moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Torino – ’38, sul grande schermo
la storia del tradimento

IMG-20181009-WA0009Continua il viaggio lungo l’Italia del film documentario “1938. Diversi” di Giorgio Treves. Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, l’opera di Treves è arrivato infatti a Torino, con la proiezione al cinema Massimo, in una serata organizzata dai principali sostenitori del progetto, Film Commission Torino Piemonte e Museo Nazionale del Cinema, con Tangram Film e Mariposa Cinematografica. In apertura i saluti di Nino Boeti, presidente del Consiglio Regionale del Piemonte e del Comitato Resistenza e Costituzione; di Antonella Parigi, assessore alla Cultura della Regione Piemonte, seguita da Francesca Leon, assessora alla Cultura della Città di Torino e da Dario Disegni, presidente della Comunità ebraica di Torino.
Il film si pone in continuità con le moltissimi iniziative che durante il 2018 hanno l’obiettivo di interrogare e analizzare gli ottant’anni che ci separano dalla promulgazione delle Leggi razziali, o razziste, antisemite, antiebraiche. Già sulla definizione stessa di quelle leggi infamanti si incontrano sfumature diverse, scelte terminologiche discordanti. Questo elemento può essere visto come la chiave di lettura del documentario corale che il regista ha voluto creare. Infatti una composita rosa di protagonisti ha trovato spazio tra le riprese: storici, saggisti, testimoni, ognuno con la propria identità e specificità, ma tutti necessari per raccontare un arco temporale denso, a tratti ancora incomprensibile, che sfuma da riflessi cangianti, verso tinte indefinite, per poi sprofondare nel buio.
“Avevo il mondo per me, avevo una famiglia, una compagna, una città, il fascismo tutto mi portò via”. Sono le parole recitate dall’attore Roberto Herlitzka ad aprire il film documentario. Ad alternarsi nel montaggio, le riflessioni dello storico Sergio Luzzato, che definisce il 18 settembre del 1938 come l’entrata dell’Italia nel fascismo e l’uscita della stessa dal dramma del primo conflitto mondiale. Un ingresso che fa leva su due perni, sostiene il saggista e storico Alberto Cavaglion: da un lato il ritrovato mito della sanità latina e dall’altro il processo di militarizzazione delle masse, che tramuta gli italiani cittadini in italiani soldati. L’analisi si sposta poi sul ruolo dei media, della propaganda, intesa come produzione dall’alto del discorso pubblico che investe necessariamente la cultura popolare per superarla e sostituirla, sostiene Edoardo Novelli. Le voci degli studiosi si mescolano con quelle dei testimoni: l’avvocato Bruno Segre parla di pedagogia fascista come strumento. La fase primordiale della scesa in campo del fascismo, lascia spazio alla seconda fase, quella dell’aggressione dell’Etiopia, sospinta dal mito della conquista dell’impero e della purezza della razza. E poi ancora l’analisi della storica del Cdec Liliana Picciotto, la testimonianza di Roberto Bassi, degli storici Marcello Pezzetti e Michele Sarfatti. Poi la cinepresa ritorna sulle parole dello scrittore e testimone Aldo Zargani, di Rosetta Loy, per poi cogliere la voce di Liliana Segre, gli aggettivi che usa per raccontare il suo vissuto. Un’alternanza di sguardi sulla storia, una vicenda con cui il nostro paese inizia a fare i conti, in ritardo. “Siamo soli, come solo due ebrei possono essere soli”, il film di Treves si chiude nuovamente con l’attore Herlitzka.
IMG-20181009-WA0015Alla proiezione è poi seguita una tavola rotonda alla quale hanno preso parte il regista, la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, e lo storico Cavaglion. A coordinare gli interventi Sergio Soave, presidente del Polo del ‘900. Treves ha parlato del suo lavoro come di un progetto nato non tanto con pretese di originalità sulle modalità di divulgazione dell’argomento, quanto sull’idea di creare una nuova opportunità di scoperta storica. Un film dal ritmo incalzante, che procede per gradi nell’analisi della storia e lo fa attraverso voci polifoniche per tentare di raccontare quello che lo stesso Cavaglion ha descritto come “l’enigmatico comportamento della società italiana dell’epoca”. Infine la presidente Di Segni ha posto l’accento sull’importanza di fare dello storytelling, tema della Giornata Europea della Cultura Ebraica di quest’anno, un obiettivo concreto delle stesse istituzioni ebraiche, ma non solo: “L’ebraismo non è solo Shoah, prima è molto di più e dopo è molto di più, ma il buco nero va spiegato, attraverso forme di narrazione che raccontino una storia vera e che vera deve restare”. “Una storia – conclude – che non è solo degli ebrei, ma è degli italiani nel loro complesso, i quali devono essere capaci di fare propria questa storia, fino a ricondurla a parte della propria identità”.

Alice Fubini