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…tolstojani

Un uomo sudato falcia a ritmo il fieno maturo che oscilla corrusco sotto il sole. Quando cala la sera, scrive un libro su come migliorare la condizione di chi lavora la terra e ottimizzare le rese agricole. Ama la vita all’aria aperta, mentre si trova impacciato nei salotti mondani delle grandi città. Il suo non è però un rapporto elegiaco come quello espresso dai film sovietici al tempo della collettivizzazione forzata – inclusi capolavori come “La terra”, diretto nel 1930 da Aleksandr Dovženko – ma una relazione di intimità senza idealizzazione fondata da una parte su una religione del lavoro non marxista e, dall’altra, sull’idea di unità organica del cosmo, della natura e del popolo.
Potrebbe essere il ritratto di uno dei tanti ebrei europei emigrati nella Palestina prima ottomana e poi mandataria nei decenni precedenti la fondazione dello stato di Israele. E’ invece il profilo di Levin, uno dei personaggi del romanzo “Anna Karenina” di Lev Tolstoj e quello che più rappresenta le idee dello scrittore. Senza voler idealizzare la figura del giovane intellettuale sionista che va alla terra, la sua somiglianza con Levin non può essere casuale. E infatti non lo è.
Non erano pochi i tolstojani tra quanti lasciavano la Russia zarista per andare a fondare kibbutzim in una regione arida e pressoché incolta del Mediterraneo orientale, distante migliaia di chilometri. Tra questi Aaron Gordon, sionista della prima ora emigrato nel 1904 in Palestina. Ebreo osservante in Russia, Gordon lo è sempre meno dopo l’aliyà, componendo un percorso tipico per generazioni di immigrati. Nei suoi scritti c’è la religione del lavoro ma non il marxismo, c’è l’unità organica tra cosmo e popolo, c’è l’immersione nella natura e, attraverso il lavoro manuale e in particolare quello agricolo, la rigenerazione degli uomini. Il legame tra la Terra di Israele, il popolo che non ha smesso di sognarla dalla lontana Europa e la possibilità, in quel luogo, di edificare una nuova forma di abitare e coabitare è fortissimo.
Gordon non è l’unico seguace di Tolstoj in Terra di Israele. Nel suo libro più bello, Una storia di amore e di tenebra, Amos Oz affresca una Gerusalemme magica popolata da checoviani, dostoevskijani e tolstojani. Questi ultimi “erano tutti vegetariani fanatici ansiosi di riformare il mondo ed elargire morali, in profonda sintonia con la natura, amici dell’umanità intera e di qualsivoglia essere vivente, pieni di fervore pacifistico e della nostalgia per un’esistenza semplice e pura, tutti indistintamente smaniosi della vita di campagna, del ritorno alla terra tramite il lavoro, in seno ai campi e tra i filari dei frutteti. Se non che, non se la cavavano nemmeno con le misere piante d’appartamento: o le bagnavano troppo, fino a farle morire, o si dimenticavano di innaffiarle”. Non mancavano neppure le figure intermedie, come i “tolstojani appena usciti da un romanzo di Dostoevskij: disgraziati, verbosi, soffocati dagli istinti, rovinati dagli ideali”. Come soppesare con la giusta misura l’ironia, la magia, la storia e lo sguardo del narratore bambino filtrato dalle lenti spesse dell’amore e dell’oscurità? Impossibile e in fondo inutile rispondere, perché qui è la memoria che affiora e si fa racconto che si impone, e tanto basta. Oz a quindici anni, quando Tolstoj cominciava pian piano a passare di moda, lasciò i vicoli di Gerusalemme per entrare in kibbutz, lavorare la terra di giorno e scrivere libri al calare della notte. A proseguire, dopo quei personaggi strambi incontrati durante l’infanzia e più tardi descritti, la serie dei tolstojani in Israele.

Giorgio Berruto