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Firenze, un momento di dialogo e conoscenza

cividallithumbMotzaè Shabbat, sala riunioni del centro valdese di Firenze, un’occasione speciale, due ospiti che non si incontrano tutti i giorni: un giovane neuroscienziato, Mohammad Herzallah, fondatore e direttore della Palestinian Neuroscience Initiative e una giovane neuroscienziata, Joman Natsheh, una delle prime docenti della struttura, ideatrice e responsabile di un progetto per la salute mentale delle donne palestinesi. Ho il privilegio di moderare il dibattito che coinvolge un folto pubblico di persone venute ad ascoltarli parlare della loro esperienza, delle loro difficoltà, dei loro successi. Nata nel 2009 la Palestinian Neurosciense Initiative ha formato più di cento studenti e ricercatori, ha creato legami con università straniere, ospitato insegnanti, organizzato convegni e anche ottenuto un brevetto.
Da subito mi colpisce lei, Joman, seduta composta, il velo che le avvolge il volto, il vestito tradizionale che la copre; da lei sprigiona una gran forza mentre siede, silenziosa, durante la prima parte della presentazione. Poi si alza in piedi e parla, parla perché neuroscienziata, parla perché palestinese, parla perché donna. E le abbiamo viste le donne palestinesi desiderose di studiare, ma che per muoversi, anche all’interno del paese, figuriamoci all’estero, devono farlo con altre donne o accompagnate da un marito o da un fratello. Lei le ha viste, il loro desiderio non è stato ignorato ed il centro di ricerca organizza stage all’estero per gruppi di studentesse. Le donne palestinesi sono donne che, come tutte noi, desiderano tenere insieme famiglia e professione e, per loro, ha creato opportunità di lavoro anche da casa. Per lo più si sentono inadeguate e prima di fare un passo devono essere sicurissime di quello che sanno, ben diverse dagli uomini che tentano, si lanciano; tutte noi donne ci possiamo riconoscere in questo modo di essere, bellissimo il modo che lei ha usato per esplicitarlo. Hanno tanto bisogno di figure femminili, di donne autorevoli di riferimento e, per rispondere a questo bisogno, al centro di ricerca, hanno organizzato una giornata di studio in onore e ricordo di Rita Levi Montalcini. Mi chiedo quante università in Italia si rendano conto dell’importanza che ci siano figure di riferimento femminili e della risonanza che può avere per una donna sapere che esiste una scienziata come Rita Levi Montalcini che le sia madre con la sua storia e la sua autorevolezza. Joman lo ha capito, ha capito che per le pazienti depresse, elevatissimo il tasso di depressione, non è equivalente essere seguite da uno psichiatra maschio o da una psichiatra donna, per questo cerca, cercano di aiutare quanto più possibile, le donne, che lo desiderano, a studiare per diventare psichiatre. Se è difficile per gli uomini riconoscere di aver bisogno di cure in ambito psichiatrico, per le donne lo è ancora di più perché viene messa in crisi tutta la loro persona, la loro identità e così, dato che la depressione post partum è molto frequente, è nei centri dove vengono portati bambini e bambine per le vaccinazioni dei primi mesi che si cerca di porgere aiuto, di offrire la possibilità di una terapia e di supporto.
Nella prima parte dell’incontro Mohammad, oratore brillante e molto competente, ha sottolineato che la pace non passa solo attraverso le strette di mano dei leader politici, ma soprattutto dalla gente comune, dal benessere personale, dallo studio. Concordo con lui, per noi ebrei la salute è così importante che dobbiamo trasgredire lo Shabbat se la vita di una persona è in pericolo. Diciamo che chi salva una vita salva il mondo intero, simile è l’insegnamento del Corano. Occuparsi della salute è un dovere e lo studio che porta conoscenze utili per tutte le persone è un’ottima strada.
Il giovane scienziato ci dice che il 36% della popolazione palestinese è affetta da depressione, due terzi sono donne, per tutti e tutte è penoso riconoscere di avere questa malattia che è stigmatizzata dalle famiglie e dalla società, difficile, quindi, accedere alle cure. Nonostante l’altissimo tasso di depressione il numero dei suicidi è bassissimo, in quattro anni meno di uno l’anno, probabilmente per l’importanza che l’educazione religiosa attribuisce alla vita.
Nel nostro immaginario le famiglie numerose sono di supporto a chi non sta bene che dovrebbe sentirsi protetto ed invece Mohammad ci spiega che in quel contesto la depressione aumenta perché è più facile non essere visti e viste, di questo e anche per questo si soffre.
Ad una domanda che ipotizza una responsabilità israeliana della depressione così diffusa, risponde che è il momento di smettere di incolpare altri dei propri problemi e di guardare dentro di sé. Sottolinea, inoltre, che la percentuale di persone depresse tra i palestinesi residenti altrove non è molto diversa. Uno psichiatra chiede se esistono rapporti diretti con colleghi israeliani, non ci sono anche se lavorano a pochi chilometri di distanza e questo perché qualcuno potrebbe considerare i neuroscienziati palestinesi dei traditori collaborazionisti e la Giordania impedirebbe loro, poi, di andare all’estero, mentre i rapporti di studio e lavoro, specie con gli Stati Uniti, sono occasione fondamentale di ricerca e di crescita.
Una serata interessante, molto apprezzata da tutte le persone presenti, molti gli ebrei fiorentini, che mi ha confermato nel mio pensiero che ogni occasione di dialogo deve essere cercata e mi fa desiderare che da questo incontro nasca una collaborazione, Joman si occupa anche di bambini ed io sono pediatra, e che possano seguire altri incontri anche presso la loro sede, vicino a Gerusalemme Est.

Sara Cividalli, Consigliera dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane