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“Napoli, una lezione di libertà”

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“Pizza, spaghetti e mandolino è lo stereotipo per i napoletani e per estensione degli italiani, ma in quei giorni i napoletani non avevano niente eppure sono il popolo che si è liberato da sé dell’occupazione, prima dell’arrivo degli Alleati”.
È il messaggio che Giovanni Nistri, Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, ha voluto trasmettere alla platea in occasione dell’incontro ‘L’eccidio dei carabinieri della stazione Porto e la liberazione della città’ organizzato nel 75esimo anniversario delle Quattro Giornate di Napoli nell’aula magna dell’Università Federico II. Un momento di confronto tra storia, necessità del ricordo e impegno proiettato al futuro che ha raccolto un significativo interesse.
“L’8 settembre del ’43 – ha osservato la Presidente UCEI Noemi Di Segni – rappresenta uno spartiacque. Tra un’Italia che ha scelto di resistere e un’Italia che ha scelto di assistere e subire l’occupazione tedesca. Napoli, città medaglia d’oro al valore militare, sperimentò una precocissima sommossa popolare, di reazione, alle violenze, alla distruzione e i bombardamenti, ai rastrellamenti, alle deportazioni dei militari, di civili, di comuni cittadini, tra cui i cittadini ebrei”.
Ad intervenire anche Federico Monga, direttore de Il Mattino; il rettore Gaetano Manfredi; il sindaco Luigi De Magistris; Vittorio Tomasone, Comandante del Comando Interregionale dei Carabinieri; i docenti Luigi Musella e Aldo Masullo; lo scrittore Pietro Gargano; Gennaro Di Paola, protagonista delle Quattro Giornate.
Presente una folta delegazione della Comunità ebraica napoletana, guidata dal vicepresidente Pierluigi Campagnano, dal Consigliere UCEI Sandro Temin e dal maskil Ariel Finzi.

Di seguito l’intervento della Presidente Di Segni

Magnifico Rettore Manfredi, Signor Sindaco De Magistris, Signor Comandante Signor Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Nistri, Signor Comandante Interregionale Tomasone, Vice Presidente della Comunità ebraica di Napoli Campagnano Schapirer, Rav Ariel Finzi
Illustri Autorità, illustri relatori, cari amici,
Sono commossa ed onorata di poter prendere parte a questo importante momento di incontro e di ricordo. In una sede che era allora ed oggi luogo di formazione, in una città che si è voluta difendere allora e lo fa ancora oggi, assieme a chi oggi ne preserva saggiamente le testimonianze. Una parte di me è il racconto e il vissuto di queste giornate e degli anni 38-43, attraverso le storie di famiglia dei nonni che hanno scelto Napoli come luogo in cui cercare sicurezza e salvezza.
Quest’anno l’ebraismo italiano, assieme a diverse istituzioni nazionali e locali, ha dedicato iniziative editoriali, formative ed eventi per ricordare un evento che ha segnato profondamente la storia d’Italia: l’emanazione delle leggi antiebraiche del 1938, di cui quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario.
Lo abbiamo approfondito con la magistratura italiana e tutte le istituzioni che partecipano alla filiera legislativa, assieme alle università che si riuniranno a Pisa la prossima settimana per una cerimonia unica e significativa, assieme alle forze dell’Ordine e i Carabinieri anche in questa cerimonia di oggi.
Quelle leggi – frutto di una decretazione apparentemente d’urgenza – che sancirono e legittimavano la discriminazione della minoranza ebraica in Italia, l’un per mille circa della popolazione; minoranza che ha radici antichissime ed era allora come oggi perfettamente integrata nella società, furono anticipate e accompagnate da una campagna diffamatoria; e quando furono promulgate – proprio in queste settimane del 1938 – ottennero un effetto dirompente nella società italiana.
Esse determinarono sostanzialmente il disconoscimento della personalità giuridica. Si è improvvisamente diventati nessuno. Ci si è improvvisamente
ricordato che eravamo ebrei.
No scuola all’Istituto tecnico Pagano per l’insegnante di matematica;
No liceo al Sannazzaro
No musica per la violoncellista del San Carlo;
No studi e insegnamenti accademici per professori e studenti di ogni facoltà alla Federico II
No possesso di beni, case, imprese.
Ma vorrei precisare – è l’Italia tutta ad essersi impoverita delle sue potenzialità e soprattutto di valori.
Poterne parlare oggi anche qui, a ottant’anni di distanza, nell’aula magna di questa antica e prestigiosa università, è significativo. Quegli anni fiaccarono l’ebraismo italiano, e fiaccarono la Comunità ebraica di Napoli, che ne patì, come tutte le altre Comunità ebraiche italiane, le conseguenze.
Nell’atrio di questa università una lapide ricorda i nomi dei professori espulsi a causa di quelle leggi infauste: Anna Foà, Ugo Forti, Alessandro Graziani, Ezio Levi D’Ancona, Donato Ottolenghi. Furono espulsi anche tredici giovani assistenti di ruolo.
Ci è doverosa una riflessione perché la Storia (con S maiuscola) che stiamo ricordando è un insieme di fatti – di verità – che è per certi versi un remoto e sbiadito sapere teorico, che pochi ancora riescono a tramandare per il loro vissuto personale, e per altri versi un vicino succedersi di atti di quotidiana violenza. Quasi un presente. Quel che vorrei oggi ricordare è che allora – nel ’43 la barbarie della discriminazione, del razzismo, dell’antisemitismo, dell’occupazione nazista non ha prevalso. Non qui. Hanno invece prevalso la libertà e la democrazia, e i valori di rispetto per ogni diversità e i diritti di ogni singola persona. Ma non è stato il risultato di mere dichiarazioni di intento. E’ stata una coraggiosa rivolta popolare.
Le “leggi” tali erano formalmente, crearono i presupposti che facilitarono poi quanto sarebbe tragicamente accaduto cinque anni dopo, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre del 1943, quando l’Italia fu violata e ferita da una occupazione feroce e brutale, e per gli ebrei iniziò il periodo delle razzie e delle deportazioni; le delazioni; il collaborazionismo di parte della popolazione.
Un periodo in cui la storia d’Italia imboccò una strada terribile. Di divisione, di guerra civile.
L’8 settembre ’43 rappresenta uno spartiacque. Tra un’Italia che ha scelto di resistere e un’Italia che ha scelto di assistere e subire l’occupazione tedesca.
Napoli, città medaglia d’oro al valore militare, sperimentò una precocissima sommossa popolare, di reazione, alle violenze, alla distruzione e i bombardamenti, ai rastrellamenti, alle deportazioni dei militari, di civili, di comuni cittadini, tra cui i cittadini ebrei. Dei Carabinieri che hanno difeso fino ad ogni ultimo tentativo quel presidio di legalità che ancora riusciva a resistere alla devastante forza di legge di quei provvedimenti del ’38. Lo abbiamo appena sentito narrare dai relatori che mi hanno preceduta, lo insegnate voi che vivete e siete cresciuti in questa città.
Il mio omaggio sentito va al signor Gennaro Di Paola, che di quelle giornate fu tra i protagonisti, assieme ad Alberto DeFez, ventenne di religione ebraica (mancato pochi anni fa) che assieme ai compagni ha combattuto e difeso quel che era un patrimonio comune di libertà negate da difendere, da riaffermare. Grazie per essere qui con noi, per averci raccontato la sua storia, tramandato il suo monito di ricordi.
Sono passati settantacinque anni da quegli eventi che hanno costituito, insieme alle altre importanti tappe della Resistenza, l’ossatura di una insurrezione civile che ha dato un fondamentale contribuito alla Liberazione dell’Italia. Un percorso che attraverso il referendum del ’46 e il varo della costituzione repubblicana ha affermato il complesso – ma ben ragionato – sistema di pesi e contrappesi dei poteri, proprio per scongiurare il ritorno della dittatura, del fascismo, dell’illegalità sostanziale, offerti al popolo come garanzie di ordine e sicurezza. Pseudo presidi di difesa contro un nemico inesistente. Oggi il percorso prosegue – dalla tutela della razza alla tutela dei diritti, affinché non risorgano formazioni nostalgiche e affinché l’odio fatto massa non alimenti le logiche decisionali, non sia documentato nella semplice archiviazione.
Mi chiedo come molti cosa sanno i giovani di quanto accaduto nelle vie della città che attraversano ogni giorno. M chiedo anche se i giovani di oggi avrebbero la stessa forza, rabbia, capacità di dire no e di combattere. Cosa sono chiamati a difendere oggi? Quanto si rendono conto dell’immenso tesoro che gli è stato donato – i principi affermati nella carta costituzionale e i presidi che difendono legalità e democrazia? Hanno – o meglio abbiamo – oggi molto più di quanto esisteva allora:
Un’Italia con le sue diverse istituzioni parlamentari, governative, giudiziarie, militari e forze di sicurezza;
Un’europea unità ricostruita per un sogno di solidarietà tra i popoli;
La libertà di studiare legge, la libertà di suonare al San Carlo, la libertà di insegnare fisica o storia alla Federico II, di sognare il proprio futuro.
Cosa comprendono i nostri giovani e cosa potranno davvero difendere? Al grido di chi si mobiliterebbero?
Forse, al contrario, saranno loro a rendersi conto che viviamo in un torpore e depauperamento di valori, che il più grave dei mali non è l’immigrazione ma la paura e l’ignoranza, non è l’apparato istituzionale italiano o europeo ma la delega di poteri istituzionali ad altri paralleli poteri istituzionalizzati, non è l’analisi e lo studio ma l’accettazione superficiale e la propagazione incontrollata di ogni falsa indicazione.
Forse dovrei dire con maggior rigore che alla rivolta, generata dalla disperazione, annientamento e sottrazione di ogni speranza non bisognerebbe arrivare. Ancor prima dobbiamo chiederci come i giovani, come i cittadini di oggi – italiani ed europei – formano le proprie idee e convinzioni – culturali, politiche – da chi traggono riferimenti valoriali, come partecipano a definire e vivere all’interno di un ben normato contesto legislativo e cosa abbiamo insegnato in questi lunghi secoli nei quali ottant’anni. Certamente, la città di Napoli è esempio di risposta forte e precisa a questi interrogativi – coraggio quotidiano ma anche conflitti e contraddizioni su cui doverosamente soffermarsi. Soffermarsi nel senso di fare e agire.
Abbiamo appena festeggiato il capo d’anno ebraico. Rosh Hashanà. Momento nel quale si compie un bilancio di quanto abbiamo fatto come individui e come collettività. I dieci giorni che ci portano al giorno del kippur sono interamente dedicati a questa introspezione. La speranza, la preghiera e l’augurio, che a nome di tutte le comunità ebraiche in Italia vorrei formulare ed estendere a tutti, è che questo bilancio sia fatto ora, oggi, adesso. Cosa abbiamo e cosa rischiamo di perdere come persone, come paese; quale consapevolezza abbiamo di quegli anni, quali responsabilità sono state fatte valere, quanto si sono comprese le responsabilità del fascismo rispetto a quelle dell’occupante nazista, quale la devastante forza dell’indifferenza e divisione popolare, quali al contrario gli atteggiamenti popolari ed eroismi sono stati riconosciuti e la forza vincitrice dell’unità, quale il ruolo di chi guida il paese, di chi lo rappresenta, quale il ruolo di ciascuno di noi che forma il popolo, che non è concetto astratto, ma persone che vivono assieme in un ben definito contesto? L’auspicio è che si possano nelle università italiane formare i nostri giovani, dando loro conoscenze professionalizzanti ma anche e forgiando le loro coscienze, arginando ogni forma di boicottaggi al servizio della politica, che allievi di quest’Arma – così fondamentale per il nostro Paese – siano esempio per altri con il loro impegno e dedizione. Con il coraggio testimoniato non solo nel ’43 ma in molti altri momenti drammatici di questo paese, e ogni giorno senza che neanche lo sappiamo. Sono in fondo preghiere antiche – quelle di essere in grado di condurre i nostri figli ed essergli di esempio – che anche oggi tramandiamo e dedichiamo a loro.
Shanà Tovà.

Noemi Di Segni, Presidente UCEI

(14 settembre 2018)