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caloTorniamo, e non sarà l’ultima volta, sul ruolo degli intellettuali. Isaiah Berlin (Freedom and its betrayal; pubblicato in italiano: La libertà e i suoi traditori) e Paul Johnson (Intellectuals; pubblicato in italiano, Gli intellettuali) sono autori di  opere aventi lo stesso oggetto, che consiste nella critica della figura, che trova un nome soltanto nella seconda metà del secolo scorso, del c.d.intellectuel engagé, l’intellettuale impegnato. L’origine moderna del termine “intellettuale” è assai nobile, e la si ritrova nel Manifeste des intellectuels en faveur du capitaine Dreyfus (L’Aurore, 14 Gennaio 1898). Quanto all’impegno dell’intellettuale – per taluni ‘una malattia francese’- esso si materializza nel secolo scorso, soprattutto con Jean-Paul Sartre.
Sembrerebbe che da noi non ve ne siano più; tutt’al più rimangono degli aspiranti oppure degli inascoltati. Cosa rimane? I maghi, se volessimo tornare  agli anni sessanta, traendo ispirazione da Louis Pauwels e Jacques Bergier (L’aube des magiciens, in italiano, Il mattino dei maghi), perché il pensiero magico, sotto mentite spoglie, non muore mai, ma si limita semmai a crescere o decrescere.  
In un articolo non recentissimo (Simone Casini, Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano, Studi italiani, 2008), troviamo delle lettere di uno dei nostri maggiori intellettuali, Alberto Moravia, che rivestono un certo interesse. A Galeazzo Ciano: “Vengo dunque a domandarLe di poter passare qualche mese sull’altopiano Eritreo allo scopo di comporre un libro sulla guerra degli Italiani in Africa. Avrei voluto chiedere di andare come corrispondente di un giornale, ma le note giornalistiche hanno sempre qualcosa di provvisorio e di frammentario: ora io vorrei scrivere un libro organico, il quale potesse rimanere documento e testimonianza dell’eroismo della gioventù fascista in guerra. Non potrebbe Ella, Eccellenza, aiutarmi” (1935);  Moravia andrà in Africa molto dopo, nel 1963, e scriverà delle pagine indimenticabili. A Benito Mussolini: “Io ebreo non sono, se si tiene conto della religione. Sono cattolico fin dalla nascita e ho avuto da mia madre in famiglia educazione cattolica. E vero che mio padre e israelita; ma mia madre è di sangue puro e di religione cattolica, si chiama infatti Teresa De Marsanich ed e la sorella del Vostro sottosegretario alla comunicazioni. Per queste ragioni, Duce, io vi chiedo di non essere considerato ebreo, e di essere trattato, almeno dal punto di vista professionale, come [non] ebreo. Permettetemi, Duce, di esprimerVi insieme con la mia profonda devozione, la mia speranza nel Vostro superiore senso di giustizia”(1938).
Alberto Moravia era e resta uno dei maggiori scrittori italiani (quindici volte candidato al Nobel) e, pur ritraendo in modo straordinario la società italiana, a partire da “Gli indifferenti” (1929) diventa engagé più per forza delle circostanze che ad opera della sua volontà, e al riguardo è eloquente il titolo di una sua fatica: “A. Moravia, Impegno controvoglia. Saggi, articoli e interviste: trentacinque anni di scritti politici, a cura di R. Paris, Milano, Bompiani, 1980”.  Egli, di politica e d’impegno, forse non ne voleva giustamente sapere; non possiamo criticarlo ora, così come non dovremmo fare dei nuovi Moravia, se ve ne fossero, delle icone. Il suo vero amore erano le lettere e, anche qui giustamente, le donne. Ricordiamolo per il suo straordinario talento e, soprattutto, asteniamoci dall’arruolarlo sotto questa o l’altra fede o bandiera, se non altro perché non può più replicare. Dopotutto, il vero peccato di chi scrive è soprattutto quello di essere noioso; lasciamo i giudici ed i pubblici ministeri ad assolvere la loro missione e, se possiamo, limitiamoci a godere della lettura dei suoi libri.
 
Emanuele Calò, giurista  
 
(23 ottobre 2018)