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Il rav Riccardo Di Segni:
“Shoah non sia una religione”

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Quale era l’identità ebraica italiana al momento delle leggi razziste? Come cambiò, se cambiò, con l’entrata in vigore di tali provvedimenti?
Domande che hanno animato un confronto svoltosi al Museo ebraico di Roma, organizzato su impulso del rabbino capo rav Riccardo Di Segni e nel contesto della mostra “Italiani di razza ebraica” curata da Lia Toaff e Yael Calò e inaugurata al Museo lo corso settembre.
Dopo i saluti della presidente della Comunità ebraica Ruth Dureghello e una introduzione di Claudio Procaccia, direttore del Dipartimento Beni e Attività Culturali, la parola è passata ai due studiosi coinvolti per l’occasione – Mario Toscano e Michele Sarfatti, che moderati da Serena Di Nepi hanno affrontato rispettivamente il tema degli ebrei italiani “tra patriottismo e sionismo” e degli effetti delle leggi e sul modo in cui furono accolte.
A trarre le conclusioni della serata il rav Di Segni. Preoccupazione è stata espressa per un fenomeno che appare in crescita e distante anni luce da un lavoro di Memoria viva e consapevole. E cioè il radicarsi di quello che il rav ha definito “Shoahismo”. Una religione vera e propria, con i suoi luoghi e con i suoi templi. Tappe imprenscindibili per chi ha a cuore la Memoria ma che – ha osservato – non possono diventare l’ancoraggio unico della propria identità. “L’ebraismo, che è una identità viva, per alcuni è soltanto un cimitero. Tutto ciò – ha detto – è patologico”.

(18 dicembre 2018)