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Il Congresso in piedi per Judah

judah samet

Quattro minuti di ritardo gli hanno salvato la vita. Judah Samet, 81 anni, lo scorso 27 ottobre si stava recando come ogni Shabbat alla sua sinagoga conservative, la Tree of Life di Pittsburgh. “Ero in ritardo di quattro minuti. Invece delle 9:45, ci sono arrivato alle 9:49, forse 9:50”. Per una manciata di minuti si è ritrovato fuori dalla sinagoga diventata il teatro della più grave strage antisemita di sempre negli Stati Uniti. Undici persone uccise per mano di un estremista di destra al grido di “gli ebrei devono morire”. “Mi sono salvato una seconda volta”, ha raccontato Samet alla stampa, ricordando di essere sopravvissuto ai Lager nazisti durante l’infanzia. A lui l’intero Congresso americano ha tributato una standing ovation in occasione del discorso sulla Stato dell’Unione pronunciato dal Presidente Usa Donald Trump. “Oggi è l’81esimo compleanno di Judah”, ha ricordato Trump salutando Samet e ricordando il suo essere due volte un sopravvissuto. I membri del Congresso, in una scena inusuale, hanno risposto cantando in coro “happy birthday to you”. “Per me non l’avrebbero mai fatto”, ha scherzato Trump ricordando poi una passaggio della biografia di Samet, cresciuto in Ungheria e deportato a sei anni a Bergen-Belsen. “Judah dice di ricordare ancora il momento esatto, quasi 75 anni fa, dopo 10 mesi in un campo di concentramento, quando lui e la sua famiglia furono messi su un treno e avvisati che sarebbero stati portati in un altro campo. Improvvisamente il treno si fermò. Apparve un soldato. La famiglia di Judah si preparò al peggio. Poi suo padre gridò con gioia: “Sono gli americani. Sono gli americani”.

Nato a Debrecen, la seconda città più grande d’Ungheria, Samet ha raccontato diverse volte la sua storia di sopravvissuto alla Shoah e dell’atmosfera antisemita che si respirava prima della tragedia. Tra le conversazioni rimaste fisse nella sua memoria, quella tra sua madre e una presunta amica, che aveva ospitato in casa il capo della Gestapo. “Questa donna disse a mia madre che il problema dell’Ungheria erano i troppi ebrei. Mia madre rispose ‘il problema è che ce ne sono troppo pochi’. La donna le disse di non preoccuparsi: ‘Tu sei la mia migliore amica. Non ti succederà nulla’. Mia madre replicò: ‘questo è il problema. Ci sono 15 milioni di persone come te che hanno un amico’”.
Judah aveva 6 anni quando la sua famiglia – sei persone – fu messa su un treno per Auschwitz. Ma il percorso fu bloccato dai combattenti della resistenza slovacca, che fecero saltare le ferrovie in quella che allora era la Cecoslovacchia. “L’Ungheria non ci voleva, così ci hanno portato in Austria”, il racconto di Samet al Washington Post. Poi la deportazione a Bergen-Belsen, dove rimasero per più di dieci mesi. “Sono fondamentalmente una persona molto forte, e ne ho passate tante, ma niente, niente, niente mi ha mai sconfitto”, le parole di Samet. Dopo la liberazione ricordata da Trump, il padre morì di tifo e il resto della famiglia andò a Parigi, poi Marsiglia, e Israele. Lì, Samet trascorse del tempo in un orfanotrofio ortodosso, completò la scuola superiore ed entrò nell’esercito israeliano per poi trasferirsi prima in Canada e poi negli States. Per 45 anni è stato il cantore della sinagoga di Pittsburgh e al Post ha raccontato di essere unico in quanto “repubblicano ebreo” nonché sostenitore di Trump. “È un nazionalista? Per me, l’America viene prima di tutto. Israele è importante, ma da poiché ho vissuto qui per tutto questo tempo, sono molto patriottico”. “Non mi innamoro delle persone, tranne che della mia famiglia, ma lo amo per quello che sta facendo”, le parole del sopravvissuto al quotidiano americano.
Per Samet, l’ebraismo è essenziale, secondo solo alla sua famiglia per importanza. E vede la violenza come una maledizione. “L’odio non è nel Dna ebraico. Voglio dire, tutti hanno cercato di ucciderci, distruggerci. Possiamo odiare tutti nel mondo intero? No, noi non odiamo”.

Daniel Reichel