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…Evian

In questo 2018 che va chiudendosi, costellato da eventi evocativi del 1938 e delle leggi razziste, mi sembra passata in sordina una necessaria riflessione sulla fallimentare Conferenza di Evian. In quell’occasione 32 paesi chiamati a trovare una soluzione ai relativamente pochi profughi ebrei (alcune centinaia di migliaia fra Germania e Austria) non seppero e non vollero mettersi d’accordo. Gran parte dei respinti finirono i loro giorni nei campi di sterminio solo poco tempo dopo. I paragoni nella storia non sono mai opportuni: troppo profonde le differenze di contesto e le situazioni geo-politiche. Tuttavia siamo autorizzati a comparare le dinamiche profonde e a giudicare i comportamenti della classe politica che oggi si trova al governo, per lo più grazie a processi democratici che tendiamo a valorizzare. Oggi sono oggetto di particolare attenzione le politiche di accoglienza, a fronte di un fenomeno migratorio ben più consistente di quello che si trovava ad affrontare la Società delle Nazioni nel 1938. La sfida dovrebbe essere quella di gestire questo enorme movimento di popolazioni mettendo in essere una giurisprudenza adeguata che tenga conto sia delle libertà personali (in un’ottica appunto di politica liberale), sia delle esigenze economiche dei territori che vengono abbandonati e di quelli verso cui si emigra, sia delle esigenze di sicurezza e di stabilità sociale. Dovrebbe, il condizionale sembra d’obbligo. Perché nella pratica le migrazioni vengono affrontate dalle attuali classi politiche che si alternano al potere in un’ottica che ha orizzonti assai più ristretti, strettamente connessi all’immediato consenso e quasi per nulla proiettati nella direzione di una programmazione e di una prospettiva di stabilità. Le migrazioni vengono così trattate da una prospettiva quasi solo connessa alla sicurezza. Pattugliamenti, espulsioni, controlli, e istituzione di campi che anche se non hanno nulla di simile ai lager nazisti (diverso contesto e diverse dinamiche storiche) vengono sempre più spesso paragonati ad essi. Una pratica sbagliata perché ci impedisce di ragionare sulla natura dei lager voluti dai nazisti, e nel contempo non ci fa capire la dinamica che viviamo nel presente. Il vantaggio di trattare il problema facendo perno sulla paura e sulle necessità di sicurezza che ogni popolazione manifesta è essenzialmente politico, ma attiva delle dinamiche che fatalmente vanno a colpire la sfera dei diritti. E la storia (Evian in questo caso) ci insegna che quando viene toccata quella sfera, ci si avvia in una direzione potenzialmente catastrofica. Hitler aveva privato centinaia di migliaia di ebrei tedeschi dello statuto di cittadini trasformandoli in apolidi. Mussolini fece lo stesso. E sappiamo come andò a finire. Oggi in paesi che consideriamo governati da sistemi giuridici liberali si affacciano politiche discriminatorie e tutele decrescenti di diritti (che vanno a colpire i più deboli), dettate spesso da immotivate esigenze di sicurezza. Si stabiliscono alleanze di cortissimo respiro fra leader politici di diversi paesi e le visioni sovraniste sembrano riscuotere sempre maggior successo. Sarà necessario dirlo forte: questa direzione è sbagliata. Nel corso del Novecento gli ebrei hanno subito forse più di altri queste dinamiche prima discriminatorie e poi persecutorie. È quindi compito delle istituzioni ebraiche lanciare un accorato grido di allarme, chiedendo ai leader politici che tendono a ideare e mettere in pratica azioni che limitano la sfera dei diritti di riflettere sia sull’ingiustizia di quei provvedimenti, sia sulla loro scarsa efficacia e sulla loro pericolosità nel lungo periodo. Che si chiamino Salvini, Orban o Netanyahu, ci si deve rendere conto che la legittimità ricevuta da un regolare processo democratico non esclude l’esercizio della necessaria cautela nell’azione di governo, escludendo di attivare politiche discriminatorie che se un tempo colpivano gli ebrei oggi vanno allargandosi ad altri gruppi umani.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC

(7 dicembre 2018)