Neofascismi

valentino baldacciÈ in questi giorni in libreria l’ultimo lavoro di Claudio Vercelli, Neofascismi (Edizioni del Capricorno, Torino). È un volume agile (meno di 200 pagine), ma molto denso, che ricostruisce con precisione filologica i percorsi – meglio sarebbe dire i mille rivoli – dell’estrema destra italiana, dalla caduta del fascismo di Salò fino ai nostri giorni. Dell’estrema destra: ma sarebbe più esatto dire della destra, perché in realtà l’intreccio e il gioco degli scambi – ideologici, culturali, personali – tra la destra legalitaria, rappresentata soprattutto dal Movimento Sociale Italiano, e quella eversiva, violenta e in certi momenti anche stragista, è una delle chiavi di lettura più persuasive del volume.
È un’ardua navigazione, nello spazio e nel tempo, – resa più agevole da brevi schede relative alle parole chiave del linguaggio neofascista – in un frastagliatissimo arcipelago, composto da un numero altissimo di isole, isolette, scogli, cioè dalle decine, anzi dalle centinaia di gruppi e gruppuscoli che, a partire dalla primavera del 1945, dal momento del crollo della Repubblica Sociale Italiana, formano il mondo del neofascismo, e, più in generale, della destra italiana. Decine e centinaia di gruppuscoli che si esprimono soprattutto attraverso un numero veramente imponente di riviste, dalla vita quasi sempre effimera, e di pubblicazioni, edite da case editrici che difficilmente il grande pubblico incontra in libreria. In realtà la caratteristica di questo gran numero di pubblicazioni – si potrebbe parlare di vera e propria grafomania – è un’ossessiva ripetitività, che ruota intorno ad alcuni temi che si ritrovano costantemente – anche se espressi talvolta con un linguaggio diverso – come elementi fortemente caratterizzanti: nazionalismo, comunitarismo, identitarismo, differenzialismo – sono tratti che più o meno chiaramente si ritrovano un po’ in tutti i gruppi dell’estrema destra; tratti identitari che hanno naturalmente come conseguenza un netto rifiuto della democrazia e una più o meno esplicita adesione a forme di razzismo che inevitabilmente sfociano nell’antisemitismo.
Il lettore dovrà far propria la pazienza con cui Vercelli ha seguito gli itinerari spesso confusi dei gruppi e gruppuscoli che nei decenni hanno caratterizzato quest’area, che è politica ma che è anche culturale. E questo è uno dei maggiori meriti di Vercelli: di non essersi posto di fronte al fenomeno neofascista con l’atteggiamento spocchioso di tanti intellettuali – per i quali parlare di fascismo e di neofascismo significava ridurre tutto a pura violenza o a semplice folklore – per ricostruire invece percorsi culturali che in realtà si erano imposti, spesso come maggioritari, nella cultura europea tra le due guerre mondiali, che la sconfitta del 1945 aveva apparentemente spazzato via, ma che in realtà erano soltanto rimasti sotto traccia, pronti a riemergere quando nuove condizioni politiche l’avessero reso possibile. D’altra parte questo interesse di Vercelli per i percorsi della destra non è nuovo: basti pensare alla sua ricerca sul negazionismo, pubblicata da Laterza due anni fa (Il negazionismo. Storia di una menzogna).
Naturalmente la narrazione si fa sempre più coinvolgente quanto più ci si allontana dalla fine della guerra, quando l’elemento identitario dominante è soltanto la nostalgia per il fascismo mussoliniano, e ci si avvicina ai nostri giorni, quando cominciano ad apparire quelle formazioni e quelle sigle che si sono fatte conoscere anche al grande pubblico per le loro gesta violente ed eversive: è la svolta del ’68 che si fa sentire anche a destra, con la comparsa di gruppi come Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale. Ma ben presto emergeranno gruppi nuovi, non più legati alla nostalgia del fascismo o al tradizionalismo di marca cattolica, ma sensibili piuttosto a richiami di stampo neonazista. Gruppi come “Giovane Europa” e “Europa Civiltà” riprendono il tema di un nuovo ordine europeo dominato dalla Germania nazista. Emerge con forza lo spirito dominante in questi gruppi: come scrive Vercelli, «se lo spirito borghese ha enfatizzato il dubbio, il pensiero critico, l’elaborazione speculativa (…), l’uomo di destra non cerca la ragione ma la “verità”». E quindi la cultura deve essere incarnazione dello “spirito”, sintesi di eroismo, fedeltà, disciplina, misticismo ed eroismo. Sono gli anni in cui emerge la figura di Franco Freda e delle padovane “Edizioni di Ar”, di cui le cronache hanno messo in evidenza soprattutto gli aspetti eversivi, in collegamento con la strage di Milano del 12 dicembre 1969, ma di cui non si è adeguatamente messo a fuoco l’aspetto ideologico, che vede emergere la componente antisemitica.
Ben presto altri tentativi di aggregazione della destra si fanno strada, producendo o comunque utilizzando anche linguaggi nuovi, quelli della musica, della grafica, della cultura giovanilistica in genere: si fa strada l’esperienza dei Campi Hobbit; ma parallela a questa significativa anche se effimera esperienza, continua a essere presente la componente più violenta ed eversiva. Appare “Terza Posizione”, nella quale comincia a emergere la simpatia per i movimenti di liberazione nazionale, che la rende contigua alle posizioni dei gruppi di estrema sinistra, e poi dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), dove, lo spazio preponderante dato all’uso della violenza porta all’azione per l’azione e alla vicinanza e agli scambi con la criminalità comune, come nel caso della banda della Magliana o della mala del Brenta.
I decenni successivi vedono il ritorno a quelle riflessioni culturali che già abbiamo visto emergere in passato: il movimento della Nuova Destra, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 ma ancor oggi operante, mette in evidenza le dimensioni dell’identitarismo, del differenzialismo e del comunitarismo. Emerge in tutta la sua forza l’influenza di una figura che è sottesa a tutta l’elaborazione politica e culturale della destra nel corso dei decenni, quella di Julius Evola. Ma emergono anche figure per certi aspetti inquietanti, che, dopo una milizia giovanile, hanno percorso rilevanti carriere accademiche. È il caso – oltre che di Franco Cardini, il cui tradizionalismo cattolico non è mai venuto meno, con una connessa e malcelata simpatia per l’Islam – di Marco Tarchi, ideologo di riferimento della Nuova Destra, oggi affermato politologo. L’antisemitismo, che è sempre presente in filigrana in tutti i gruppi citati, erompe con violenza in esperienze come quelle degli skinheads, che dalla Gran Bretagna dilagano in tutta l’Europa, fino ad assumere la forma dei cosiddetti naziskin.
Con il nuovo millennio emergono due nuove esperienze, che durano fino ad oggi, quelle di Forza Nuova e di Casa Pound. Soprattutto in quest’ultima emergono temi che sempre più si impongono e occupano la scena sociale oltre che politica: l’opposizione militante ai Gay Pride, l’invito a “comprare italiano”, l’ostilità verso l’immigrazione (specialmente se islamica), il rifiuto alla costruzione di luoghi di culto musulmani, i richiami continui alla lotta contro la “speculazione finanziaria”, le manifestazioni contro l’Unione Europea e l’eurocrazia, l’organizzazione di ronde urbane per la sicurezza e il presidio del territorio, la richiesta di nazionalizzare le banche e i settori strategici dell’economia nazionale. Il rifiuto delle élites, la polemica contro il mondialismo, la globalizzazione, il cosmopolitismo divengono aspetti sempre più caratterizzanti.
Il punto di approdo sono alcuni tratti identitari che Vercelli identifica come «sovranismo e comunitarismo identitario; antisignoraggio bancario e finanziario; nazionalismo e “piccole patrie”; tradizionalismo e religiosità acritica, fondata sulla “guerra dei simboli”; rifiuto dell’immigrazione in quanto atto di ”invasione”, ossessione per il controllo sessuale (…); riduzione del discorso politico a richiamo emotivo (…); elitismo (…) coniugato a populismo (appello al popolo come massa indistinta alla quale richiamarsi per accreditarsi come sua esclusiva espressione politica); ma anche il socialismo nazionalista, l’interventismo e l’elogio dell’atto di forza; il rifiuto radicale dell’islamismo politico oppure, in specularità rovesciata, l’identificazione totale in esso, soprattutto nella sua versione sciita e in quella jihadista», con conseguente diffusione dell’odio contro il sionismo e lo Stato d’Israele. Vercelli non nomina mai, in quest’ultima parte del suo libro, i partiti che formano l’attuale Governo né, tanto meno, i loro leader. Ma chi vuole può leggere in trasparenza le tracce di un filo nero che non si è mai interrotto.

Valentino Baldacci