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Quasi quattrocentomila post dichiaratamente antisemiti in un anno. Si sa, la rete è un grande sfogatoio e si leggono cose orrende, espressione della pancia profonda di una certa parte della popolazione tecnologizzata. Ma la rete è solo uno strumento. Può essere utilizzata in tanti modi, positivi o negativi, ma è uno strumento. Di conseguenza, la misurazione delle tendenze di crescita o decrescita dei fenomeni sociali (in questo caso dell’antisemitismo, ma anche di altri) non può basarsi solo sull’analisi di quello strumento, assegnandogli un significato di concretezza che non ha. Sono i fondamenti culturali che producono in seconda battuta le migliaia di post arrabbiati e infamanti che divengono l’espressione visibile di quei fondamenti. Il fenomeno va quindi combattuto all’origine. In questo senso mi sembra preoccupante che nel solo 2016 in Italia si siano pubblicati 43 libri dichiaratamente antisemiti, 21 dei quali nuovi mentre gli altri ristampe di vecchi titoli. E ancora più grave mi sembra che la maggior parte di questi libri sia in libera distribuzione su grandi catene come Amazon o IBS. Si tratta, mi pare, di un segnale preoccupante (più delle migliaia di post ed emoticon). Manca ai vertici delle grandi aziende di distribuzione una visione socioculturale accettabile. E se è vero che il profitto non guarda in faccia nessuno, è anche vero che le poche migliaia di copie di libri antisemiti vendute attraverso quei canali producono certo denaro, ma anche danni sociali che alla fine della fiera paghiamo tutti.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC