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Yehoshua: “Per noi ebrei, i libri
sono salvezza e minaccia”

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“Sono stato in Italia diverse volte, ma solo recentemente ho deciso di ambientare nel vostro paese una piccola novella, che avrà per protagonista una giovane ebrea. E ora che ho visto Ferrara, non ho dubbi: il mio racconto si svolgerà qui! Resterò in città un altro giorno e potreste vedermi girare per le strade, le piazze e le chiese col mio taccuino, in cerca di materiale…”.
È con questa notizia che ieri sera, al Teatro Comunale di Ferrara, Abraham B. Yehoshua ha aperto la sua lectio magistralis, appuntamento culminante della Festa del Libro Ebraico 2018.
In un’edizione di grande successo e affluenza, che ha avuto come tema conduttore l’identità, lo scrittore ha risposto all’invito del MEIS di intervenire sul ruolo del libro nell’ebraismo. E lo ha fatto con la cifra che lo contraddistingue e che lo colloca tra i maggiori autori viventi: “Più che un intellettuale impegnato – ha sottolineato Simonetta Della Seta, Direttore del MEIS, introducendolo alla platea -, un insegnante che fino a poco tempo fa incontrava e dialogava con i suoi studenti ad Haifa. Una persona con i piedi per terra, fortemente radicata nella cultura israeliana e influenzata dall’ispirazione della moglie Rivka, psicologa scomparsa nel 2016, che ha infuso nelle sue pagine una grande sensibilità introspettiva”.
“Il Museo è molto impressionante già ora che non è finito – ha proseguito Yehoshua – e trovo di grande importanza che si basi su una legge dello Stato. Negli ultimi anni, in Europa sono sorti numerosi musei ebraici, su tutti quelli di Berlino e di Varsavia. Mentre ci vorrà tanto tempo, sempre che ciò avvenga, prima che ne nascano nei Paesi islamici, dove fino all’anno Mille viveva il 90 per cento della popolazione ebraica mondiale. Le tracce di quel passato stanno scomparendo nel mondo musulmano. Ma questi nuovi musei ebraici intendono preservare il passato degli ebrei ©Marco_Caselli_Nirmal_M_X113_010europei prima che venga cancellato e offuscato dalla forte presenza politica e culturale di Israele, e dei suoi problemi militari? Oppure è il fenomeno della globalizzazione che spinge le comunità ebraiche a mantenere le tradizioni locali, prima di essere travolte dalla modernità? O forse ebrei e non ebrei sono stanchi e delusi dalle vicende di Israele, dal suo deterioramento politico e morale, e hanno nostalgia delle comunità, grandi e piccole, sparse per secoli in tutto il mondo, che con lo studio e l’interpretazione dei testi sacri hanno dato vita a una loro particolare identità?”.
Interrogativi che portano inevitabilmente la lectio di Yehoshua ad ancorarsi al libro, ai libri: “A definire il popolo ebraico ‘popolo del Libro’ furono i musulmani, nel Corano. Li consideravano inferiori, ma non li costringevano a convertirsi all’islam, perché il testo sacro della religione ebraica conteneva pur sempre la parola di Dio, ancorché travisata. Il maggior esponente degli studi di ebraismo, il professor Gershom Scholem, scrisse che «il popolo ebraico comparve sulla scena della storia insieme al suo Libro. Il popolo e il Libro erano dunque intrecciati, sia nella coscienza degli ebrei sia in quella del mondo»”.
Il ‘Libro’, dunque, come elemento antecedente la madrepatria. La Torah che Mosè diede ai compagni nel deserto del Sinai come fonte di legittimazione a possedere un territorio. “Così – ha ripreso Yehoshua –, mentre per tutti gli altri popoli l’identità è definita dall’appartenenza a un territorio, per gli ebrei l’identità è definita dalla lealtà alle Sacre Scritture e il diritto di possedere una patria non è naturale, ma discende dall’autore dei testi sacri”.
Di questa particolarissima e distintiva condizione, lo scrittore israeliano ha considerato vantaggi e insidie: “Aver costruito la propria identità nazionale su questi testi ha permesso agli ebrei di mantenerla anche al di fuori della madrepatria, di restare uniti grazie malgrado la dispersione per il mondo, di confrontarsi sulle diverse interpretazioni. Le guerre civili fra gli ebrei non sono mai state combattute a colpi di spada bensì di penna”. Senza contare che questa attitudine alla lettura, allo studio, alla scrittura e all’esegesi ha portato gli ebrei a una maggiore facilità di assimilazione dei testi e delle lingue di altri popoli, e di integrazione in altre realtà.
Yehoshua - TrevesQuanto agli svantaggi, “molti studiosi sono rimasti intrappolati in quei testi, rinchiusi fra le mura dei collegi e distaccati dalla vita reale. In Israele, migliaia di studenti di yeshiva consacrano ancora tutto il loro tempo a interpretare testi antichi in modo nuovo e originale, prendendo un misero sussidio, senza conoscere le lingue straniere, le scienze, le discipline sociali, la letteratura laica”.
A questa dedizione così totalizzante, Yehoshua riconduce anche il drastico calo numerico degli ebrei: “Dopo la distruzione del Secondo Tempio, nel 70 d.C., erano tra i due e i tre milioni, mentre all’inizio del XVIII secolo ne era rimasto solo un milione, perché non tutti riuscivano a concentrarsi sui rituali religiosi e sullo studio delle Sacre Scritture senza un’adeguata retribuzione”.
Fino alla rivoluzione sionista della fine del XIX secolo: “Con il consolidamento del nazionalismo laico in Europa, alcuni scrittori e intellettuali come Theodor Herzl ipotizzarono che i testi sacri ebraici fossero un ostacolo alla comprensione della nuova realtà e invocarono una svolta. Trasformarono la lingua sacra in qualcosa di vivo e moderno, e plasmarono una realtà della quale le Sacre Scritture erano solo un aspetto, non più importante che coltivare i campi. Come disse il poeta Chaim Nachman Bialik, “il concetto di cultura in ogni popolo include varie forme di vita, dalla più bassa alla più alta. Cucire scarpe o pantaloni, lavorare la terra, tutto questo è cultura, tutto è una miscela di spirito e materia”.
Un messaggio di cui far tesoro – sembra suggerire Yehoshua –, anche per evitare il ripetersi di tragedie di immani proporzioni come la Shoah: “È stata una grande sconfitta per il popolo del libro, per un certo tipo di ebraismo. Se siamo stati uccisi a milioni è anche perché avevamo una vita esclusivamente spirituale e non siamo riusciti a uscire in tempo da quella situazione. Ecco perché bisogna tornare ad avere un rapporto più moderno e contestualizzato con la realtà”.

Daniela Modonesi

(Nell’immagine in alto, Abraham B Yehoshua assieme alla presidente UCEI Noemi Di Segni, al presidente della Fondazione Meis Dario Disegni e al direttore del Museo Simonetta Della Seta. Foto di Marco Caselli Nirmal. Nell’immagine in centro, Yehoshua in visita al Meis. In basso, con la giornalista della redazione UCEI Ada Treves)