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…Bds

L’articolo di Nathan Thrall comparso su The Guardian” e riprodotto qualche giorno fa da “Internazionale” (14 sett. 2018) in traduzione italiana è una interessante sintesi della politica del movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) sorto per colpire la produzione di beni con marchio israeliano provenienti da Israele e in particolare dai territori occupati nel 1967. Si tratta di un testo lungo e articolato, apparentemente neutro nel valutare gli esiti politici delle attività del movimento. Afferma che si tratta di un movimento straordinariamente esteso che ha messo sotto accusa in maniera efficace sia la politica israeliana (anzi, Thrall sottolinea “sionista”), sia quella dell’Autorità Palestinese. Un movimento che avrebbe costretto – così si legge nell’articolo – a mettere in discussione la soluzione dei due stati per due popoli e addirittura avrebbe provocato la nascita di un dibattito interno a Israele sulla democrazia in quel paese. A parte il fatto che questo dibattito (per chi conoscesse anche solo in maniera superficiale la storia di quel paese e del sionismo) dura praticamente da sempre e non ha certo avuto bisogno del movimento BDS per essere innescato, a me pare che Thrall intenda proporre la realtà attraverso lenti piuttosto distorte, che gli fanno interpretare con sincero spirito terzomondista una dinamica che è tutt’altro che innocente. Come la maggior parte degli osservatori sa, infatti, il movimento BDS non è uno strumento ghandiano di resistenza civile e non violenta, ma una vera e propria strategia politica estesa su scala globale, ben finanziata, con i suoi strateghi, i soldati militanti e un definito linguaggio comunicativo. Tralascio l’analisi puntuale dei diversi punti che mi separano dall’analisi proposta dal giornalista americano. Vorrei però concentrare l’attenzione del lettore su un elemento che – se inteso nei termini proposti da Thrall (che poi sono quelli degli strateghi del BDS) – rischia di aprire la strada a dinamiche assai pericolose. Parlo di due elementi linguistici e concettuali entrati nella retorica politica BDS in forme distorte, pur se di sicura efficacia: il sionismo e l’antisemitismo. Pensare veramente – come scrive l’autore – che l’accusa di antisemitismo al movimento BDS si riduca a “uno strumento di Israele nella campagna di delegittimazione” significa non voler vedere la strategia politica del movimento, che muove i suoi passi non nella direzione dell’affermazione dei diritti di autodeterminazione dei palestinesi, bensì fa dipendere questa dalla delegittimazione di Israele in quanto stato nazionale. Già per questa sola ragione, non dovrebbe sorprendere il fatto che uno stato nazionale (quale che sia, non solo Israele) se si vede attaccato nella sua stessa esistenza, interpreti questa aggressione come ostilità diretta alla sua identità. Ma il ragionamento di Thrall è comunque di altra natura: in realtà, scrive, l’accusa di antisemitismo è propagandistica, e nasce sulla base di una strategia ben precisa elaborata da Dina Porat dopo la conferenza antirazzista di Durban del 2001 (lo ricordo per dovere di informazione: durante quella conferenza – preceduta da un incontro fra i rappresentanti di centinaia di Ong – venne distribuito materiale propagandistico antisemita e si tentò di far passare una risoluzione che paragonava il sionismo al razzismo, provocando l’abbandono da parte delle delegazioni di USA e di Israele). L’elaborazione cioè di una nuova definizione operativa di antisemitismo, che comprenda anche l’antisionismo. In effetti la definizione operativa c’è, ma non è il frutto di alcuna strategia di propaganda israeliana, bensì della constatazione allarmata (condivisa purtroppo da molte indagini demoscopiche) che l’antisemitismo (come il razzismo) in varie forme è in rapida crescita un po’ ovunque e va combattuto. Da accorto giornalista qual è, Nathan Thrall dovrebbe sapere che la working definition proposta dall’IHRA e adottata dal Parlamento europeo e da molti altri stati è piuttosto generica e non fa alcun cenno a Israele o al sionismo. E’ tuttavia seguita da alcune raccomandazioni che sono in questo senso molto esplicite: l’antisemitismo “può includere l’attacco allo stato d’Israele concepito come collettività ebraica. Tuttavia la critica a Israele espressa nei modi in cui si critica ogni altro paese non può essere considerata antisemitismo”. Anche qui siamo nell’ovvio, ma è chiaro che la dinamica è ben diversa da quella proposta da Thrall, che si dimentica anche di ricordare altre più specifiche raccomandazioni contenute nella risoluzione IHRA del 2016. In particolare quando definisce come pratica antisemita “l’accusare gli ebrei in quanto popolo e Israele in quanto stato”, “accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele che agli interessi della propria nazione”, “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione affermando che l’esistenza dello stato d’Israele sarebbe un iniziativa razzista”, “usare simboli e immagini associate al classico antisemitismo per caratterizzare Israele o gli israeliani”, “compiere comparazioni fra l’attuale politica israeliana e quella del nazismo”, e infine “considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello stato d’Israele”.
Nel presentare il movimento BDS e la sua storia politica, e nell’indicare le strategie messe in atto dai governi israeliani per rispondere a quella politica, Nathan Thrall purtroppo si limita agli aspetti teorici che hanno mosso gli ispiratori del movimento, ma si guarda bene dall’addentrarsi nella cronaca del come le diverse associazioni che aderiscono a BDS abbiano messo in atto le loro azioni. Non ha potuto o voluto farlo, perché sarebbe stato costretto – da giornalista – a mostrare l’incredibile numero di casi in cui i militanti BDS si sono dimenticati della strategia economica del boicottaggio e del disinvestimento, per dare invece vita a manifestazioni di aperto ed esplicito antisemitismo che rientra negli esempi che ho sopra riportato e che a volte si spinge ben oltre. Boicottaggio di manifestazioni culturali, presentazioni di libri, balletti e concerti, conferenze di docenti israeliani, volantinaggio e affissione di manifesti aggressivi su sinagoghe e centri comunitari ebraici, organizzazione di convegni nei quali le comunità ebraiche vengono esplicitamente messe sotto accusa come quinte colonne del sionismo, quest’ultimo inteso non per quel che è (uno fra i tanti movimenti di autodeterminazione nazionale sorti nell’Europa dell’Ottocento) ma come il simbolo stesso dell’imperialismo capitalista oppressore dei popoli, che è l’esatta fotografia trasmessa dalla propaganda antisemita. Un movimento, quello BDS, che ha di certo una sua capacità di presa nel pubblico. Una presa che tanto più si allarga, quanto più va a suscitare quel substrato di pregiudizio antiebraico che ancora pervade in percentuali importanti le società occidentali. L’effetto, sul piano politico, è visibile. Ad esempio nel furibondo dibattito interno che si sta sviluppando nel partito Labour inglese a proposito dell’evidente uso strumentale della questione palestinese e dell’antisemitismo da parte dell’attuale segretario Jeremy Corbyn.
In un bel saggio di qualche tempo fa Włodek Goldkorn (La scelta di Abramo, Torino 2006) è stato molto preciso al riguardo: “Spesso – scrive Goldkorn – l’antiamericanismo coincide con l’antisemitismo, e l’antisionismo non è che odio dissimulato per gli ebrei”. Questo sillogismo, per quanto semplificato possa apparire, a ben vedere è sempre più vero. Sono certo che fra i sostenitori del movimento BDS ci sono anche numerose persone che sinceramente vi aderiscono, nella convinzione di contribuire alla liberazione dei palestinesi dall’oppressione. Purtroppo la situazione è più complessa, e interventi come quello di Nathan Thrall non mi sembra contribuiscano alla comprensione effettiva di questa complessità, precondizione necessaria ad ogni soluzione del conflitto.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC

(28 settembre 2018)