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LETTERATURA Aharon Appelfeld, le parole donate al mondo

140417dv101_Portrait_Aharon_Appelfeld_NovelistSe ripenso ad Aharon Appelfeld mi torna in mente il suo sorriso. Timido, mite, disarmante. Quello di un bambino sopravvissuto alle atrocità della Storia senza smarrire l’innocenza. C’è voluto quasi mezzo secolo prima che il grande scrittore israeliano testimone della Shoah, scomparso ieri all’età di 85 anni, decidesse di rompere il silenzio e, ritrovando lo sguardo incantato dell’infanzia, raccontasse la sua incredibile vicenda in Storia di una vita.

A quel tempo alcuni dei suoi lavori più belli, Badenheim 1939 e Tsili (da cui qualche anno fa Amos Gitai ha tratto un film) erano già stati pubblicati. Appelfeld, almeno in Israele, era un autore affermato. Storia di una vita (Giuntina, 2001) ne fece un personaggio conquistando il pubblico di tutto il mondo.

La storia di Appelfeld era così toccante, avventurosa e incredibile, da convincere anche i più scettici. E la purezza della scrittura con cui la raccontava, unita alla scelta di lavorare per sottrazione, evocando l’orrore senza mai affrontarlo in presa diretta, la rendevano se possibile ancora più unica e sconvolgente.

Nato nel 1932 nel villaggio di Jadova, vicino a Czernowitz, allora Romania e oggi Ucraina, Appelfeld era figlio di ebrei secolari, colti e cosmopoliti. In un salto generazionale frequente in quegli anni, i nonni erano invece ebrei osservanti che costruirono una sinagoga sui loro terreni.

La vita scorre dolce negli anni dell’infanzia. In casa il piccolo Aharon parla tedesco, la lingua che la madre ama e coltiva con passione (“Nella sua bocca – scriverà in Storia di una vita – le parole suonavano limpide come se le avesse pronunciate attraverso un’esotica campana di vetro”). Con i nonni discorre in yiddish, con le domestiche in ruteno, con i coetanei in rumeno.

Ha solo nove anni quando il suo mondo finisce in frantumi. L’esercito rumeno, alleato dei nazisti, invade il villaggio. La nonna e la madre vengono uccise mentre, dopo una breve fuga, Aharon e il padre vengono catturati e deportati in un lager della Transnistria. Appelfeld riesce a scappare e trascorre tre lunghi anni nascosto nella foresta.

La capacità di sopravvivenza del bambino, fino allora tenuto al riparo dalle asprezze della vita, è sorprendente. Aharon impara a cibarsi di bacche, rifiuti e piccoli furti. Vive con una prostituta, si unisce a una banda di ladri e appena intercetta un segnale di pericolo è pronto a spiccare la fuga. Non dice a nessuno di essere ebreo, sa per istinto che potrebbe essere la sua fine. “Durante la guerra – scriverà – non ero me stesso. Ero simile a un piccolo animale che ha una tana, o meglio alcune tane”.

Quel sottobosco di disperati e piccoli delinquenti è la sua seconda scuola, dove impara “la generosità, l’odio, la brutalità, tutti i sensi dell’essere umano”. Incalzato dalla Storia, trova conforto nella bellezza della natura e negli animali, nel calore e nel muto affetto che gli trasmettono nelle innumerevoli notti passate nelle stalle.

Nel 1944, quando arriva l’Armata Rossa, si unisce ai soldati e lavora nelle cucine. A piedi dalla Romania si sposta in Bulgaria e infine, assieme a un gruppo di bambini anche loro senza famiglia, arriva sulle spiagge di Napoli dove rimane pochi mesi. È la sua “prima terra promessa”. Da qui nel 1946 raggiunge il futuro Stato d’Israele, allora sotto il Mandato britannico. Studia alla scuola agricola di Ein Karem e a Nahalal, presta servizio militare e infine si laurea all’Università ebraica di Gerusalemme in ebraico e yiddish.

La sorte gli regala un ultimo colpo di scena, questa volta misericordioso. Nel 1957, a 25 anni, Appelfeld scopre che il padre è sopravvissuto e vive in Israele. Lo cerca nel frutteto dove è al lavoro e, racconterà, gli basta uno sguardo per capire che è lui. “Herr Appelfeld?” domanda. Il padre, dall’alto di una scala, lo guarda e per ritrovarsi non occorrono altre parole.

Per il resto, dopo le infinite traversie dell’infanzia, in Israele la vita di Aharon Appelfeld sembra assestarsi ed entrare nei binari di una certa routine. Lui stesso, molti anni dopo, dichiarerà che uno scrittore serio ha bisogno di routine. Eppure in questa fase non c’è nulla di abitudinario. Al contrario, è il tempo di una radicale rivoluzione. Silenziosa, cocciuta, faticosissima.

All’arrivo in Israele Aharon Appelfeld ha tredici anni e mezzo, ha perso i genitori e il suo mondo. Negli anni trascorsi nella foresta ha smarrito le lingue che avevano scandito la sua infanzia. Il tedesco, la lingua di sua madre, suona alle sue orecchie come la lingua degli assassini. Lo yiddish dei nonni è stato travolto dal vortice della Shoah, il ruteno e il rumeno non fanno più parte della sua quotidianità.

Nel neonato Stato d’Israele Appelfeld si trova a fare i conti con l’ebraico. È una conquista lenta, difficile. Alla sua sensibilità la nuova lingua suona dura e ostica. “Suonava come degli ordini: andare, dormire, sistemare – ha detto in un’intervista. – Suonava come fosse sorta dal mare, dalle sabbie che ci circondavano ad Atlit. Non era una lingua che sgorgava da te, era come riempirsi di ghiaia”. Ci vuole tempo perché l’ebraico gli si riveli nella sua dolcezza e nella sua capacità espressiva. Ci vuole la grande lezione poetica della Bibbia, unita a una fatica destinata a non avere mai fine.

Per uno scrittore è difficile, se non impossibile, dire addio alla lingua madre. Ma Appelfeld non si dà per vinto. “La lingua madre è come il latte materno”, dirà. “Un uomo che ne viene privato è malato per tutta la vita: la lingua materna non la parli, scorre: quando te la portano via ti si crea dentro una voragine e devi sforzarti in ogni modo di colmarla. Così ho iniziato a studiare l’ebraico e l’ebraico è divenuto la mia lingua madre. È stato un grande sforzo, una fatica impegnativa.”

Nella sua nuova lingua racconta il mondo perduto: la guerra, lo sterminio degli ebrei d’Europa, il dopoguerra. Eppure rifiuta fino all’ultimo la definizione di scrittore dell’Olocausto. La trova una definizione limitante e lo è. Aharon Appelfeld è autore impossibile da inquadrare proprio perchè unico. Le sue storie sono inconfondibilmente europee ma non lo è la sua narrazione. E se l’ebraico lo accosta al corpus della letteratura israeliana, manca in lui quel tratto di passione politica e civile che accomuna Amos Oz, A.B. Yehoshuah e David Grossman.

“Appelfeld – notava Philip Roth – è uno scrittore sfollato di una narrativa sfollata, che ha fatto dello sfollamento e del disorientamento un soggetto unico nel suo genere.” In questa chiave, più che nella definizione di scrittore dell’Olocausto, trova senso la sua poetica, affidata al silenzio e a un profondo pudore dei sentimenti. Basta soffermarsi sul passaggio dell’assassinio della madre, in Storia di una vita, per rendersene conto. Poche righe appena, uno sparo e un singulto dolce come quello di colomba. Il mondo di un bambino è finito per sempre. Non c’è altro da dire.

Nell’universo di Appelfeld quel passato non se n’è mai andato. Cinquant’anni dopo la fine della guerra, dopo aver dimenticato luoghi, date, nomi, “ogni volta che piove, fa freddo, soffia un forte vento, sono di nuovo nel ghetto, nel campo o nelle foreste che mi hanno ospitato così a lungo”, scriveva. Il suo corpo ancora ricordava ma i suoi sogni si ostinavano a parlare di futuro. “L’ebraico – diceva – è ormai la mia lingua materna. Ma ancora oggi ho paura che se ne vada. Talvolta mi sveglio e questo ebraico imparato con tanta fatica svanisce, scompare. Voglio afferrarlo ma non ci riesco.” Il sorriso di Aharon Appelfeld era colmo di questa paura, quella di un uomo che aveva incontrato un dolore infinito ma fino all’ultimo non aveva smesso di tremare e incantarsi davanti al mondo.

Daniela Gross, DoppioZero, 5 gennaio 2018