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MEMORIA Nessuna tregua per Anne Frank. La vana aggressione negazionista

Ozick-Di-chi-è-anne-frankCynthia Ozick / DI CHI È ANNE FRANK? / La nave di Teseo

Cynthia Ozick sostiene che il grande impatto simbolico del Diario di Anne Frank sia da sempre il frutto di una lettura edulcorata, distorta e persino mistificante di quello straordinario testo così sconvolgente, eppure miseramente ridotto a lettura edificante e consolatoria: una tragedia, ha scritto nel suo pamphlet Di chi è Anne Frank? proposto dalla Nave di Teseo per il pubblico italiano a oltre vent’anni dalla sua pubblicazione sul «New Yorker», che è stata declassata a commedia. Una frase, proditoriamente estrapolata dal contesto del diario ritrovato ad Amsterdam nell’estate del 1944 da Miep Gies nel nascondiglio dei Frank braccati dai nazisti, è servita secondo Ozick come chiave della grande mistificazione: «Nonostante tutto, credo tuttavia nell’intima bontà dell’uomo». Una breve frase su cui si sono accumulate nel tempo le letture sdolcinate che si susseguono da decenni sull’«idealismo di Anne», sulla «testimonianza dell’indistruttibile nobiltà dell’animo umano», «eterna fonte di coraggio e ispirazione», «un inno alla vita», «una commovente meraviglia dell’infinito spirito umano». Un ribaltamento di significati che ancora oggi, secondo la Ozick, ignora ed elude l’atroce fine di Anne, catturata dagli aguzzini di Hitler e morta di tifo in condizioni disumane. Sorvolando su questa fine, facendo così di quel diario una lacrimevole favola per bambini, la storia di Anne Frank, conclude la Ozick, «è stata censurata, tramutata, tradotta, ridotta: è stata resa infantile, americana, uniforme, sentimentale; è stata falsificata, volgarizzata e, di fatto, spudoratamente e arrogantemente negata». La requisitoria di Cynthia Ozick contro chi (a cominciare, purtroppo, dal padre Otto) avrebbe reso morbida e dolce la storia tragica di Anne Frank è puntuale, appassionata, ricca di dati di fatto, secondo la migliore tradizione della saggistica polemica che non disdegna le forme dell’invettiva elegante, della denuncia documentata, della demolizione dei luoghi comuni e delle interpretazioni di comodo. Eppure in questa poderosa polemica sembra sfuggire il valore fortissimo che ancora oggi, proprio nei giorni in cui si celebra la memoria della Shoah, emana dalle pagine vergate in condizioni impossibili da una ragazzina ebrea ricercata da chi la voleva mandare al massacro insieme a tutta la famiglia. E infatti attorno al Diario si sono formate ostilità paurose, ossessioni, riti e liturgie profanatrici per indebolire la forza di quel messaggio. Basti dire che la stagione negazionista, il frastuono neonazista camuffato da polemica storiografica che vuole disintegrare la «menzogna di Auschwitz» ha mosso proprio dalle pagine di Anne Frank suoi primi passi, proprio con il tentativo disperato di minare la credibilità dei superstiti della Shoah. Se, come sostenevano i negazionisti, il testo del diario è stato corretto e manipolato dal padre Otto (che aveva censurato le parti del diario dove sua figlia Anne attaccava la madre e quelle con più espliciti riferimenti ai turbamenti sessuali di una ragazza avviata verso l’adolescenza), allora vuol dire che un pilastro del racconto sull’Olocausto viene spazzato via. Perché fu proprio la trasposizione prima teatrale poi cinematografica (pur con tutte le interpolazioni arbitrarie dettagliatamente ricostruite in questo pamphlet) a segnare una svolta nella sensibilità contemporanea sui temi della Shoah. La storia di quella famiglia nascosta, la vita quotidiana di una ragazzina perseguitata, la concreta, plastica rappresentazione di una vita ingiustamente stroncata, con tutte le palpitazioni, i turbamenti, le debolezze, le speranze e la disperazione di una giovane donna angariata e condannata a un destino spietato, è stata proprio questa storia ad aver cambiato l’atteggiamento nei confronti della Shoah, una tragedia che venne nascosta e avvolta in una nuvola di doloroso imbarazzo reticente negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra. Basti ricordare il rifiuto di pubblicare da Einaudi Se questo è un uomo di Primo Levi, motivato dalla stanchezza che l’opinione pubblica, a tragedia appena conclusa e con una guerra che aveva provocato milioni di morti, si riteneva provasse per lo sterminio del popolo ebraico. O la stessa freddezza del neonato Stato di Israele in cui (come ha raccontato Tom Segev nel libro II settimo milione) la glorificazione del nuovo ebreo, cresciuto nel kibbutz e nella religione del duro lavoro protetto dalle armi dell’esercito popolare, doveva mettere nell’ombra la vergogna degli ebrei rimasti in Europa e condotti «al macello» senza reagire, a parte l’eroismo del Ghetto di Varsavia. Fu quel diario a risvegliare una memoria intorpidita e sulla difensiva. Lungi dal fornire dello sterminio l’immagine edulcorata appassionatamente denunciata da Cynthia Ozick, i fogli scritti da Anne Frank sono la testimonianza ineludibile della mostruosità della Shoah. Che infatti fanno infuriare gli antisemiti, come i neonazisti che a Tokio, in un raid coordinato in varie biblioteche, hanno lacerato con i temperini numerose copie del Diario. O come gli energumeni ignoranti che in uno stadio italiano hanno creduto di offendere gli avversari paragonandoli ad Anne Frank: loro immaginavano che fosse un insulto perché da qualche parte erano stati raggiunti dal messaggio secondo cui quel diario e quella ragazza contenessero qualcosa di pericoloso per i loro pregiudizi. L’interminabile «caso Anne Frank» non sarà spento fino a che esisteranno sacche di resistenza alla verità terribile di Auschwitz. Un libro che ha sconvolto la sensibilità contemporanea, ed è questo che alimenta i furori di un «caso» destinato ancora ad agitare le nostre passioni.

Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 21 gennaio 2018