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L’Italia racconta Israele

valentino baldacciL’idea di raccontare la storia di un Paese assumendo un punto di vista esterno non è nuovissima ma è sicuramente efficace. Mario Toscano, che ha curato il volume L’Italia racconta Israele 1948-2018, Viella editore, ha adottato una soluzione originale ma che si è rivelata opportuna: ha affidato a sette storici l’analisi di come Israele era stato “letto” (ma forse sarebbe stato più giusto dire “giudicato”, perché di giudizi quasi sempre si tratta, molto spesso malevoli e prevenuti) nell’anno nel quale cadeva il decennale della fondazione dello Stato, riservando a se stesso quella relativa all’anno di nascita e ad Alberto Cavaglion il compito di riflettere su quali caratteristiche ha avuto quest’anno, in occasione del 70° anniversario, la lettura pubblica di Israele. Per tutti gli autori le fonti privilegiate sono state la stampa quotidiana, i settimanali e i rotocalchi, e anche, per gli anni più vicini a noi, le televisioni, mentre non è stato possibile prendere in considerazione – perché in questo caso il compito sarebbe stato immane anche se riferito soltanto a tempi più recenti – l’oceano infinito del web. Il metodo si è rivelato efficace perché gli autori dei saggi non si sono limitati strettamente alla lettura dell’anno decennale ma hanno allungato lo sguardo anche agli anni immediatamente precedenti e successivi.
Senza aver la pretesa di riassumere la totalità delle analisi compiute dagli otto autori, proverò a individuare quali sono state, a loro giudizio, le modalità fondamentali che hanno caratterizzato, di dieci anni in dieci anni, la lettura pubblica di Israele, partendo dal primo saggio di Mario Toscano (14 maggio 1948. La fine di un pellegrinaggio millenario) che mette in luce alcune caratteristiche di questa lettura che resteranno costanti o quasi nei settanta anni successivi, a partire dal giudizio espresso dai partiti politici per mezzo dei loro organi di stampa. Da questa lettura emerge che l’area politica più vicina a Israele era, in quel momento, quella della sinistra democratica (socialisti, socialdemocratici, repubblicani, ma anche intellettuali e giornalisti non necessariamente legati a un partito) che vedeva “la lotta degli ebrei per Israele come un proseguimento della lotta contro il fascismo, contro l’oppressione, per la libertà e l’autodeterminazione di tutti i popoli”. Per quanto riguarda i comunisti, il saggio ridimensiona il luogo comune che vuole il PCI a fianco di Israele fino a quando si impose la logica della guerra fredda. In realtà i comunisti oscillarono tra l’ostilità (dovuta al tradizionale giudizio ostile al sionismo) e la strumentalizzazione, dopo il voto sovietico all’ONU, favorevole – per calcoli di potenza – alla divisione della Palestina mandataria e quindi alla nascita dello Stato d’Israele. I cattolici (sia la stampa della Santa Sede che quella della DC) furono fondamentalmente ostili sia per motivi religiosi sia perché vedevano in Israele lo strumento per la penetrazione sovietica nel Mediterraneo. Questi giudizi – diversamente articolati a causa del mutare delle situazioni – sono rimasti in sostanza costanti per decenni, si può dire fino alla crisi della Prima Repubblica ma anche oltre. Gli unici mutamenti significativi riguardano le oscillazioni del Partito socialista, che rovesciò la sua posizione iniziale di piena comprensione delle ragioni di Israele in una radicale ostilità negli anni di fiancheggiamento e di sudditanza verso il PCI, salvo poi ritornare alle posizioni di partenza una volta recuperata la piena autonomia, fino a risultare, al tempo della guerra dei Sei giorni, uno dei più decisi sostenitori dello Stato ebraico di fronte all’aggressione degli Stati arabi, per poi, poco più di un decennio dopo, rovesciare nuovamente le sue posizioni assumendo, sotto la direzione di Craxi, una posizione di sostanziale ostilità verso lo Stato ebraico.
L’area della sinistra democratica perse gran parte della sua capacità di attrazione – con l’eccezione del Partito repubblicano – soverchiata come fu dai grandi partiti di massa. Ma la sua disponibilità di comprendere i valori incarnati da Israele la ritroviamo in una serie di giornalisti che seppero andare al di là dei luoghi comuni e degli stereotipi di cui è piena la stampa di quei decenni: Vittorio Dan Segre, Luciano Tas, Aldo Garosci, Arrigo Levi, Carlo Casalegno, Giovanni Spadolini, in particolare, dapprima come direttore del “Resto del Carlino” e del “Corriere della Sera”, lo stesso Arrigo Benedetti, almeno fino alla guerra dei Sei giorni, quando cambiò, in polemica con Eugenio Scalfari, completamente fronte.
In realtà, anche sulla stampa d’informazione, a parte quella legata ai partiti, sono apparsi giudizi e valutazioni che andavano al di là di una semplice espressione di un punto di vista: prendiamo qualche esempio qua e là: Antonio Gambino, sull’”Espresso” del 29 maggio 1977, scriveva che era errato distinguere i dirigenti di Israele tra falchi e colombe: erano tutti falchi, anzi «in Israele esistevano ed erano sempre esistiti solo falchi, distinguibili in due categorie, i “falchi piagnoni” (…) che si riempivano la bocca di pace e di lamenti per il rifiuto arabo di riconoscere la buona volontà israeliana, e i “falchi dichiarati”, che non credevano alla possibilità della pace perché ritenevano che tra gli scopi e gli obiettivi dei sionisti e quelli degli arabi vi fosse un insanabile contrasto». Secondo Dino Frescobaldi – che scriveva sul “Corriere della Sera” il 14 marzo 1978, all’indomani di uno dei più spaventosi atti terroristici compiuti nella storia di Israele, quando un gruppo di fedayn provenienti dal Libano riuscì ad impossessarsi di un autobus e percorse la strada da Haifa a Tel Aviv seminando la morte, uccidendo più di trenta civili – «l’attentato era andato a tutto vantaggio di coloro che ne erano il bersaglio», perché aveva risolto le difficoltà nelle quali si trovava Begin. Ancora più in là si spinse Sergio Romano, che in un pamphlet pubblicato nel 1997 (Lettera a un amico ebreo) lamentava con palese insofferenza l’eccessivo spazio concesso alla Shoah e più in generale accusava gli ebrei di voler occupare in maniera eccessiva lo spazio pubblico riservato alla memoria e alla storia; la conseguenza sarebbe stata, secondo Romano, che Israele teneva sotto ricatto l’Occidente per mezzo del senso di colpa che quella memoria, così sovralimentata, provocava. Un ultimo esempio, tra i tanti, della malevolenza con la quale tanti giornalisti si sono avvicinati a Israele e più in generale al mondo ebraico è dato da un falso compiuto dal “Manifesto”, contenuto in un’intervista a Primo Levi pubblicata il 29 giugno 1982. Si tratta di un’affermazione che ha avuto ed ha ancora largo corso, quella secondo la quale «ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele». Attribuita a una figura come Primo Levi un’affermazione del genere, più volte ripetuta, ha avuto una fortissima efficacia propagandistica. In realtà Peppino Ortoleva ha dimostrato che Primo Levi aveva pronunciato solo la prima parte della frase: «Ognuno è ebreo di qualcuno», un’affermazione che aveva un taglio e un tono di carattere generale, quasi filosofico. Il resto della frase era stato aggiunto dall’intervistatore, che per giunta aveva commesso la grave scorrettezza di inserirla tra virgolette, attaccandola alle parole effettivamente pronunciate da Primo Levi, dando così l’impressione che l’intera frase esprimesse il pensiero dello scrittore torinese.
Ma è inutile continuare con gli esempi, di cui il volume è pieno. Converrà piuttosto ricordare che l’immagine di Israele in Occidente e quindi anche in Italia ha avuto due momenti di svolta, entrambi negativi, costituiti dalla guerra dei Sei giorni nel giugno 1967 e dalla guerra del Libano del 1982.
Come scrive Alessandra Tarquini, «dal 1967 cambiò la percezione dell’opinione pubblica internazionale: per la prima volta, da piccolo paese in guerra per difendere la propria esistenza, agli occhi di molti Israele si trasformò in uno Stato oppressore». In realtà la trasformazione iniziò durante l’estate-autunno 1967, quando Israele rifiutò le pressioni che gli venivano da molte parti perché si ritirasse unilateralmente dai territori occupati durante la guerra, condizionando il ritiro al riconoscimento della propria esistenza da parte degli Stati arabi e alla conclusione di trattati di pace. Durante la guerra, viceversa, l’appoggio ad Israele da parte di settori vastissimi della pubblica opinione e della stampa, italiana e internazionale, era stato ampio e incondizionato, tanto evidente era stato il disegno aggressivo di Nasser e dei suoi alleati.
Come sia stato possibile questo radicale rovesciamento di prospettiva è per certi aspetti ancora qualcosa di incomprensibile. Sicuramente giocarono a favore di questo rovesciamento elementi irrazionali, in cui ebbero un ruolo rilevante le immagini, quelle delle foto trasmesse dagli inviati speciali e ancor più quelle delle televisioni, che mostravano un Israele trionfante con irrisoria facilità (solo sei giorni di guerra!) su tutti e tre i fronti in cui si trovò impegnato. Scattò – è stato tante volte rilevato – il riflesso condizionato del riferimento allo scontro tra David e Golia, e così lo Stato ebraico si ritrovò improvvisamente ad essere percepito come un gigante prepotente nei confronti del quale tutte le motivazioni che in precedenza avevano portato una larga parte dell’opinione pubblica a simpatizzare per Israele improvvisamente non avevano più valore. Bisogna pur dire che – se questo processo avvenne in buona parte per vie che si richiamano più alla “pancia” che alla “testa” – un ruolo lo ebbero anche personaggi e maîtres à penser che fino allora erano stati i più attenti a comprendere le ragioni di Israele. Basti l’esempio di due personaggi e di due riviste, che erano stati, fino all’estate 1967, tra i più decisi difensori d’Israele e che appartenevano a quella sinistra democratica di cui prima si parlava: Enzo Enriques Agnoletti con il mensile “Il Ponte”, e Ferruccio Parri con il settimanale “L’Astrolabio”. Sostenitori d’Israele nei giorni della guerra, durante l’estate si convertirono alla tesi della necessità del ritiro unilaterale dai territori occupati, finendo col tempo per schierarsi tra i più strenui avversari dello Stato ebraico. In realtà, se si vuol trovare una spiegazione di questi repentini mutamenti di fronte, va cercata lontano dal Medio Oriente, nella guerra del Vietnam, l’evento che più di ogni altro domina la scena internazionale ma anche le coscienze di molte persone. La necessaria alleanza di Israele con gli Stati Uniti finisce per essere percepita come l’appartenenza dello Stato ebraico a quel fronte imperialista contro il quale si stanno sollevando, in maniera più o meno confusa, masse di giovani che daranno vita a quello che, per antonomasia, sarà «il ‘68».
Nel 1982 l’episodio di Sabra e Chatila costituì l’esca per lo scatenarsi della più violenta campagna che Israele abbia mai dovuto subire, con accenti esplicitamente antisemiti che portarono all’attacco terroristico del 9 ottobre 1982 contro la Sinagoga di Roma. Qualche anno dopo si poté misurare quanto le campagne antisraeliane avessero inciso in profondità, con l’episodio del dirottamento della motonave “Achille Lauro”, con il conseguente assassinio di un vecchio ebreo americano paralitico, lo scontro di Sigonella, la fuga, propiziata dal presidente del Consiglio italiano Craxi, del capo del commando dei dirottatori.
Gli ultimi tre saggi ci portano direttamente a contatto con la contemporaneità. Parlando del decennio che segue gli accordi di Oslo Guri Schwarz ha messo in evidenza il grande successo che ebbe in quel periodo in Italia la letteratura israeliana, in particolare di tre dei suoi maggiori autori, Abraham Yehoshua, David Grossman, Amos Oz. Attraverso la letteratura i lettori italiani entravano in contatto con una realtà israeliana più autentica, assai diversa da quella – nutrita soltanto dalle cronache degli attentati e dalle invettive antisioniste – raccontata dalla stampa italiana.
Il fallimento degli accordi di pace tra Israele e OLP riportò nel primo decennio del nuovo millennio alla situazione precedente, con l’irruzione però di un fatto radicalmente nuovo: l’offensiva globale islamista che ebbe la sua manifestazione più clamorosa nell’attentato alle Torri gemelle di New York. In conseguenza emersero due tendenze contrapposte, come scrive Arturo Marzano: da un lato Israele fu visto come il baluardo della democrazia contro il terrorismo globale. L’idea dello scontro di civiltà si fece strada e anche in Italia trovò espressione negli articoli di Oriana Fallaci e soprattutto nel suo libro La rabbia e l’orgoglio, che ebbe un successo straordinario. Ma anche altri giornalisti-scrittori contribuirono a sostenere la stessa tesi, come Fiamma Nirenstein con L’abbandono. Come l’Occidente ha tradito Israele, e Cristiano Magdi Allam con Viva Israele! Dall’altra parte si scatenò contro Israele una campagna internazionale – che ebbe il suo riflesso anche in Italia – che prese il nome di BDS (Boycott, Disinvestment, Sanctions) che consisteva nel «presentare Israele e le sue politiche nei territori occupati palestinesi come apartheid, cui solo un boicottaggio sistematico avrebbe posto fine».
Una delle osservazioni più acute del saggio conclusivo di Alberto Cavaglion riguarda la netta prevalenza che hanno avuto nel 2018 le iniziative per ricordare l’80° anniversario delle leggi razziali in Italia rispetto a quelle che si sono riferite al 70° della nascita dello Stato d’Israele, anche se queste ultime hanno trovato un momento di coinvolgimento popolare nell’organizzazione delle prime tre tappe del Giro d’Italia in territorio israeliano. Pur tenendo conto dello straordinario e giustificato impatto emotivo provocato dal ricordo delle leggi del 1938, ci sarebbe da osservare con un po’ di cattiveria (che Cavaglion non usa) che gli ebrei morti sembrano interessare più degli ebrei vivi, o almeno di quelli che vivono in Israele.

Valentino Baldacci