah). Ormai ventenne si sposò, lasciò la yeshivah e iniziò a dedicarsi all’insegnamento. Si trasferì a Migdal HaEmek e cominciò lavorando come consulente in una yeshivah per uomini, della quale divenne il vicepreside dopo soli quattro anni. Con la nascita dei primi figli decise di cercare un ambiente più haredì per la sua sempre più numerosa famiglia e si trasferì a Beitar Illit, dove trovò lavoro in una yeshivah per immigrati russi. Fu in quel periodo che iniziò a sognare di aprire una sua scuola superiore per ragazzi chassidici.
Selezionato da un responsabile del Mandel Institute’s Program for Leadership Development in Haredi Community (un programma di formazione professionale per la comunità haredì), Bombach ha completato il corso formativo proposto dall’istituto, del quale ora è uno dei direttori, e ha successivamente conseguito la laurea in politiche pubbliche presso la Hebrew University, acquisendo per altro anche un buonissimo inglese.
Il sogno di Bombach era aprire una scuola superiore per ragazzi chassidici che offrisse una formazione non esclusivamente teologica, un’idea piuttosto radicale per una comunità chiusa come la sua. E, nonostante ciò, tre anni fa è finalmente riuscito a lanciare il suo progetto chiamato “Hamidrasha Hahasidit”, che più che una tradizionale yeshivah sarebbe da definire come una scuola superiore chassidica. Il curriculum prevede infatti che i consueti studi del Talmud, della Bibbia, del pensiero chassidico e dell’Halakhah (la tradizione normativa religiosa dell’ebraismo) vengano accompagnati da lezioni di inglese, matematica, letteratura, lingua ebraica, informatica e storia. Gli studenti vengono inoltre preparati per sostenere gli esami della bagrut e ottenere quindi la maturità israeliana, necessaria per l’ammissione all’università (altra questione spinosa in una comunità in cui molti rabbini haredì si oppongono tenacemente proprio al fatto che i giovani religiosi sostengano gli esami).
La scuola di Bombach segue alla lettera tutte le norme sociali haredì: gli insegnanti sono tutti maschi e tutti chassidim o haredì, non si discute sul servizio militare e non viene festeggiato il Giorno dell’Indipendenza di Israele, anche se molti studenti pregano i caduti dell’esercito israeliano nel Memorial Day. L’obiettivo non è soltanto offrire una formazione completa ai ragazzi, ma soprattutto “insegnare loro ad essere uomini rispettabili, che si impegnino attivamente nella società e non rifiutino l’altro”.

Ma come insegnare tutto ciò nella pratica?
“Non hai visto il mio sito web?” mi chiede Bombach.
Tu hai un sito web?! È uno shock. Un sito web in una comunità che condanna categoricamente internet e gli smartphone?! Come può essere presa sul serio una yeshivah chassidica con un sito web?!
Bombach sorride sorpreso: “certo che ho un mio sito!” e mi mostra sul desktop del suo cellulare una pagina web molto ben organizzata. Sotto il titolo “Life skills” compaiono una serie di icone indicanti i temi trattati nei seminari che vengono proposti nel corso dei quattro anni: linguaggio del corpo, individuo e società, lavoro di squadra, superare i preconcetti, igiene personale, relazione con i genitori, relazione con lo Stato, educazione civica, mangiare sano, gestione delle finanze personali, limiti personali. Bombach afferma che sono circa seicento le persone che giornalmente visitano il suo sito per reperire informazioni sull’insegnamento e il ruolo del genitore o per ascoltare le registrazioni delle lezioni. “Penso che stia diventando una risorsa importante anche per le persone esterne alla scuola”.
Ma molti membri della comunità non hanno internet, replico io.
“A quanti mi chiedono informazioni rispondo: vai a vedere sul sito” mi dice lui, semplicemente. “Affermano di non avere internet e io li spingo a trovare un modo per accedervi. Non ho tempo per i giochetti, preferisco essere diretto”.
Quando Bombach lanciò il suo progetto tre anni fa, proteste, denunce e articoli denigratori non tardarono ad arrivare, ma immediata fu anche la richiesta. Le domande di iscrizione arrivarono in massa. I genitori si mostrarono da subito curiosi verso questo esperimento.
Nella scuola di Bombach vengono ammessi solo venti studenti all’anno; per il prossimo autunno sono stati in ottanta a candidarsi per i venti posti disponibili. Metà degli studenti sono di Beitar Illit, gli altri vengono da tutto il Paese e vivono in uno studentato vicino alla scuola. Circa il 60% dei fondi sono statali, il resto viene da donazioni estere.

“Non c’è alternativa”
Proprio settimana scorsa, in seguito all’apparizione di un articolo su Bombach nella rivista israeliana Makor Rishon, il quotidiano haredì Yated Neeman criticó apertamente l’educatore chassidico, definendolo “assassino spirituale”.
Gli ho chiesto allora come si era sentito dopo essere stato denigrato in quello che risulta il giornale più letto nella comunità haredì lituana.
“Avere l’approvazione degli altri è un onore” mi ha risposto, “ma in fin dei conti, bisogna accettare di essere soli. È come se stessi camminando sempre sulle uova”.
“Molte persone pensano che stia sbagliando – aggiunge poi – mi dicono che dovrei cercare di dare meno nell’occhio. Io, però, credo che se anche tentassi, non riuscirei a passare del tutto inosservato. Le persone sono sospettose per natura. Ma senti, Yated è ormai acqua passata. Ciò che sto facendo, quello è il futuro”.
Bombach sembra profondamente preoccupato per la futura generazione della sua comunità. Nella fascia d’età che va dagli 0 ai 14 anni attualmente a Israele sono circa 500.000 i bambini haredì, stima.
“Se non riescono ad accedere al mercato del lavoro, diventeremo un Paese del Terzo Mondo. – afferma allarmato – E la comunità haredì sarà la prima a risentirne. In questo momento è difficile per gli haredim rendersi conto di quello che potrà accadere. Ma non c’è alternativa. Tra i miei studenti ci sono futuri dirigenti di compagnie high tech, ingegneri, capi reparto degli ospedali e scienziati a servizio della società. Ne sono convinto.”
“La società haredì è davvero speciale. – spiega – È ricca di idealismo, gentilezza, un vero mondo miracoloso. Ed è proiettata verso il futuro, anche se consapevole delle sfide che dovrà affrontare. Noi stiamo solo provando a capire come proteggere la nostra identità nell’affrontare queste sfide. È importante che ci si renda conto che io qui non sto cambiando la mia comunità. La sto proteggendo.”

Avital Chizhik-Goldschmidt, per il Forward

traduzione di Francesca Antonioli, studentessa della Scuola Superiore per interpreti e traduttori di Trieste, e tirocinante presso la redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

(1settembre 2017